Lo Slalom del 24 agosto | Cosa leggere, sapere e vedere

 

   

Dove vai, tu, America, la notte, nella tua macchina scintillante?

Jack Kerouac

 

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#1 giorno a Newcastle-Liverpool

 

L’attesa dell’America per un campione da Slam

Il tennis americano visto da qui è uno di quegli impasti di lievito messi nell’altra stanza a riposare, all’ombra, senza nulla attorno che possa disturbarli, ricoperto da uno strofinaccio. Non si entra, non si tocca, non si parla. L’impasto sta crescendo da più tempo di un qualunque casatiello e qualcosa si intravede. Gli USA sono di nuovo il paese con il maggior numero di giocatori fra i primi-100 in classifica. Ne hanno 14, uno in più della Francia, cinque in più dell’Italia, sette in più della Spagna. Ma non hanno Sinner, non hanno Alcaraz. Non c’è un americano che vince uno Slam dai tempi di Andy Roddick [Flushing Meadows 2003], mentre le donne ne hanno messi insieme tre da quando Serena Williams ha smesso di aggiungere il suo nome negli albi d’oro. Madison Keys è tornata a casa con la coppa da Melbourne, Cori Gauff ha preso quella di Parigi, Amanda Anisimova è arrivata in finale a Wimbledon prima di accorgersi che la stava giocando senza giocarla [0-6 0-6 da Iga Swiatek]. Ma gli uomini? 

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Serena Williams e Maria Sharapova hanno fatto pace

Colpo di scena. Ma proprio un gran colpo di scena. Ma proprio un grossissimo colpo di scena. Quando Maria Sharapova si è presentata ieri sera a Newport, Rhode Island, la città dove ha sede la Hall of Fame del tennis, il discorso di accettazione per il suo ingresso del club delle grandissime di sempre è stato tenuto da Serena Williams. Una spiritosissima Serena Williams. «So che probabilmente sono l’ultima persona che vi aspettereste di vedere qui stasera – ha detto dopo un applauso forte – onestamente qualche anno fa, probabilmente, avrei detto la stessa cosa anch’io».  

Serena stessa ha spiegato cos’è accaduto. «Qualche mese fa, Maria mi ha scritto un messaggio dicendomi che aveva bisogno di parlarmi. Quando l’ho chiamata, mi ha chiesto se potevo presentarla alla Hall of Fame. Prima ancora che potesse finire la domanda, ho detto di sì, forte, subito, con tutto il cuore. Proprio perché si tratta di lei». 

Il principio della rivalità – qualcosa di più di una rivalità – è noto. La prima delle cinque vittorie Slam di Sharapova arrivò a spese della più piccola delle sorelle Williams: 6-1, 6-4 sul Centre Court di Wimbledon. «Ancora oggi lei lo definisce il momento più alto della sua carriera. Ancora oggi – ha detto Serena alla cerimonia – la considero una delle mie sconfitte più dure». 

Williams si sarebbe vendicata di Sharapova per il resto della carriera, vincendo i loro ultimi 18 incontri e 20 su 22 in totale. Quando la sbranò in poco più di un’ora alle Olimpiadi di Londra, Concita De Gregorio su Repubblica scrisse che la russa le era sembrata come una ballerina del Bolshoi lasciata sola in una stanza con la tigre dai denti di sciabola

Ma resta il fatto – ha scritto stamattina il magazine Tennis – che la storia di nessuna delle due giocatrici è completa senza l’altra.

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Gli odori e i rumori di Flushing Meadows

Marijuana e banane fritte, i freni dei treni e il rombo degli aerei

AGOSTO 2023  |  Quando lo Us Open se ne andò dal West Side Club di Forest Hills a Flushing Meadows, il tennis era da dieci anni come lo conosciamo. I professionisti erano rientrati nel circuito, la tv stava rendendo popolare questo gioco aristocratico, cadevano uno alla volta certi antichi steccati fra la tradizione e la modernità. Il torneo di New York s’accorse di aver bisogno di una nuova casa. Quella in cui si era trattenuto dal 1924 non bastava più. Gli spogliatoi erano diventati troppo stretti, il pubblico si lamentava dei parcheggi, alla federazione americana stavano arrivando candidature improbabili per subentrare, una da Charlotte, una dalla Carolina del Nord, una da Louisville.

