Lo Slalom del 15 dicembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

# 1 giorno alla finale di NBA Cup: NY vs San Antonio

 

     

►  LA CLASSIFICA della serie A sembra quella di Hit Parade a inizio luglio del ’76, quando Gianni Bella salì dal terzo al primo posto con Non si può morire dentro e Lelio Luttazzi annunciò che avevano perso il primato Ramaya e Linda Bella Linda – che erano stati in testa insieme la settimana precedente. La Juve quinta sarebbe Lucio Battisti [Ancora tu]. 

◇  A proposito di capolista che cadono. La Virtus Bologna ha perso a Milano [74-63] e ha lasciato il Brescia da solo al comando, nel giorno in cui Trapani ha vinto la partita senza avere un allenatore in panchina. 

◇  Cadute rumorose pure nella pallavolo. Conegliano è stata battuta da Scandicci per 3-1 nella finale del Mondiale femminile per club.  Kate Antropova migliore giocatrice della partita con 25 punti. Ciro Scognamiglio sulla Gazzetta: Fa quello che sanno fare le campionesse come lei: sposta i confini e scrive la storia. In prima persona. Da protagonista. Kate avrebbe potuto eccellere senza dubbio anche in uno sport individuale, ma ha scelto diversamente perché è sempre stata affascinata dal concetto di condivisione: vivere assieme vittorie e sconfitte, gioie e dolori, momenti di leggerezza e confronti seri.

◇  Sofia Goggia terza nel Super-G di St. Moritz vinto da Alice Robinson, Lisa Vittozzi di nuovo prima in coppa del mondo di biathlon a Hochfilzen dopo quasi due anni, c’è vita pure sul pianeta slittino [primo posto per la staffetta a squadre in Coppa del mondo dopo cinque an ni] e con Michela Moioli nello snowboard [due podi nel week-end]. Mancano 54 giorni ai Giochi di Milano e ieri non s’è fatto male nessuno. 

◇  Mathieu van der Poel ha vinto la prima corsa a cui ha partecipato, la prova di Coppa del mondo di ciclocross a Namur. Non ha esagerato. Ha dato 9 secondi di distacco a Nys e 11 a Vanthourenhout. Ah, sì. Prima di vincere era caduto. Sabato il primo duello con van Aert. 

 

   

S’addobbano, di muta polvere, tutte le filze e gli schedari degli archivi: di ragnateli grevi tutti gli scatoloni del tempo

Carlo Emilio Gadda

 

 

La maniera misteriosa di scegliere una portabandiera

Proviamo a capirci qualcosa. Rivelazione: sarà impossibile. Ma proviamo. Quando nel 2021 furono scelti Elia Viviani e Jessica Rossi come portabandiera per i Giochi di Tokyo, fece parecchio rumore l’esclusione di Paola Egonu. Era arrivata nella short list e qualche giorno prima della decisione aveva detto in una bella intervista con Gaia Piccardi per il Corriere della sera: «Sarebbe fantastico, un onore pazzesco. Wow, poi potrei morire anche subito! Mi piacerebbe prendermi sulle spalle questa responsabilità, davvero: io, di colore, italiana e la bandiera. L’ignoranza e certe cose del passato hanno bisogno di un taglio netto. Sono pronta. Facciamola, bum, questa rivoluzione!».

Lei era pronta, gli altri no. I giornali della destra soffiarono un po’ su questa cosa, camuffando d’altro il fatto che fosse una nera italiana, una donna che baciava un’altra donna. Soffiarono abbastanza da spaventare il CONI. Venne fuori da qualche cassetto in qualche stanza di Palazzo H che a Egonu mancava un requisito: l’oro olimpico. Ecco. Non lo sapevate, ma serve un oro olimpico per portare la bandiera. 

