Lo Slalom del 1 giugno | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

L’attesa è il cordone ombelicale della vita superiore

Søren Kierkegaard, mezzala

 

►  IL PARIS Saint-Germain ha vinto la Champions League per la prima volta nella sua storia battendo in finale l’Inter per 5-0. Il calcio francese era entrato nell’albo d’oro solo nel 1993 – anche allora con un successo Monaco di Baviera contro una squadra milanese [Marsiglia-Milan 1-0].

◇  Simon Yates ha rovesciato sul Colle delle Finestre il Giro d’Italia. Ha staccato Del Toro e Carapaz e oggi pedala verso il trionfo a Roma. 

◇  Jannik Sinner si è qualificato per gli ottavi di finale del Roland-Garros lasciando tre game in tutto al ceko Jiri Lehecka. Fuori Flavio Cobolli, battuto in tre set da Sascha Zverev

◇  Le due McLaren hanno dominato le qualifiche del GP di Barcellona: primo Oscar Piastri, secondo Lando Norris. Le Ferrari di Hamilton e Leclerc al quinto e al settimo posto

◇   Il team composto da Giulia Gabbrielleschi, Ginevra Taddeucci, Marcello Guidi e Gregorio Paltrinieri ha vinto l’argento agli Europei di nuoto di fondo nella staffetta mista, chiudendo la prova in 1h 03:41.39, superando la Francia nel finale e arrivando a 2 secondi dall’Ungheria medaglia d’oro.  Il blog Questione di Stile di Stefano Arcobelli segnala un boom nella disciplina: ci sono mille iscritti per i prossimi Assoluti di Piombino. 

◇  ESPN sostiene che Zion Williamson sia stato denunciato per stupro e violenza domestica da una donna con cui ha avuto una relazione dal 2018 al 2023. L’avvocato della stella dei Pelicans nega ogni accusa.


 

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#3 giorni alla Nations League femminile di pallavolo

La Coppa dei Campioni è ritornata a casa 

Senny Mayulu, come la Coppa dei Campioni, è nato a Parigi. Così, quando proprio lui ha segnato il quinto e ultimo gol per la sua squadra nella finale dal punteggio più largo di sempre, ai francesi è riuscito quel che inutilmente gli inglesi provano a realizzare. Il calcio è tornato a casa ma in un altro modo, non il football is coming home, stavolta le foot vient a la maison, dopo un miliardo di euro spesi. 

La Coppa che era stata concepita nella redazione del quotidiano sportivo francese L’Équipe, alla Rue du Faubourg-Montmartre nel centro di Parigi, è stata riportata nella culla da una banda di ragazzi scatenati, età media 24 anni. In città era tornata per la finale della prima edizione e altre cinque dopo d’allora, ma il trofeo non aveva mai più avuto occasione di fermarsi: lo stesso PSG sarebbe stato fondato solo 16 anni dopo. 

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Che cosa stanno leggendo in Europa

🟨  Le prima pagine per il trionfo del PSG L’Observer la dedica invece a Simon Yates e al Giro d’Italia

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|  cadute   L’Inter e il duro lavoro di risollevarsi

Chi ne sa, chi di pallone ne sa tanto, rischia di cadere nella tentazione di spiegare tutto guardando il 3-5-2 di Inzaghi che pare abbia solenni difficoltà a difendersi sulle ali. Il gol al volo di Eric Garcia del Barcellona, terzino contro terzino, è stato un esempio prima ancora che arrivassero i cinque tutti insieme del PSG. 

Ma forse serve stavolta uno sguardo ampio per farsi una ragione di una serata che Paolo Di Canio su Sky ha definito con tre I – o forse dopo sono diventate quattro – insomma un’Inter incomprensibile, inaccettabile, inammissibile, imperdonabile

Jonathan Liew, ancora sul Guardian, si domanda che effetto possa fare perdere una finale di Champions League per 5-o. In questo momento, e forse per molti anni a venire, l’Inter sarà l’unica a saperlo. È il tipo di trauma sportivo che definisce delle generazioni. Non importerà ora né mai che questa squadra abbia raggiunto due finali in tre stagioni e che le abbia perse entrambe contro avversarie finanziate da fondi di investimento statali. Ci potrà essere dell’orgoglio nel percorso, ma le Inter più grandi non si sono accontentate del percorso, men che meno di un percorso che ora sembra uno scherzo crudele. Quello che è successo a Monaco non è stato altro che un’umiliazione, un nonnismo da cortile sul palcoscenico più grande, non c’è modo di capire come un essere umano, per non parlare di una squadra, possa superarlo

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Il perdono di Hakimi

Come fanno tutti e meglio di tutti Fabio Quagliarella, Hakimi ha segnato alla sua vecchia squadra e si è trattenuto. Ha alzato le mani come i pistoleri stanchi nei vecchi western e ha chiesto scusa ai tifosi di un  tempo ammassati dietro una rete alle spalle della porta. Ha messo le mani giunte come in preghiera verso di loro e in due gli hanno meravigliosamente battuto le mani. Il Giornale dice: Ma ringrazi chi l’ha lasciato libero. L’Équipe gli ha dato 8 in pagella perché ha sturato la serata e perché ha esercitato una buona pressione sul lato sinistro.