I campi al Queens salvarono la città, lo Slam si spostò di qualche chilometro più a nord. Il presidente della federazione era William Hester, un ex giocatore del Mississippi diventato petroliere. Aveva notato uno stadio in disuso dentro il Flushing Meadows Park, il luogo che aveva ospitato le Expò del 1939 e del 1964. Il futuro veniva dal passato.

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 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   In Inghilterra la caduta del Manchester City e i primi gol di Gyokeres all’Arsenal – In Spagna la celebrazione del Real a Madrid e del Barcellona a Barcellona – In Francia il caso Rabiot – In Italia l’inizio del campionato

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I temi del giorno

 

   

Cosa ci dice del Napoli la vittoria sul Sassuolo

  Non ci credete, non ci dovete credere. Ingannevoli sono le estati napoletane più di ogni altra cosa. Raffaele La Capria l’ha detto meglio di tutti in Ferito a morte, dove la bella stagione è «una pioggia di dardi luminosi che il mare rimanda dalle imposte socchiuse». È una tentazione, la bella stagione, un invito da cui fuggire, una promessa che non si riesce a mantenere. 

Nessuna promessa sa mantenere il Napoli da tre-quattro belle stagioni a questa parte. Neppure alle minacce è rimasto fedele. Ha vinto uno scudetto storico dopo un trentennio con Spalletti nell’istante in cui si separava dai suoi migliori calciatori, via tutti insieme Koulibaly, Mertens, Insigne, Fabian Ruiz. Ha vissuto il peggior campionato dell’era De Laurentiis quando l’anno dopo partiva da favorito nelle famose griglie, le griglie che dopo un po’ diventano carta da falò per le grigliate. Aveva tenuto Osimhen e Kvara, la squadra gioca a memoria – si diceva – potrebbe allenarla chiunque. Non chi fu scelto. E l’anno dopo ancora – via Osimhen, via strada facendo persino Kvara – il terzo Napoli ingannevole è andato a rivincere il titolo, due volte in tre anni come solo il Grande Torino fuori dal triangolo Inter-Juventus-Milan.

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IL LANCIO DI COLTELLI   Gimenez

    Più sorprendente è stata la sconfitta del Milan al debutto stagionale in casa: non accadeva dal 26 agosto 2012. In quel caso a San Siro aveva vinto la Sampdoria, anche allora c’era Allegri in panchina. Fabio Licari sulla Gazzetta ha scritto che pare davvero incomprensibile quello che succede a Gimenez, dopo essere stato strappato per una trentina di milioni al Feyenoord come salvatore della patria”

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Non c’è un gran ricordo di Herrera in casa Marchini

 ➣  Simona, la sua era una famiglia di romanisti?

«Non direi proprio! Mio padre, che era nato in Umbria, da ragazzino era della Fiorentina, poi ovviamente si è legato alla Roma, come tutti noi. Venne coinvolto in questa avventura inaspettatamente, diciamo che è stato incastrato! Si è ritrovato a gestire una società indebitata e disorganizzata, non esistevano nemmeno le cartelle cliniche dei giocatori. Fece il possibile per dare un minimo di ordine, ma il vero problema è stato Herrera».

 ➣  Il Mago?

«Lo chiamavano così, ma era un personaggio veramente pessimo, avido e tirchissimo, con un contratto folle ereditato dalla gestione precedente. Nei rimborsi spese del lunedì mio padre si ritrovava sempre queste voci: candela per la Madonna, giornale sportivo, acqua minerale. Angelo Moratti lo aveva avvertito: “Alvaro ti metti in un bell’impiccio, io ho dovuto lasciare l’Inter per liberarmi di lui”».