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Palermo

53 giorni a Milano

Il fuoco di Sciascia

Il fuoco di Olimpia, simbolo di purezza, competizione leale e unione dei popoli, arriva nella Sicilia che brucia del fuoco delle passioni umane, della lotta alle ingiustizie e dell’ardore civile, il fuoco nel quale si è formata l’opera di Leonardo Sciascia. La fiamma che per tradizione non deve mai spegnersi, la fiamma della speranza e del citius, altius, fortius, ha smascherato nelle le sue opere l’ipocrisia. Sciascia ha portato il fuoco dell’Indignazione, la torcia che ha animato la sua coscienza critica e quella dei suoi personaggi-intellettuali, come il professor Laurana in A ciascuno il suo. Sciascia ha portato il fuoco della verità: i suoi romanzi sono indagini che cercano di accendere un faro sulle reti oscure di potere e di mistero, spesso senza trovare una soluzione definitiva, lasciando l’amaro in bocca di un senso inafferrabile.  In Sciascia la verità è un avversario sfuggente e la ricerca della giustizia un esercizio che richiede più resistenza e strategia di una maratona. Il fuoco nel mare si  chiama una sua raccolta di racconti e Fuoco all’anima la raccolta delle sue ultime parole, le conversazioni dell’ultimo anno di vita con Domenico Porzio. Si dice che sono fuoco all’anima dei momenti di riposo, di ricreazione, di refrigerio. Nel senso che poi, passati quei momenti, il lavoro peserà di più, più si sentirà il dolore o la noia, più il caldo.

 

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I temi del giorno

 

 

La prima capolista con quattro sconfitte in 15 giornate

Dovremo accettare il principio che siamo finiti dentro un campionato differente. Non era mai successo che si potesse stare in testa alla classifica dopo 15 giornate con quattro sconfitte. La cosa più vicina alla scena di stamattina era stata una Fiorentina seconda a un punto dal Milan nel 1995 e una Sampdoria terza a un punto da Parma e Milan nel 1993. Con quattro partite perse a dicembre, nessuno ha mai guidato la serie A fino a ieri pomeriggio, quando l’Inter ha vinto a Marassi e ha sorpassato Milan e Napoli. Il primo pare in preda a una maledizione. È il più forte di tutti negli scontri diretti ma in preda a bizzarre amnesie contro le neopromosse. Il secondo invece per de praticamente ovunque, dal Manzanarre al Reno, appena mette il naso fuori dalla grotta di Fuorigrotta. A Udine fanno sette sconfitte in tutto fuori casa tra Champions e serie A, senza ancora essere arrivati a Natale. È vero che Conte maneggia un’emergenza fuori scala, ma gli infortuni muscolari non sono mai una sfortuna. Da qualche parte c’è una spiegazione: carenze nutrizionali, scarsa idratazione, ciclo del sonno, squilibrio nel riposo, cattive posture, deglutizione atipica, terreni inadeguati, tendiniti da sovraccarico, scarpe non consone, stress e tensione. Sarà il momento a Napoli di domandarselo, e giocare senza turnover non aiuta. Antonio Barillà su La Stampa domanda: Perché schierare dieci undicesimi della formazione di Lisbona? Non sarebbe meglio, a volte, scegliere un’energica riserva piuttosto che insistere su un totem stanco?

Si viaggia a un ritmo scudetto da 83-84 punti, dopo aver assegnato il precedente a 82. Ma un anno fa pesarono sulla quota del Napoli i tanti pareggi [10] mentre le sconfitte furono in tutto quattro. Sarebbe una trappola considerarlo un elemento di povertà. I confronti con l’estero si fanno nelle Coppe, e il ranking delle Coppe dice che la serie A è seconda dietro la Premier League nell’ultimo quinquennio. Il campionato più competitivo sulla scena internazionale dopo i migliori di tutti. Non si vede dall’albo d’oro della Champions, ma s’è visto nelle finali raggiunte e nelle Coppe del giovedì a lungo snobbate. Questi scampoli di verità annunciati dai tornei UEFA hanno oggi un riflesso nella nostra classifica domestica, dove la medio borghesia ha ripreso a farsi trovare attrezzata dopo tanta diserzione. Un Wolverhampton italiano con 2 punti in fondo alla classifica – 14 sconfitte su 16 – avrebbe aperto dotte e lunghe discussioni sulla improponibilità del sistema. Anzi le aprì: accadde ai tempi del Benevento. I campionati del vicino sono sempre più verdi. 

