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L’ultimo scroll
Fare le squadre con la conta per la strada: pare non si usi più
Nella città di Partenope si chiama il tocco, anzi si chiamava. Si sa che ora il calcio in strada non si gioca più e per questo non nascono campioni. Quando però ancora si giocava – e però i campioni non nascevano perché mancavano le strutture e i ragazzi erano costretti a crescere in strada – quando ancora si giocava, si faceva il tocco per comporre le squadre. La pratica è diffusa in tutto il mondo e resiste pure sui campi e sui campetti. Sul giornale tedesco Die Zeit, Christian Spiller ha dedicato a questo gesto minuscolo e comune un editoriale, facendone lo spunto per una brillante riflessione sulla vulnerabilità umana.
Racconta che da quindici anni gioca in una squadra amatoriale: uomini fra i trenta e i cinquant’anni che ogni settimana, ogni lunedì, si ritrovano su un campetto, sudano, si divertono e bevono insieme qualcosa. Ma prima di cominciare c’è quel rito là, immutabile, il tocco, chissà come si chiama nelle altre città d’Italia e come si chiama in Germania. Due capitani, e via via i prescelti. I forti per primi. Gli altri dopo. Gli ultimi per ultimi.
Un meccanismo semplice, arcaico, che però apre crepe profonde. Perché quando hai quasi cinquant’anni, un lavoro, una famiglia, una vita piena, essere scelto per ultimo fa male. Spiller lo ammette: finora non gli è ancora capitato, ma comincia a sentire – scrive – “gli schianti avvicinarsi”. Inizia a contare mentalmente: chi verrà preso prima di me? Chi dopo? E immagina cosa succede dentro a chi rimane per ultimo, pur mantenendo un volto impassibile. Il tocco è un rituale crudele, dice, ma anche stranamente reale. Una piccola prova sociale che rivela tutto: il bisogno di essere visti, la paura di essere ignorati, la gioia di sentirsi utili, la consapevolezza che siamo diversi, e che insieme si gioca comunque.
Pare di capire che nelle scuole e nei club giovanili di Germania questo metodo sia in disuso, così dice Die Zeit con quel tono da non ci sono più gli adolescenti di una volta. Non si usa più per evitare umiliazioni, si legge, per non generare traumi gratuiti. I gruppi vengono sorteggiati o decisi dagli allenatori. È meno doloroso per i singoli, ma spesso porta a squadre sbilanciate. Eppure, nota Spiller, il paradosso è proprio lì: la scelta brutale genera quasi sempre le squadre più equilibrate. E dentro quei cinque minuti c’è un concentrato di vita vera — ambizioni, paure, relazioni sociali, ruoli — che nessun sorteggio potrà mai replicare. Perciò, chiude, vale forse la pena continuare a scegliere così. Anche se prima o poi toccherà a lui essere l’ultimo. E forse — dice con un certo sollievo — quando accadrà non sarà poi così terribile.