L’ultima paura di Lando Norris

 

   

L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa

Franklin D. Roosevelt

 

  

La notte prima della corsa Mondiale

Le due di notte. Dodici ore. O nel frattempo sono diventate meno. Le sto contando da ieri pomeriggio, il numero mi gira in testa come un delta T negli ultimi giri. Dodici ore e poi: o sono campione del mondo o sono quello che non regge. Di nuovo. 

È buffo: ti siedi in una macchina che a trecento all’ora decide se fidarsi o non fidarsi di te, prendi un curvone in pieno con un muretto che ti guarda a un palmo dal casco, e il problema per tutti è se hai carattere, se vinci o no. Come se frenare a duecento o a centottanta non fosse già una dichiarazione di personalità.

La verità è che la paura non abita alla curva 8, né in quel muro alla sua uscita. La paura sta nel rettilineo che ti separa da quello che potresti diventare. È il momento in cui realizzi che l’occasione non è una cosa romantica: è un coltello appoggiato sul tavolo. Lo puoi impugnare o puoi guardarlo finché ti dicono che è tardi, che ormai lo ha preso qualcun altro. Io di coltelli lasciati in giro ne ho già qualcuno, e mi hanno tatuato addosso un’etichetta: talento fragile, bel sorriso, non è un killer. 

La camera d’albergo sembra più piccola del solito. Stesso letto, stesso cuscino che non va mai bene, stessa luce del comodino che fa finta di essere calda. Cambiano le ombre. Sul tavolino c’è la mia tazza viola, quella che da anni mi porto dietro, con un graffio minuscolo sotto il manico. Se lo tocchi senti il bordo. È un promemoria. Niente è perfetto, ma regge lo stesso.

Ho allineato le cose come sempre, solo che stanotte ogni gesto ha un rumore nuovo. Quel braccialetto che mi regalò un ragazzino al kartodromo una vita fa, il casco appoggiato sulla sedia come un invitato, il telefono in modalità aereo perché tutti hanno qualcosa da dirti, da consigliarti, da augurarti. Come se esistesse una frase capace di farmi frenare al metro giusto.

Alcuni dicono solo: Goditela. Non sanno che godersela in questo mestiere dura al massimo venti secondi, il tempo che passa tra la bandiera a scacchi e il momento in cui cominci a chiederti cosa dirai al team, ai giornalisti, al mondo. Il resto è lavoro, sono dubbi, sono piccoli esorcismi.

Ho una paura fottuta e non posso dirlo a nessuno. Non è paura di dover andare forte, quando mai, ho paura di arrivare all’ultimo stint e non avere più scuse, né nuvole, né safety car, né strategie sbagliate. Ci sono solo io con le mie mani, Verstappen con le sue e quell’idea che mi hanno cucito addosso: Lando è simpatico, Lando è veloce, Lando è un però. 

Fra poco spegnerò la luce. Farò finta di addormentarmi ascoltando il rumore dell’aria condizionata come fosse un motore al minimo. Vedrò la griglia, vedrò il via, e poi la prima curva, e poi l’ultimo giro. Non è premonizione. Provo la gara al buio, così domani quando il semaforo si spegnerà, avrò già fatto tutto almeno una volta.

Sta per finire questo stallo messicano come in un film di John Woo, o forse dovrei dire questo triello di Sergio Leone. Io non lo so se sono il buono, il brutto o il cattivo. Io so che sono Lando e ho fatto tutto quello che potevo. Se poi non basterà, diranno che non ho i nervi. Va bene. Che lo dicano. Ma ora nel buio di questa stanza, ora lo so cos’è che mette più paura. È scoprire finalmente chi sei, quando hai davvero un’occasione.

 

|     «Qualunque cosa succeda, resterà una rimonta storica»  [Laurent Mekies al Corriere della sera]

 

  Corriere della sera: Hamilton-Ferrari, tutto è andato storto  ➔  Giorgio Terruzzi scrive: Le treccine e gli abiti pirotecnici sembrano insegne fuori tempo, fuori luogo, di un personaggio che ha smesso di volare sul proprio talento. Arriverà un’altra Ferrari, nuove regole. Intanto abbiamo un matrimonio in frantumi, una sintonia con la propria squadra mai nata; con il proprio capo compromessa. Avrebbe voluto incidere: lettere e richieste accolte come pretese assurde; un entourage ingombrante; un rendimento mediocre. Tutto è andato storto

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