Il derby delle franchigie secondo Brera

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Finzioni

 

l’Arcipartita

  Cosa scriverebbe [forse] di Inter-Milan oggi

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Non mi chiedete entusiasmo, amici miei: subìto l’intempestivo e sgradevole salasso della nazionale, torna il campionato con il derby di Milano (24 + 22 eguale 46 punti) e quello della morta Aida tra Verona e Parma (6 + 8 eguale 14). Vige per i derby una norma curiosa, secondo la quale sarebbe destinata a perdere la squadra favorita: hanno un loro sgomentevole fascino che confonde i criteri più ovvii. Se la norma fosse fondata, il Milan trionferebbe di Sua Prepotenza l’Inter mentre più incerto resterebbe l’esito del confronto nel nome del Peppin Verdi, che si vantò lombardo esprimendo tutto il suo genio fra noi. Le glorie di Milano pedatoria sono in ballo in mezzo alla gnagnera sui molti castroni in maglia azzurra, le cui insipienze podologiche in difesa producono i soliti fallimenti che si manifestano quando si piega il giuoco nostro ai costumi altrui. Ora finalmente vanno accorgendosene tutti con entusiasmo, quand’io son stanco delle polemiche contro Santo Catenaccio.

Questo derby lo giocheranno in uno stadio – ahimé – destinato alla polvere due società ormai ridotte a franchigie, come dicono i miei corrispondenti più modaioli. Ai miei tempi — che voi mi rimproverate, ma erano tempi solidi — c’erano l’Angiolin Moratti e capitan Berlusconi: padroni veri, con il cuore a pezzi e il portafogli spalancato: non c’era bisogno di tradurre niente: il dialetto cumenda parlava il football.

Oggi abbiamo fondi, sigle, anonime gestrici di capitale che il campo lo vedono col drone, mentre io mi dispero che la vista da vecchio ulisside declina, e se non mi è familiare una sagoma ancora vado a leggere i numeri sulle maglie con un binocolo. Capiterà un giorno perfino che qualcuno, in tribuna, confonda la porta con uno di questi fregi quadrati che chiamate QR code. E allora a me viene una malinconia da pianura: quella brutta nebbia che resta sulle spalle quando capisci che il calcio di casa tua non è più brado o quasi fra boschi, rive e mollenti.

Sul piano tecnico, mi si chiede chi preferirei seguire, se il Lìder Max o il giovane Chivu, rumeno più o meno latinizzato. Io al Lìder Max voglio bene come si vuole a un massiccio alpestre che sa ancora leggere una partita a occhio nudo. È un tattico d’altri tempi, benché ringhioso: conosce le pieghe del gioco come le levatrici le mammelle delle mucche gravide.

Chivu l’è un bravo ragazzo: ma resta rumeno — e i rumeni sono fratelli nella disinvoltura con cui perpetuano i difetti, sono cuginetti latini ariosi, di mole molto maggiorata: misteriosamente rimasti nell’ambito latino a dispetto del gran numero di zingari e di unni finiti fra loro. Non me ne voglia la sinistra che parla con la boccuccia a culo di gallina: mi limito a constatare il folclore pedatorio. I rumeni picchiano, corrono, forcano, impiccano: e quando tentano di disciplinarsi lo fanno con quella buona volontà un po’ infantile che li rende simpatici e dannosi allo stesso tempo. Chivu ha assorbito gli schemi europei con fede, ma la sua squadra, a tratti, pare ancora un esercito in gita scolastica: si sparpagliano, si offendono, si perdono nei corridoi come impiegati di provincia al primo giorno in ministero.

Rispetto a molte sbolinate Inter che m’aricord, oggi si vede una macchina leggermente più rodata, a dispetto della confusione proprietaria: resta almeno un’idea di solidità, un filo di memoria genetica lasciata in eredità da Moratti e dai suoi antichi tormenti.  Io invito solo i fratelli bauscioni ad aspettar di sapere quanto pesino sui garretti dei nostri tognini le ruggini contratte fra aliti moldavi e norvegesi. Inorridisco all’idea di vedere il mitico Acerbi da Vizzolo Predabissi piombare sui fervidi calli del bailarin Modric, sulla sua bella faccia, il suo curriculum pregiato, per indurlo alla prima trincea a domandare dove stia il bagno.

Non è colpa loro: il calcio globalizzato li tratta come villici in gita. Ma, come dico da una vita, il pallone è plebeo e non sopporta travasi culturali: alla lunga si ribella, e lo fa con quella crudeltà infantile che gli appartiene.

Se fossi costretto a scommettere (non lo farò: ignoro del tutto i giochi di scommessa), direi che il Lìder Max finirà per incartare il derby come una toma stagionata. Chivu tenterà qualche svolazzo tattico, sperando che il fato lo gratifichi. Io osserverò da lontano: con la nostalgia dell’ultimo derby davvero nostro, quando in tribuna c’erano p

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