 

La scarpa bucata di Acerbi

La scarpa rovinata del gol al Barcellona è diventata leggendaria. Ma ieri il mito di quell’incursione salvifica si trasforma in un incubo dice La Stampa. Il buco all’altezza dell’alluce è diventato un messaggio di segno opposto. Gioca con la scarpa bucata ma i buchi li trova anche attorno [Il Giornale]. Anche il Guardian dice che in questa sorta di guerra meccanica, un calcio totale nel senso più letterale del termine, i fortunati scarpini di Acerbi si sono rivelati disperatamente inadeguati.

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Indiana in finale e il finale di Inside the NBA

E dunque l’ottava finale diversa negli ultimi otto anni, la settima inedita negli ultimi sette, ci darà con certezza una squadra campione che l’anello non l’ha vinto mai: o gli Oklahoma Thunder già battuti in finale nel 2012 da Miami oppure gli Indiana Pacers, sconfitti nel 2000 dai Lakers. Tempo d’attesa per riprovarci: 13 e 25 anni. La gioia nella nuova NBA si posa e fugge altrove, così che possa riguardare tutta l’America. Non per romanticismo ma perché il denaro non è stupido e il denaro si posa più volentieri dove non si sa come una storia va a finire. 

I notai dicono che i Thunder hanno un titolo nella loro storia, vinto nel 1979 quando la franchigia era i Seattle Supersonics. Sentimentalmente non è la stessa verità. I Pacers hanno vinto Gara-6 in casa e hanno smantellato l’ambizione dei Knicks di tornare a giocare per il titolo dopo mezzo secolo. Parima partita: giovedì. Pascal Siakam è stato votato MVP delle finali di Conference dopo essere stato eletto giocatore più sottovalutato della Lega dai suoi colleghi. Ha guidato Indiana con 31 punti e cinque rimbalzi, mentre Haliburton ha chiuso con una doppia-doppia da 21 punti e 13 assist, 11 dei quali nel quarto-quarto. 

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Le immagini della giornata di ieri

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Il capolavoro di Van Aert nel Giro ribaltato da Simon Yates

Quando Wout Van Aert si è infilato di buon mattino nel gruppo in fuga già a 150 km dal traguardo, sulle ammiraglie della UAE e della EF evidentemente non c’era nessuno che avesse memoria di come certe volte si corre nelle grandi tappe di montagna per far saltare la classifica. Eppure non è una strategia passata sotto silenzio. Chi vuole spettinare la corsa, manda in avanscoperta un grande corridore. Il suo compito è farsi trovare già davanti lungo la salita, quando arriverà il capitano. La UAE e la EF non solo non hanno mandato nessuno in fuga, ma la fuga di Van Aert non l’hanno neppure capita. 

Troppo impegnati a ridere dei suoi secondi posti, lo abbiamo trascurato. Wout è passato in testa a Rocca Canavese e Chiusa di San Michele, ma non stava correndo per aggiungere una tappa a quella di Siena. Stava piazzando un candelotto di dinamite nella cassaforte. Quando Simon Yates lo ha raggiunto, hanno acceso la miccia e boom – quando per Isaac Del Toro e Richard Carapaz era troppo tardi. 

Tre anni fa Wout aveva fatto più o meno lo stesso lavoro di pesce pilota – non in pianura ma in salita – per Jonas Vingegaard all’Hautacam, era una tappa del Tour. Stavolta ha preso per la mano il britannico che aveva scollinato sul Colle delle Finestre con 1’40” di vantaggio su Del Toro e lungo la salita del Sestriere ha fatto in modo che il margine di vantaggio diventasse il triplo. E adesso vediamo se ci scappa ancora da ridere. 

