Il campionato delle felicità imperfette
Otto delle dieci squadre che hanno più speso in estate abitano qui, compreso cinque delle prime cinque. Sette dei dieci colpi più costosi sono arrivati in Premier League, il campionato che da tempo chiamiamo la NBA del calcio per la ricchezza e per la profondità delle stelle ingaggiate. Il grande paradosso è che solo l’anno scorso con Rodri – e non senza discussioni – il campionato inglese ha riportato dentro i suoi luccicosi confini un Pallone d’oro, a distanza di 23 anni da Michael Owen. La Premier è stata nell’ultimo periodo più un colossale laboratorio di idee, un museo di grandi teste dedicate al pallone, dove hanno residenza due dei cinque allenatori candidati al premio dell’anno [Arne Slot, Enzo Maresca], dove esercitano il mestiere professionisti arrivati da undici paesi diversi con l’egemonia della Spagna [quattro] e del suo profeta massimo.
È il campionato che ha prodotto la prima squadra campione del mondo nella versione XL [il Chelsea] ma pure quello che in fondo ha vinto solo una Champions delle ultime quattro e tre delle ultime tredici. Non tutte le sterline spese riescono col buco e spesso averne in abbondanza aiuta gli inglesi a scialacquare. Ma senza dubbio è questo “il palcoscenico culturale pop dominante al mondo” come dice stamattina Barney Ronay sul Guardian per il campionato che comincia. “Non importa quanto sazi si possa essere alla fine dell’ultima stagione, ci sono sempre un rinnovamento e una nuova fame”.
Eppure, dentro un perimetro che negli ultimi otto anni ha premiato sempre e solo il Manchester City e due volte il Liverpool, la scena stavolta appare mutevole, tira un’aria di “cambiamento di rotta, di linee che si dissolvono, una Premier League che per la prima volta è accompagnata da presagi” scrive il Guardian.
Due cose significative sono accadute quest’estate. La prima è la spesa di 2 miliardi di sterline a due settimane dalla fine del mercato, quasi un record, la cifra più alta di sempre dopo il 2023, superiore alla somma degli acquisti fatti negli altri grandi paesi dell’élite. Una dimostrazione di forza che ha coinvolto pure i campioni in carica dentro una diffusa tendenza al ricambio e al riequilibrio dei bilanci.
La seconda è la causa della prima: l’invasione della FIFA sulla scena dei club, le ingenti somme di denaro pompate da finanziatori dell’Arabia Saudita nel circoletto delle solite note, “alterando l’equilibrio interno delle entrate” scrive il Guardian.
Le 32 partecipanti al torneo negli States hanno speso da sole un miliardo e 200 milioni – lo faceva notare qualche giorno fa il quotidiano sportivo spagnolo As.
Eppure, come dice Ronay, su questo Florian Wirtz comprato per 116 milioni di sterline, su questo Hugo Ekitiké per 79, su questo Benjamin Sesko per 73,7, su questo Viktor Gyökeres per 63 e mezzo, su “tutti questi acquisti entusiasmanti” non sappiamo niente di niente, non sappiamo quanto segneranno, se davvero saranno utili dentro i meccanismi nei quali verranno calati, se l’innesto funzionerà, o se il calcio si prenderà di nuovo gioco di noi e delle spese dei ricchi.
“Nessuno sa come andrà a finire e perfino Pep Guardiola in questi giorni parla solo di profezie, vangeli e predizioni” scrive il Guardian.
“Questo rende la stagione attuale stranamente rassicurante e sicura nella sua routine da agosto a maggio – dice l’editorialista del giornale inglese – ma anche difficile da interpretare. Negli ultimi anni ci sono stati tre livelli distinti di Premier League. Ma anche all’interno di questo schema, chi può dire chi è in salute oggi, chi ha trovato la giusta alchimia?”.
È la bellezza della Premier, e dentro questo campo largo di disponibilità esiste solo una mezza certezza. Nei suoi trentatré anni di storia il titolo è sempre stato vinto da una squadra che nella stagione precedente si era piazzata fra le prime tre. Con due eccezioni: il Leicester del 2016 e il Chelsea del 2017. Due sovvertimenti con due allenatori italiani in panchina, Claudio Ranieri e Antonio Conte. Se trentatré episodi possono essere considerati un campione attendibile, allora stamattina possiamo scrivere la regola: vincerà una fra Liverpool, Arsenal, Manchester City [le prime tre] o Chelsea – la sola con un allenatore italiano. Le altre 16 dovranno fare qualcosa che non è mai accaduto prima. Compreso il Manchester United.