Paolo Condò sul Corriere della sera fa notare che la somma di punti delle prime quattro (da 123 a 126) sarà nettamente la più bassa degli ultimi dieci anni (i precedenti vanno da 128 a 149), a riprova di un torneo che non riesce a trovare un padrone. Questo è un bene per la Juve di Spalletti, mai così dominante nel gioco su un campo nobile, ancora un po’ avara nella definizione ma molto rotonda e piacevole per l’intera serata. E a proposito di leader, Yildiz sta riempiendo in silenzio le pause fisiologiche che un po’ lo frenavano, guadagnando la continuità che è la dote di chi sta al volante. Improvvisamente, il campionato sembra giovane.

 

 

 il trampoliere   Luciano Spalletti

    La Juve di Bologna sembra pure una risposta serena alle 24 ore da bollettino dei naviganti, mare mosso, vento da est sud est di tredici nodi. Alessandra Giardini sulla Gazzetta ha scritto un ritratto lungo e stratificato del legame sentimentale, culturale e quasi aristocratico tra il patriarca Gianni Agnelli, la Juventus e il calcio, raccontato come una grande storia d’amore che ha attraversato il Novecento. Al centro c’è l’Avvocato innamorato del talento pensante, dei calciatori che usavano la testa prima dei piedi, di un calcio elegante e ironico. Platini è stato il vertice assoluto di questa passione, l’unico per cui Agnelli ammetteva un sentimento non replicabile. Ma prima ancora c’erano stati Hirzer, Sivori, Boniperti, poi Del Piero, Baggio, Boniek: una galleria di amori raccontati con definizioni fulminanti, dove il calcio è stato linguaggio, stile, una scelta di campo estetica prima che sportiva. «La Juventus è la compagna della mia vita», diceva Agnelli, facendo del pallone la sua unica eccezione sentimentale. Giardini intreccia questa passione con la storia industriale e familiare: la Fiat, Edoardo Agnelli, la presidenza del 1923, la Juventus come progetto moderno, organizzato, quasi inglese. Un club cresciuto insieme al Paese e diventato dinastia, fino alla crisi, la rinascita recente con Andrea Agnelli, lo Stadium, Conte, i nove scudetti, Cristiano Ronaldo e una fine brusca e simbolica dopo il Covid. Una Juventus che non c’è più, o non ancora, un posto dove il calcio era ancora passione, potere e conversazione dice Giardini, prima che bilancio e governance.

Per questo Luciano Spalletti somiglia oggi a un trampoliere. Emanuele Gamba su Repubblica considera che a Bologna si sia vista la migliore Juventus di Spalletti. Ha vinto una partita da formazione matura, come quelle che sanno nascondere le imperfezioni ma, se ne vedono una negli altri, la puntano immediatamente. Ha deciso una riserva entrata da 3 minuti, Cabal, quasi a sottolineare l’insolita forza collettiva di una squadra che da tempo non giocava così bene (armonia, equilibrio, dosaggio di tempi e spazi), senza singoli a spiccare sull’impresa di gruppo. Italiano s’è inventato di tutto, compresa una difesa di soli terzini (Spalletti ha riabbracciato Bremer), ma i suoi si erano ormai spenti e non si sono riaccesi più, tant’è che alla fine ai bolognesi è sembrato di vedere la solita storia, quella della grande Juve che qui non perde dal 1998

Ivan Zazzaroni sul Corriere dello sport-stadio: Non è una Juve irresistibile, ma certamente migliore di quelle che avevamo visto fin qui. C’è un’idea, una buona idea.

 

 L’uomo forzuto   Lautaro Martinez

  Paolo Tomaselli sul Corriere della serai dice che l’Inter aggredisce la partita con il Genoa, in uno stadio dove non vinceva da 5 anni (con Conte) e la azzanna, manco fosse una puntata di Super Quark sul «Re della foresta»: che ovviamente è Lautaro, capocannoniere con otto gol e un sinistro prepotente anche nella sua costruzione. Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta resta cauto e attacca: Salutate la capolista, ma con moderazione e cautela perché la vittoria dell’Inter a Marassi contro il Genoa è stata convincente fino a un certo punto. Inter, Milan e Napoli stanno in fila indiana, una dietro l’altra. L’impressione, sempre la stessa, è che l’Inter sia la più forte, ma la superiorità va esercitata senza interruzioni di corrente, sennò si finisce beffati, come nello scorso campionato.