 ➣  Però ha ceduto Capello, Spinosi e Landini alla Juve, facendo imbestialire i romanisti.

«Quella è stata proprio una porcheria di Herrera. Mio padre non aveva nessuna intenzione di venderli, gli era arrivata la proposta e sapeva che l’operazione alle casse della Roma avrebbe fatto comodo, ma quei tre erano forti. Decise di parlarne con Herrera che gli disse: “Venda venda, Capello ha il culo basso ed è tutto rotto, Landini è giovane ma è già finito. Lei li vende, mi dà un po’ di milioni e io dico che ho appoggiato l’affare”. Papà era nauseato, ma doveva risanare il club e accettò. Peccato che poi Herrera si affrettò a dire che Marchini gli aveva venduto i migliori, facendo una campagna schifosa: ci ritrovammo i tifosi sotto casa con i bastoni. Mio padre ci rimase malissimo».  – intervista di elisabetta esposito, La Gazzetta dello sport

 

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Dai campi

 

Cuba. ancora tu

Trent’anni fa la scena era diversa. Cuba dominava, l’Italia era in ascesa. Cuba aveva vinto i Mondiali del 1994 e 1998 riprendendo il filo di una radice e di una tradizione [oro nel 1978, argento nel 1986]. L’Italia era stata al massimo una sporadica presenza sui podi europei con due bronzi [1989, 1999] e un argento [2001]. Cuba aveva potenza e tecnica, l’Italia aveva Elisa Togut, Eleonora Lo Bianco, Francesca Piccinini e un clima vivace, ai confini con la turbolenza. AI Mondiali del 2002, il c.t. Bonitta aveva deciso di lasciare a casa Maurizia Cacciatori, la testimonial dell’intero movimento. 

Quel torneo prese una piega inattesa dopo un girone nel quale le azzurre persero due partite su tre: 1-3 da Cuba, 2-3 dalla Russia. Erano quasi fuori. Passarono ai quarti come una delle migliori piazzate al terzo posto, batterono la Corea del sud ai quarti, la Cina in semifinale e le USA al quinto set nella partita per il titolo, con otto palloni messi a terra da Togut. Quelle USA che avevano buttato fuori le cubane ai quarti di finale. 

L’Italia – scrisse Corrado Sannucci su Repubblica – ha avuto grandezza e fortuna. Nell’allenamento di sabato si era infortunata Keba Phipps, la dominatrice per anni del campionato italiano e la giocatrice intorno alla quale era stata costruita questa nazionale americana. Una pallonata le ha procurato un versamento in un occhio, è scesa in campo sfilando con le compagne poi si è seduta malinconicamente in panchina. Senza di lei è arrivata comunque la prima sconfitta del torneo, dopo dieci vittorie consecutive.

Come ricorda iVolley Magazine, fu la partita di Coppa del mondo 2007 a ribaltare le gerarchie, quando Tismary Agüero giocò per la prima volta da naturalizzata italiana contro le sue ex compagne. Il match del 2002 – si legge – fu una lezione per un’Italia in crescita; quello del 2007 segnò il suo trionfo; la sconfitta del 2010 fu un passo falso in un percorso glorioso. Oggi, l’Italia è una potenza consolidata, mentre Cuba cerca di ritrovare il suo posto, con una formazione di giovanissime.

I Giochi di Pechino del 2008 furono il culmine di uno scontro diplomatico e politico nel suo nome. Nel pieno dell’Olimpiade in Cina, la madre di Aguero [Dulce Fedora] era in fin di vita. Cuba trattò la pallavolista da traditrice della patria negandole per giorni e giorni la possibilità di tornare a casa per un ultimo saluto, concedendolo quando ormai era tardi. 

