Il titolo al Mjällby
In un angolo di costa svedese dove il vento sa di sale e di legno umido, un villaggio di 1.500 abitanti sta per compiere un prodigio. A Hällevik, casa del Mjällby AIF, il calcio ha preso la forma di una storia che nessuno aveva previsto. Una squadra nata tra i pescherecci e il silenzio del Baltico sta per vincere il campionato. “È solo questione di quando, non di se”, scrive Michael Cox su The Athletic. Undici punti di vantaggio, quattro partite da giocare. Un miracolo che per proporzioni viene paragonato al successo del Leicester 2016.
L’impresa è doppia. Primo: un club come il Mjällby non dovrebbe neppure trovarsi nella parte alta della classifica. Il suo budget è stimato intorno al 15% di quello del Malmö, l’impero del calcio svedese. A guidarli c’è Anders Torstensson, 59 anni, insegnante e allenatore a intermittenza, al suo terzo ritorno in panchina. Al suo fianco, Karl Marius Aksum, un ricercatore con un dottorato sulla percezione visiva nel calcio. “Sembra l’inizio di una barzelletta” dice The Athletic. In effetti loro ridono, gli altri no.
I nuovi acquisti sono stati scelti più con la logica dei dati che con quella dei sogni. Abdoulie Manneh, attaccante gambiano, è di quelli che hanno trovato spazio in questo laboratorio tattico. La seconda parte del miracolo è che Mjällby è in cima “nonostante i numeri”. I famosi expected goals, i gol attesi calcolati sulla scorta del tipo di occasione creata, raccontano una storia diversa: la squadra ha solo il settimo valore della lega. In teoria dovrebbe essere a metà classifica. In pratica ha fatto collassare le previsioni.
Cox spiega che “stanno vincendo con un’efficienza quasi mistica”. Non è una squadra di catenacciari o di fortuiti rimbalzi. Giocano un 3-2-4-1 elegante e compatto, con un centrocampo che combina passaggi rapidi e due esterni che corrono come i bambini sulla spiaggia quando vedono il mare. Elliot Stroud, mancino, segna da ogni angolo. E quando gli avversari perdono palla, il Mjällby si riversa in avanti con furia, ma una furia geometrica. “Costringono le difese a concedere tiri puliti, nitidi, senza caos”.
La vera forza è dietro. Da 17 partite consecutive, il parametro dei gol attesi dice che dovrebbero averne subiti di più. È come se giocassero dentro un incantesimo difensivo. “Sono così compatti che raramente un tiro arriva senza la pressione di tre o quattro maglie gialle addosso”.
E poi viene il portiere, si chiama Noel Törnqvist, 23 anni, 1 metro e 98, caschetto protettivo alla Petr Čech, riflessi che “sembrano scritti in un codice binario. È bravissimo nelle uscite uno contro uno, fulmineo nel chiudere l’angolo”. Un solo errore in tutta la stagione, un calcio di punizione da lontano. Tanto è bastato perché la Svezia lo chiamasse in nazionale e il Como di Cesc Fàbregas lo comprasse, lasciandolo in prestito fino al trionfo.
In 21 delle 26 partite, il Mjällby è passato in vantaggio. Quando gli avversari devono inseguire, sbattono contro il muro. Kim Hellberg, tecnico dell’Hammarby, l’ha detto così: «Hanno ottenuto un risultato eccezionale, molto più di quanto i numeri dicano».
Resta un’ultima tentazione: il record assoluto di punti nella storia dell’Allsvenskan. Ne mancano cinque. Se ci riuscissero, scrive Cox, “non sarebbe solo perché hanno infranto i pronostici — ma perché sembrano aver infranto la legge stessa degli expected goals”.
Fulvio Paglialunga sul Foglio racconta: “Dicono i protagonisti che per arrivare allo stadio bisogna superare un campeggio, il museo della pesca, un paio di ristoranti e, poi, “quando non puoi più guidare vuol dire che ci sei, siamo lì”. Lì dentro si trovano un direttore sportivo che per tre anni si è mantenuto con la fattoria di famiglia e ha lavorato senza stipendio, un allenatore che anni fa aveva smesso per intraprendere prima una carriera nell’esercito e poi come preside, un vice allenatore che non aveva alcuna esperienza prima e che fa fruttare il suo dottorato di ricerca in percezione visiva. Se, invece, cercate il responsabile dello scouting, sappiate che abita a sei ore di macchina da lì, lavora da remoto e dalle 6.30 alle 15 lavora come postino”.
Edoardo Michelucci su Sportellate conclude che “il senso del calcio però, ce lo può spiegare chiunque. Senza la spocchia di chi pensa di saperne di più, dovremo sederci e ascoltare. Scopriremo che ad alcune latitudini insolite, il senso del calcio l’hanno conservato meglio di noi”.