 

 Il coniglio dal cilindro   Davide Bartesaghi 

  Nove lettere e gioca in verticale. Ma per una consonante o due, Davide Bartesaghi non è un enigma. A Kickest si erano presi una sbandata per Davide Bartesaghi già tempo fa. Gli hanno dedicato un episodio della rubrica Cotte, figuriamoci dopo i due gol di ieri, il più giovane difensore italiano a segnare una doppietta dopo Paolo Maldini. Eh. Hai solo 19 anni e già qualcosa da raccontare al Roxy Bar. La sua struttura fisica e la falcata con cui solca la corsia non fanno più notizia. Ad impressionare è la delicatezza del suo mancino. Oltre alla pulizia tecnica e alla qualità in uscita, Bartesaghi è un elemento chiave nello sviluppo della manovra rossonera. Un laterale affidabile e difficile da saltare diceva Kickest dopo la partita con la Lazio, attribuendogli quel pizzico di malizia che si addice ai grandi giocatori

Con Franco Baresi in tribuna, racconta Luigi Garlando sulla Gazzetta, il Piscinin in campo è lui – e non alza neppure una volta la mano per chiamare un fuorigioco [satira politica]. Sul primo gol – dice Garlando – irrompe da sinistra sorprendendo il dormiente Walukiewicz e chiude sul secondo palo. Più bello ancora il raddoppio per la rotta matura che sceglie: si stacca dalla fascia, si accentra e va a piazzarsi al limite, dove gli arriva la palla che scaraventa in rete. Baresi applaude. Lasciamo stare i paragoni, facciamo finta di non vedere il doppio 3 di Maldini che porta sulla schiena, ma il ragazzo è cresciuto tanto e ha messo a sedere un acquisto da 19 milioni (Estupinan).

Oh, alla fine vedendo lui, vedendo Palestra a Cagliari, Circati a Parma, Terracciano a Cremona, Angori a Pisa, Ahanor all’Atalanta, ti viene il dubbio che se i ventenni sono pronti – ma guarda – gli allenatori li fanno perfino giocare. Certo, sono quasi tutti difensori. Non perché non nascano più i Del Piero., ma perché i giocatori con quel fisico nei settori giovanili li scartano. 

 

 Il fachiro   Nicolò Zaniolo

  Il passato contro cui si ribella Nicolò Zaniolo è una cartella clinica. Contro il Napoli si è rivisto un giocatore che mancava da sei anni. Non solo per talento, ma per dominio fisico. Gli hanno annullato un gol, ne ha sfiorato un altro, ma soprattutto ha cucito il gioco, ha dato senso agli strappi degli altri. Zaniolo non è più il cavallo elegante che galoppava a campo aperto. Ha dovuto scoprire il senso della fatica che ti sporca. Forse è meno bello di una volta, probabilmente è più vero della sua versione giovane. Le statistiche dicono che vince duelli in misura superiore al 92 percento dei suoi pari ruolo. Runjaić gli ha costruito un ruolo, lo tiene vicino alla punta e gli dà libertà di muoversi, di rifinire e di arrivare dove vuole. Finalmente Zaniolo ha una casa. Roma lo ha divorato, Firenze, Istanbul e Bergamo non lo hanno atteso, Udine gli ha offerto una terra neutra per rifiorire, senza aspettative messianiche. Forse il 10 che fu di Zico in questo posto pesa meno del sudore. Funziona. 

Zaniolo corre senza paura, entra nei contrasti, ama lo sforzo. Il corpo, prima della testa, ha smesso di proteggersi. Non c’è nulla della rinascita romantica, forse è una tregua temporanea, forse qualcosa di più stabile. Siamo così scottati che le certezze non prendono domicilio. Ma intanto Zaniolo è qui, presente, utile. Il suo rendimento – scrive Undici stamattina – lo rimette automaticamente nel giro dei giocatori osservati con attenzione dal commissario tecnico. La Nazionale ha bisogno di calciatori capaci di rompere gli equilibri, di creare superiorità numerica e di portare imprevedibilità nell’ultimo terzo di campo, caratteristiche che Zaniolo possiede in modo naturale.