Siamo tutti fragili, quando la partita sta finendo – scrisse Emanuela Audisio su Repubblica – e serve solo un abbraccio. Tai non vede la madre da sette anni, dal 2001. Data della sua fuga, durante un ritiro della nazionale di Fidel in Svizzera. Un tradimento, per Cuba, mai perdonato. Scappi? E allora vattene per sempre, sei una reietta, non tornare più. Il padre di Tai Aguero è morto, lei ha lasciato cadere lacrime da lontano. Visto vietato, anche per i funerali. Al dolore non è concesso permesso d’entrata, né il tempo di un addio. Devi tenerti tutto dentro, stare zitta, urlare quando nessuno ti vede.

Con un’altra vittoria dopo quella sulla Slovacchia e un successo contemporaneo del Belgio, l’Italia a ora di pranzo potrebbe già trovarsi agli ottavi di finale. Nervini che forza” titola La Gazzetta, giovane e sfrontata: è il jolly di Velasco

Il lavoro che fanno l’indice e l’alluce

Se è vero che il diavolo si nasconde nei dettagli, come sembra aver detto una volta Goethe e come sostiene la Toyota nelle sue pubblicità, allora in questo dettaglio pallavolistico è andato a metterci le corna, la coda, il fuoco, il forcone e tutto il resto della sua iconografia. 

Il dettaglio è quello descritto da Andrea Lucchetta ai 600 allievi del suo Summer Camp e raccontato in un’affascinante analisi per l’ultimo numero di Supervolley. Esiste una correlazione unica e sorprendente, eppure a suo dire fondamentale per il buon risultato dei gesti tecnici, tra l’indice della mano e l’alluce del piede. Un dialogo nascosto tra il dito che indica e quello che spinge. 

Pensateci bene – dice Lucchetta – l’indice non è affatto un semplice dito. È un vero e proprio strumento multifunzionale, un radar, un mirino, un linguaggio corporeo silenzioso ma incredibilmente potente. Quando la palla arriva dall’alto, l’indice della mano sinistra è il primo a entrare in azione. Punta, disegna traiettorie invisibili nell’aria, anticipa ogni movimento. È come se si rivolgesse direttamente al vostro cervello, dicendo: “È lì! Prepara il corpo per il colpo perfetto!”, che sia un attacco fulmineo o un’alzata precisa. Nel palleggio, l’indice diventa il protagonista assoluto. Insieme al pollice, forma una “cornice”, una vera e propria finestra attraverso cui leggere il gioco. È lì che indici e pollici, allineati agli alluci, accolgono quel “cuoricino” che scende, ma mai al di sotto della linea degli occhi. MAI !! Da lì, la palla risale con una spinta cinetica che coinvolge tutto il corpo, unendo gli alluci allineati agli indici. Il gesto si completa con una “rottura” del cuore spingendo la palla con pollici, indici e altre dita per dare sostegno e stabilità alla direzione della palla, che parte veloce come un razzo, liberata con una potenza tale che, in certi casi, può far letteralmente decollare gli alluci da terra. Questo dito, all’apparenza così semplice, si rivela quindi un pilastro essenziale nella percezione, nella precisione, nella potenza e nel completamento di ogni singola azione

Il pezzo è lungo due pagine, piene piene piene di suggestioni [ci si abbona e si acquista qui] ma un altro piccolo passaggio interessante che si può anticipare dice: L’indice è un piccolo, ma grandissimo, protagonista in ogni movimento che conta. Ma mentre l’indice lavora in alto, è a terra, in basso, che l’alluce prende il controllo del campo, orchestrando un’azione altrettanto fondamentale. Nella rincorsa, il piede destro si carica: il tallone si ancora saldamente al suolo, mentre l’alluce si orienta, quasi come un puntatore invisibile, verso l’obiettivo in alto. È proprio qui che il corpo trova il suo primo, cruciale, equilibrio dinamico. Questo avvio di potenza si estende dal tallone in una spinta propulsiva attraverso l’avampiede, culminando in uno stacco potente e preciso, grazie all’alluce che si allinea idealmente all’indice sinistro lassù

