Il peso che porta Guardiola

Quella strana frase sulla voglia di riposare

 

    C’è una frase di Pep Guardiola che illumina la scena e che inquieta. Una frase fra le tante contenute nell’intervista data al magazine GQ nell’estate delle canzoni scassa-gola cantate al concerto degli Oasis. È la frase in cui Pep parla di stanchezza. «Non so per quanto tempo mi fermerò: un anno, due anni, tre anni, cinque, 10, 15, non lo so. Ma me ne andrò dopo questo periodo al City perché ho bisogno di fermarmi e concentrarmi su me stesso, sul mio corpo»

Forse c’entra la spossatezza che vive Jürgen Klopp, il suo vero contraltare dopo gli anni di José Mourinho. Forse c’entrano le accuse al Manchester City che prima o poi verranno al pettine di qualche sentenza. Ma Guardiola parla da uomo distrutto. Per sua stessa ammissione, la decisione dello scorso novembre di firmare il rinnovo del contratto fino all’estate del 2027 è stata motivata dal senso di colpa per i risultati della squadra, una stagione senza ma, senza se, senza te, stagione disperata. «Dopo i problemi che abbiamo avuto, ho pensato che non fosse il momento giusto per andarmene»

Solo che i problemi sono peggiorati e la stanchezza in casi del genere si avverte doppia. Ne ha scritto lo storico del calcio Jonathan Wilson sul Guardian dicendo che da un lato è raro e ammirevole che un allenatore provi un tale senso di responsabilità verso il suo club, molti vengono licenziati prima di avere la possibilità di risolvere i problemi e tanti sono quelli felici di andarsene con una buonuscita scaricando la crisi su qualcun altro; ma dall’altra parte non gli pare un buon segno che un allenatore con due anni di contratto non veda l’ora di godersi una lunga vacanza quando tutto sarà finito. E qui si capisce che Wilson non legge Rob Brezsny né vede Paolo Fox ai Fatti Vostri, perché sottovaluta il fatto che i Capricorno sono noti per la loro ambizione, la concretezza e la determinazione, che sono persone responsabili e affidabili, con una tendenza al perfezionismo, alla tenacia, alla pazienza, all’autocontrollo. 

Embed from Getty Images

In due autobiografie Brian Clough – Ariete – ha detto che trovava implacabile la routine della gestione ordinaria della squadra, Non c’era tempo per godersi la vittoria del sabato, perché la domenica cominciava a pensare alla partita del mercoledì. Succedeva molto prima che il calendario fosse così fitto come oggi e ai tempi in cui su Clough si favoleggiava di frequenti incursioni a Maiorca, oltre che di una certa libertà infrasettimanale al campo di allenamento.

Wilson dice che Guardiola ha sempre un certo tono sarcastico quando parla, così non è mai del tutto facile capire quando fa sul serio o quando scherza. In realtà è che i Capricorno sono percepiti come introversi, riservati, a volte freddi o diffidenti. Per Guardiola c’è di più. Per Guardiola c’è il peso di 17 anni vissuti da capobranco del calcio, non solo il più affascinante dei teorici, ma il più micidiale in mezzo ai pratici. Per 17 anni – escluso il sabbatico a New York – ogni sua idea e ogni sua partita sono state passate al microscopio, o per imitarle o per contrastarla. La vera genialità di Guardiola è stata evolversi, rimanere imprendibile, sempre un passo avanti ai suoi imitatori, in un calcio – questo lo dice WIlson – dove le cose che accadevano in cinquant’anni ora si consumano nell’arco di due settimane

Embed from Getty Images

Rimanere in vantaggio significa sapersi adattare costantemente al panorama. È il nuovo grande principio industriale, il nuovo motore della resa e della produttività. Charlie Chaplin ha raccontato il fordismo meglio di chiunque altro, ma dopo il fordismo è venuto un altro tempo moderno, un tempo nel quale i più bravi non sono quelli che ripetono a oltranza lo stesso gesto, sono quelli che dentro una catena di gesti sanno reagire all’imprevisto, o addirittura l’imprevisto se lo vanno a cercare per spostare in avanti una frontiera, un bisogno, una sfida. I più bravi cercano la rottura.

E però – questo lo dice di nuovo Wilson – arriva un momento in cui l’energia ti abbandona, come è successo con Mourinho, come è successo con Arsène Wenger, allora ti scopri incapace di rimanere davanti al gruppo, si cade nell’autoparodia. È quella che gli studiosi dei meccanismi produttivi definiscono la stupidità del quotidiano

Guardiola non è ancora arrivato a quel punto. Ma quella frase a GQ dopo 17 anni al vertice dice che potrebbe averne paura, potrebbe aver timore che la discesa sia iniziata. Potrebbe essere ancora sufficiente per far vincere qualcos’altro al City, ma niente dura per sempre è la conclusione di Wilson. La conclusione di Slalom – come ormai accade sempre più spesso – è che alla fine noi che ne sappiamo. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.