 

carnet

I bassifondi di Soulé e la borghesia di Paz

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Roma-Como porta l’incontro tra due argentini che parlano la stessa lingua ma con due tempi diversi. Matías Soulé gioca come scriveva Roberto Arlt, con urgenza e attrito, con la necessità di lasciare un segno subito. Il suo sinistro sta in campo per forzare la realtà e piegarla. Ogni azione è uno strappo. «El futuro es nuestro, por prepotencia de trabajo» ha scritto Arlt, l’autore dei bassifondi e delle strade con il fango. César Aira lo ha persino definito “il più grande romanziere argentino” per la sua capacità di descrivere il caos nella modernità. Ha preferito la dinamite delle idee alla pulizia della forma. Così è per Soulé, certe volte il campo gli va stretto. Cerca l’uomo, lo provoca e lo sfida. Rientra, finta, accelera. Soulé è uno che ha sempre fretta. Nico Paz, invece, riceve, alza la testa e immagina. Il suo calcio è fatto di traiettorie morbide e passaggi che anticipano il movimento degli altri. Non forza mai la giocata, anzi, gli capita di rallentarla per poterla governare meglio. A lui calzano meglio Borges e quella frase nella quale «el tiempo es la sustancia de que estoy hecho», in fondo di tratta sempre di mondi costruiti con una precisione quasi matematica, con Paz siamo dentro contesti di labirinti ordinati. Due modi diversi di essere giovani, due modi diversi di essere argentini. Un talento nervoso e urbano, febbrile, perché Soulé vive nell’attrito; l’altro è più placido, geometrico. Che avete da fare stasera?

  ore  20.45   su Sky Sport

 

 

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Interpreti

   

Il cross di Nadia Battocletti

Nel mondo dei calciofili, se dici cross pensi a un pallone messo in mezzo. Nel mondo di Nadia Battocletti, il cross deve essere come un pallone messo in mezzo che lei stessa corre a prendersi e mette in porta. Pure ieri a Lagoa si è cucinata il resto della compagnia. Ha acceso il fornello subito, fiamma viva, e ha lasciato che il piatto prendesse forma giro dopo giro. A vederla in televisione sembrava una passeggiata, lo dice anche lei: «Chi mi vede pensa che mi venga tutto facile». Ma il cross – non quello del calcio – è un impasto sporco che entra nelle scarpe e nelle gambe. Il circuito portoghese – più Bmx che prato, curve a raffica, salite e discese come montagne russe – chiedeva mestiere prima ancora che motore.

I titoli europei nel cross sono saliti a sei tra junior, Under-23 e assoluti. Sei non sono un colpo di fortuna. A 25 anni ha capito quando stare davanti e quando farsi ingoiare, quando fare il segugio oppure scappare. L’attacco decisivo è arrivato a due km dalla fine, per un tempo finale di  24:52

Più domina, più Battocletti scansa la retorica. Ansia, tensione, stanchezza. Niente di niente. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera segnala che la prossima fatica non è una gara, ma l’esame di geotecnica il 30 dicembre, l’ultimo prima della tesi in Ingegneria e Architettura. Il giorno dopo si torna a correre, in un biennio che è stato un banchetto lungo: argento olimpico nei 10.000, bronzo mondiale nei 5.000, quattro record italiani tra pista e strada in cinque mesi. Il cross resta il suo posto sicuro, con la famiglia a bordo campo. 

Di posto sicuro parla Giulia Zonca su La Stampa, scrivendo che Battocletti ha memorizzato l’elenco di tutti gli errori possibili. Ora compara i percorsi a tratti di consuetudine. Se c’è il fango e il piacere di ballarci dentro come nelle garette da ragazzina, se il tracciato è più lineare e pettinato, vedi in Algarve, allora diventa il parco dietro casa, a Cavareno. L’atletica è il posto sicuro, gli affetti sono compagni di viaggio, il futuro è sostenibile, parola del cuore di una donna che pensa a case ecologiche, a consumi praticabili, a risposte alla crisi climatica. Intanto corre.