Poi entrano in gioco anche le scapole, la cuffia dei rotatori, l’avambraccio, il polso, ma tutto parte da li, da quel filo sottile e decisivo tra ciò che si guarda e ciò che si fa. L’indice e l’alluce non sono solo due estremi del corpo. Sono i terminali di una rete incredibilmente complessa, la spina dorsale del gesto, la firma silenziosa di un movimento intelligente. Quando impariamo a farli “parlare” tra loro, il nostro corpo diventa più reattivo, più stabile, più pronto a ogni sfida. La prossima volta che salterete per un attacco, riceverete una palla impossibile o difenderete con ogni fibra, chiedetevi una cosa fondamentale: dove sta puntando il mio indice? E dove mi sta portando il mio alluce?.

Diario thailandese

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  Le sorelle Haak e il debutto della Svezia

Gli Europei del 2023 furono quelli delle sorelle Bošković da Bileća, un posto che durante la guerra di Bosnia era sinonimo di carceri. Nella stazione di pubblica sicurezza, nella casa dello studente, nei seminterrati, nei campi, nelle scuole, rinchiudevano i civili per torturarli. Quando finalmente l’orrore finì, in una caserma militare della città andò per un periodo a nascondersi Ratko Mladić. Le sorelle Bošković, Dajana e Tijana, erano due bambine di 10 e 7 anni. Sarebbero andate via dopo altri sette in direzione Belgrado, per giocare a pallavolo. A Bileća si poteva giocare a pallacanestro o fare karate. 

Con il suo passaporto bosniaco Dajana tirò dritto dopo il liceo verso l’America, usò la pallavolo per andare a studiare in un college USA, a sua sorella più piccola la Serbia offrì una maglia nella Nazionale giovanile. Hanno giocato più di una volta l’una contro l’altra. Velibor Jotanovic su Demotix scrisse che non è un evento comune vedere due sorelle giocare per paesi diversi, specialmente in questa regione dove il nazionalismo è ancora forte. Eppure, qualcosa del genere sembra possa accadere solo nei Balcani dai confini disordinati, dove c’è stata molta angoscia nel corso della storia. Le guerre del passato sono state proprio chiamate fratricida.

I Mondiali di Thailandia sono invece quelli delle sorelle Haak. Isabelle è una delle opposte più forti al mondo, ma non ha mai avuto attorno una Nazionale all’altezza per giocare nell’élite. Questo è il Mondiale dell’esordio, e con lei c’è Anna, tre anni più grande, nata però a Mulhouse in Francia, studente universitaria prima a Miami e poi a Milwaukee. La Francia era il paese di papà, Béziers, vicino Montpellier, in Occitania. Lui è morto quando loro erano bambine. Isabelle ha aperto il suo torneo segnando 31 punti in cinque set contro l’Olanda [ma con sconfitta].

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Farsi ingannare dal suo volto angelico, dal sorriso spontaneo, dalla semplicità con cui parla in un inglese fluente e dagli occhi dolci è l’errore più banale che un’avversaria può commettere quando incrocia dall’altra parte della rete Isabelle Haak. Che di svedese ha certamente tutto, incluse la fisionomia e la ricerca della puntualità tecnica che sfora nella ricerca della perfezione, e a queste sue origini nordiche aggiunge la corazza mediterranea e la “garra” dei popoli sudamericani. C’è il mondo dentro questa giocatrice magnifica, collezionatrice di titoli e di record, capace di trasformarsi in una cannibale nei momenti che contano. sceglie tre aggettivi per descriversi. «Energetica, potente e gioiosa». – di giorgio marota, Supervolley, giugno 2023

    Il dominio del Camerun sulla scena femminile della pallavolo [tre titoli continentali consecutivi fra 2017 e 2021] ha dovuto affrontare il ritorno al vertice del Kenya e della sua lunga tradizione [10 ori africani nella storia]. Così, nel paese si sono rimessi a studiare. La federazione ha aderito al programma FIVB Empowerment, utilizzando gli 84 mila dollari di stanziamento nel Camerun Coach Support Project, un corso di formazione per allenatori locali affidato a Paulo de Tarso Milagres, nulla a che vedere con i miracoli, né con folgorazioni lungo la via di Damasco: un tecnico brasiliano con un curriculum in 12 club differenti e parecchio vincente in tutte le categorie. Al debutto ieri è arrivata una sconfitta contro il nuovo Giappone, preso per mano dalla diciannovenne Miku Akimoto, che sarà bene cominciare a considerare come the next big thing. 