L’Italia ha vinto l’oro anche nella staffetta mista, ma Andrea Benatti su Queen Atletica eccepisce e scrive che se si allarga lo sguardo oltre le punte di diamante, il quadro cambia in modo netto. Nelle sei gare individuali, escluse quelle che hanno prodotto gli ori, l’Italia piazza un solo atleta nella top‑10: Lucia Arnoldo, decima nella U23 femminile. Poco altro. Il dato è chiaro, e non nasce da impressioni. Analizzando la media dei piazzamenti degli italiani, considerando tutte le categorie, edizione per edizione, emerge un trend inequivocabile: dal biennio 2015‑2016 in avanti il rendimento medio delle spedizioni azzurre peggiora costantemente. Di poco, certo. Ma peggiora ogni anno. Il problema è soprattutto maschile

 

 

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La Macchina del tempo 

 

 

E poi arrivò Jean-Marc Bosman

Il calcio europeo come lo conosciamo oggi nasce il 15 dicembre 1995. Nasce da una sentenza, non da una finale. Dentro un tribunale, non dentro uno stadio. La battaglia giudiziaria di Jean-Marc Bosman permise di abolire le quote sui giocatori comunitari e spezzò il vincolo che legava un calciatore a un club a contratto scaduto. Da lì in poi il mercato, la mobilità, il potere dei giocatori e la ricchezza del sistema non sarebbero mai più stati gli stessi. Jean-Marc Bosman, che quella rivoluzione l’ha provocata quasi per necessità, oggi ha 61 anni ed è una figura marginale in un mondo che grazie a lui è diventato smisuratamente più ricco. 

Nell’intervista concessa stamattina a L’Équipe, Bosman racconta la distanza vertiginosa tra l’effetto collettivo della sua battaglia e il prezzo personale che ha pagato. Ricorda come, per tutti gli altri, quella sentenza abbia significato libertà, opportunità, denaro: «Il cielo è blu, il mare è verde, la finestra è spalancata». Per lui no. Per lui la finestra è rimasta socchiusa, «e io sono rimasto un po’ agli arresti domiciliari».

Bosman ripercorre l’origine quasi accidentale del suo ricorso: l’impossibilità di trasferirsi dal Liegi al Dunkerque, la sensazione di un’Europa che garantiva la libera circolazione dei lavoratori ma non dei calciatori. Racconta di aver capito molto presto che quella scelta gli sarebbe costata la carriera, ma di non aver avuto alternative. La sentenza gli ha dato ragione su tutto, ma non gli ha restituito nulla.

Spiega che club, federazioni, FIFA e UEFA hanno prosperato grazie a quell’apertura senza precedenti, mentre lui ha attraversato decenni di difficoltà economiche, salute fragile, pensione minima. «Tutti hanno beneficiato della sentenza. Tranne me». La FIFPro, oggi potentissima, allora lo sostenne solo per evitare un accordo al ribasso; e dopo c’è stato il silenzio. Gli aiuti concreti sono arrivati col contagocce: una colletta organizzata con Didier Roustan, un gesto isolato e generoso di Adrien Rabiot.

Bosman non si dice dimenticato, ma «evitato». Sa che il suo nome è ovunque, che il Real Madrid ha costruito un’epoca anche grazie alla sua sentenza, tanto che scherza: «Con tutte quelle stelle, dovrebbero chiamarlo Hollywood Bosman». Ma nessuno lo invita, nessuno lo celebra. 

Oggi vive a Liegi, fa la spesa con il carrello, pensa ai figli. Chiede poco: un riconoscimento, chiede memoria, un atto di giustizia simbolica. Sa che il calcio non impara mai davvero dalle proprie storie. La sua ultima, amara vittoria.

 

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Oggi

 

 

Wright vs Van Leuven ai Mondiali di freccette

Noa-Lynn Van Leuven ha iniziato a considerare la transizione intorno ai 16 anni. Ha dichiarato alla Associated Press di aver sofferto di depressione in precedenza e che “non sarebbe qui” se non fosse stato per il cambiamento di genere. Van Leuven aveva giocato a freccette per nove anni prima della transizione e poi aveva smesso per diverso tempo. Lavora come chef. La sua partecipazione a eventi femminili ha causato le solite polemiche. Le ex compagne di squadra della nazionale Anca Zijlstra e Aileen de Graaf si sono dimesse per protestare contro la sua inclusione. In un’intervista del 2025 con Algemeen Dagblad, De Graaf ha evidenziato il calo dei suoi livelli di prestazione durante le mestruazioni e ha ritenuto ingiusto che le donne trans non affrontino le stesse difficoltà. Deta Hedman, che in precedenza si era rifiutata di giocare contro Van Leuven agli eventi della World Darts Federation, ha citato i soliti potenziali vantaggi biologici che le giocatrici in transizione potrebbero avere rispetto ad altre concorrenti donne. Il 28 luglio scorso la federazione mondiale ha annunciato modifiche ai criteri di ammissibilità che limitavano le competizioni femminili vietando di fatto alle donne transgender di partecipare a competizioni femminili. L’ad della Professional Darts Corporation, Matt Porter, ha difeso la politica dichiarando a Sky Sports: “Alla fine, abbiamo elaborato una politica che riteniamo equa. Rispettiamo il fatto che non tutti siano d’accordo e accettiamo che non sia una posizione accettata all’unanimità. Tuttavia, è una posizione che abbiamo adottato e che riteniamo equa”.

In seguito alla sentenza della Corte Suprema del Regno Unito del 2025 che ha definito l’uso dei termini uomo, donna e sesso nell’Equality Act 2010 come riferimento al sesso biologico, Porter ha ribadito la sua posizione e ha respinto qualsiasi piano per modificare le linee guida. La differenza rispetto agli altri sport è che Van Leuven ha ricevuto il sostegno dei campioni del mondo Luke Humphries e Michael van Gerwen. Prima del debutto al Grand Slam of Darts del 2024, Humphries ha espresso simpatia per la sua situazione e ha dichiarato che non stava infrangendo alcuna regola gareggiando. Van Gerwen, che ha giocato contro Van Leuven, ha detto: “Sa giocare dannatamente bene a freccette. Perché non dovremmo lasciarla giocare?

Oggi l’avversario è Peter Wright, due volte campione del mondo, scozzese. E’ diventato riconoscibile al grande pubblico per la sua colorata acconciatura in stile mohawk e gli abiti stravaganti che cambia fra un turno e l’altro. L’acconciatura dei suoi capelli richiede due ore per essere completata, se ne occupa Joanne, parrucchiera professionista, sua moglie. Snakebite è il suo soprannome, dalla sua bevanda preferita. In passato ha utilizzato freccette progettate per cambiare colore a seconda della luce. Sperimenta regolarmente diversi tipi di freccette, modificandone il peso e la forma degli steli. Ha trasformato il look in manifesto, ha vinto e perso reinventandosi mille volte. Ogni suo match al Mondiale è una domanda aperta: chi è oggi Peter Wright?

  ore  13 e ore 20   su Sky Sport

 

▥   Le due sessioni della giornata ai Mondiali di freccette propongono anche altre storie belle come quella di Mensur Suljović o di Simon Whitlock: sono tutte nella pagina dedicata allo sport di oggi in tv

 

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Katrine Lunde

L’ultimo atto di una carriera leggendaria si è chiuso come Katrine Lunde desiderava. La nazionale femminile norvegese di pallamano ha vinto il Mondiale battendo per 23-30 la Germania in finale. Henny Reistad, la capitana e la migliore giocatrice del mondo, le ha ceduto il posto e l’onore di ricevere il trofeo per sollevarlo. Il tributo finale a una fuoriclasse fuori dal tempo, 45 anni, numeri irreali, ancora decisiva in finale, migliore portiera del torneo. Lacrime, abbracci, inno nazionale. Ha parato il 47,2% dei tiri [86 parate]. «Sono stanca, sono stanca. È un momento di grande orgoglio», ha detto al quotidiano norvegese Dagbladet. «Ho come l’idea che il mio corpo non abbia capito bene che è stata l’ultima volta in campo. Forse passeranno alcune ore e probabilmente darò un urlo terribile nella notte. Sono una pentola a pressione. È stata una giornata strana, con un sacco di cose fatte per l’ultima volta. C’è stata tanta adrenalina che non ho avuto il tempo di pensarci. Mi sento vuota, adesso, ma molto felice». Ha vinto 21 medaglie in 23 anni, ha giocato 388 partite per la nazionale e 10 mondiali. L’anno scorso era stata la mvp delle Olimpiadi e degli Europei. In finale ha parato 14 tiri, il 41 percento del totale. E stamattina si è svegliata da ex. Chissà se poi ha dato l’urlo. 