  C’è un volto nuovo nella Turchia di Daniele Santarelli, ma soprattutto c’è un braccio nuovo. Yaprak Erkek ha esordito in un Mondiale guidando l’attacco nella vittoria per 3-0 sull Spagna e segnando 15 punti [11 dall’attacco, due muri, due ace], uno in più della stella Melissa Vargas e tre in più dell’altra formidabile schiacciatrice Ebrar Karakurt. 

  La Cina si è presa uno spavento contro la Bulgaria quando ha perso il primo set. La rimonta è stata guidata da Zhuang Yushan [23 punti, con due muri e un ace] e Wu Mengjie [19 punti, con quattro stoppate e un ace]. Tijana Boskovic ne ha fatti 18 per la Serbia, Magdeleine Stysiak è arrivata a 29 contro il Vietnam. 

  Oggi ci sono due partite fra squadre che hanno vinto all’esordio, decisive per il primo posto nel girone: USA vs Argentina nel gruppo D, Brasile vs Francia nel gruppo C. Pure le USA hanno due sorelle in squadra, sono Avery e Madison Skinner, le artefici della rimonta sulla Slovenia dopo un set perso. 

 

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Interpreti

 

  

Carlos D’Ambrosio

Due ori, un argento e cinque bronzi. Quando manca ancora l’ultima giornata di gare, questo è il bilancio della Nazionale italiana di nuoto ai Mondiali jr. Gli ori sono arrivati con Carlos D’ambrosio nei 200 stile libero e con primato italiano [1:45.15] – la gara in cui Giorgio Lamberti fece il record del mondo 36 anni fa – e poi con Daniele Del Signore nei 50 dorso [24.91]. 

C’è ancora una chance da podio – di quelle grosse grosse – per Carlos D’Ambrosio oggi nei 100 stile libero. In semifinale ieri ha nuotato il secondo tempo in 47.86 alle spalle del britannico Jacobs Mills [47.74]. Quattro delle otto medaglie sono arrivate finora da staffette: l’argento della 4×100 stile libero maschile, i bronzi della 4×200 stile libero femminile, 4×100 stile libero mista, 4×200 stile libero maschile. In tutt’e tre quelle maschili ha nuotato D’Ambrosio. Nella semifinale dei 50 stile libero femminili, la 15enne Alessandra Mao ha battuto il record italiano della sua categoria [25.62] ma è rimasta fuori dalla finale. Ranisti avversari in arrivo: il tedesco Jan Malte Grafe ha nuotato i 50 rana in 26.95 togliendo il primato mondiale jr a Nicolò Martinenghi. Resisteva dal 2017. È un tempo che valeva un posto fra i primi otto agli ultimi Mondiali assoluti di Singapore. 

Il tedesco – scrive Swima Swam – ha dominato la propria batteria, lasciando il segno con una nuotata alta sull’acqua, che richiama quasi l’illusione ottica dell’efficacia della spinta e dalla continuità della farfalla.

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Meneghin al Quirinale

 ➣   Tanjevic, quali sono i veri fenomeni che ha allenato?

«Sono troppi. Ho avuto a che fare con grandi uomini e grandi giocatori. Si immagina che ho allenato tre anni Dino Meneghin? Un orgoglio più grande di questo non si può! Per me sarebbe un fantastico Presidente della Repubblica come signorilità, educazione, modestia, onestà». intervista di giulia arturi, La Gazzetta dello sport


     

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