 

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Il Teleco-Slalom

 

EUROGOL

21.00  Premier League: Manchester United vs Bournemouth – SKY SPORT 

Il Monday Night di Old Trafford mette di fronte un Manchester United in risalita e un Bournemouth che negli ultimi anni ha curiosamente trasformato il Teatro dei Sogni in un terreno di conquista. Lo United non vince da quattro partite di Premier [due pareggi e due sconfitte] e hanno subito due rumorosi 0-3 casalinghi consecutivi: nella storia del campionato inglese, nessuna squadra ha mai vinto a Old Trafford tre volte di fila segnando almeno tre gol. 

Jamie Jackson sul Guardian ricorda che il Manchester è finalmente più stabile, ha perso una delle ultime nove partite, un filotto che ha fruttato più punti di quelli raccolti nei precedenti quattro mesi. Con Amorim in panchina, l’attacco ha ritrovato continuità – due volte quattro gol segnati nelle ultime settimane – e “il triste bilancio dei 44 gol della scorsa stagione sarà sicuramente superato”. Restano le crepe difensive con i 22 subiti. 

A guidare la rincorsa è Bruno Fernandes, tornato centrale per produzione e leadership, mentre Mason Mount sembra finalmente ritrovare confidenza con il gol. Dall’altra parte, il Bournemouth arriva in flessione, sei turni senza vittorie e un attacco improvvisamente sterile. È una sfida tra orgoglio e leggerezza, tra una grande che prova a rimettersi in carreggiata e una piccola che sogna ancora di rovinare la notte di Old Trafford.

 Tutti i programmi di oggi 

 

 

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L’ultimo scroll

 

Il documentario su Peter Tangvald

Sembrava una vita da cartolina, vento pieno sulle vele e isole all’orizzonte, ma dietro il mito del marinaio libero Peter Tangvald si nascondeva una scia di silenzi, donne scomparse e figli cresciuti sul confine sottile tra avventura e abisso. Vincent Hubé su L’Équipe smonta con pazienza e inquietudine il fascino letterario della sua immagine romantica – il “Moitessier norvegese”, navigatore senza motore né radio, votato a una vita assoluta sul mare – mostrando come dietro di esso si nasconda una storia cupa, segnata da morte, dominio e solitudine. La vita di Peter Tangvald sembra idilliaca – scrive Hubé – sarebbe fuorviante.

Tangvald è stato un eroe per una certa cultura libertaria della vela, con le sue traversate in solitaria, il rifiuto della modernità, il culto dell’elemento naturale. Ma la sua traiettoria è stata attraversata da due morti mai chiarite – quelle delle mogli Lydia e Ann, scomparse in mare in circostanze opache – e da una lunga scia di famiglie spezzate. Non a caso qualcuno lo ha soprannominato il Barbablu del mare, definizione che sua figlia Virginia rifiuta ma che pesa come un’ombra.

Proprio lo sguardo di Virginia Tangvald ha tentato di ricostruire la verità, prima in un libro e poi nel documentario Les Enfants du large. «Il fantasma di nostro padre mi perseguita ancora» ha detto. E più indaga, più il dubbio si fa morale prima che giudiziario: «In un modo o nell’altro, ha ucciso delle persone perché le ha messe in situazioni che sapeva pericolose». La libertà assoluta di Tangvald si rivela così una forma di potere esercitato sugli altri – donne, figli – trascinati in una vita estrema e non scelta.

L’Équipe allarga poi lo sguardo alla genealogia: un nonno aviatore geniale e rovinato, un figlio [Thomas] che replica il destino paterno fino a sparire in mare a sua volta. Una grande avventura chiusa in un cerchio tragico, dove il mare è diventato da promessa trappola. Se quella di Tangvald era una ricerca di libertà o una fuga dalla civiltà ha chiesto un prezzo altissimo a chi gli stava accanto.

 

     

Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link 

Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico. 

 

           

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