Sette anni fa Yates aveva perso il Giro proprio sul Colle delle Finestre, c’era la neve, gli passavano tutti davanti, Chris Froome gli diede 39 minuti di distacco. La battaglia di Simon Yates – ha scritto Simone Zago su Al Vento – è la battaglia di Wout van Aert che attacca, scala, lo attende, gli fa strada in discesa, calcola i rischi e i benefici, lo porta fin dove può e pare non volerlo lasciare mai, perché quell’uomo sta facendo qualcosa di troppo grande, di troppo bello, e lo sta facendo rischiando tutto laddove era caduto. Nel luogo che era stato suo carnefice. Si sposta sfinito van Aert, sbanda, pare il fantasma di un corridore, in una di quelle storie in cui si baratta il proprio essere per qualcosa o per qualcuno

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Che belli gli spot, ogni tanto si vedeva anche la corsa

A dirla tutta. Molte delle cose successe nella tappa di ieri, qui sono state ricostruire, desunte e ricucite attraverso testimonianze sparse scritte e orali, alla vecchia maniera dei cantori che partivano, seguivano i ciclisti e al telefono dettavano verso i loro giornali tappe completamente inventate, per questo leggendarie. 

Leggendaria è stata la tappa di ieri, anche perché per buona parte quando contava non l’abbiamo vista. In compenso sulla RAI davano degli spot magnifici, la fotografia è davvero molto curata. Tra l’uno e l’altro, negli ultimi 20 km, erano saltuariamente disturbati dalla diretta della corsa. Ma poco, eh. C’era questo fastidio di dover guardare delle persone in biciclette che spezzavano il flusso di un fresco tè da gustare con l’estate alle porte o chissà che altro. 

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Le biciclette in Vaticano

«Lo sport può rivelarsi di grande aiuto per la crescita di ogni individuo perché stimola a dare il meglio di sé. Il ciclismo, in particolare, è uno degli sport che mette maggiormente in risalto alcune virtù alla base della nostra vita. Pensate alla sopportazione della fatica, quando ci troviamo di fronte a quelle lunghe e difficili salite, oppure al coraggio che serve nel tentare una fuga o nell’affrontare una volata. E poi il rispetto delle regole, l’altruismo, il senso di squadra. Non sono gli stessi insegnamenti che ci ha trasmesso Nostro Signore, che dobbiamo impiegare nella nostra corsa quotidiana, di fronte agli impegni a cui la vita ci mette di fronte?». [Papa Francesco I]

«Provate a pensare all’equilibrio della Chiesa come a quello che si deve affrontare stando in sella: va bene quando è in moto, ma se la lasci ferma cade. La bicicletta deve essere sempre in movimento per mantenersi in equilibrio e così deve fare anche la Chiesa come ciascuno di noi, muovendosi, evolvendosi, aprendosi al cambiamento» [Papa Francesco I]

Perché tanti riferimenti alla bici? Perché Jorge Mario Bergoglio era innanzitutto figlio di quella cultura contadina che aveva sempre visto nella bici un mezzo fondamentale per spostarsi, per girare nella comunità e lui, sin da quando aveva preso l’abito sacerdotale, saliva sulla sua bici per raggiungere la sua gente. Un’abitudine che non aveva perso neanche andando avanti nella sua carriera ecclesiastica. Un giorno, era il 1999, un giovane prete italiano era a Buenos Aires, intento nella sua parrocchia a celebrare la messa nella quale era prevista la cresima di alcuni ragazzi del posto. Al tempo Bergoglio era arcivescovo della capitale argentina. Era prevista la sua presenza e tutti si attendevano il suo arrivo con l’elegante automobile in dotazione, ma il tempo passava e il momento di iniziare la cerimonia era sempre più vicino. Don Gaetano, questo il nome del parroco, uscì fuori dal sagrato insieme a tanti genitori e ai ragazzi, aspettando di vedere la sua macchina da un momento all’altro, invece Bergoglio si presentò da solo, accompagnato solo dalla bicicletta e dal suo sorriso.  [Vatican News

«Il vostro ardore giovanile e il vostro slancio sportivo vi rendono particolarmente cari al nostro cuore. Andate dunque, al sole radioso d’Italia, di questa vostra Patria, di cui conoscete le native splendenti bellezze e della quale volete essere campioni degni ed intrepidi. Andate, o prodi corridori della corsa terrena e della corsa eterna. Vi accompagnano il Nostro augurio e la Nostra preghiera» [Papa Pio XII]

«Nulla di ciò che è umano è estraneo alla Chiesa. Ora, se tutto lo sport è umano, per noi italiani il Giro d’Italia è umanissimo. Esso non è solo competizione sportiva, è movimento di masse, gioiosa festa di popolo per quanto riguarda il presente; è leggenda ed epopea per quanto riguarda il passato. Gli occhi vedono i campioni di oggi, ma il cuore specialmente di noi vecchi, dietro ad essi vede i campioni di ieri: Girardengo, Binda, Coppi, Bartali. E con i campioni ritrova le commozioni di ieri, gli entusiasmi per le arrampicate ardite, per le passeggiate dei solitari delle Dolomiti. Sono dunque qui per amore del Giro. Ma anche per amore di Venezia». [Cardinale Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I]

«Ogni attività sportiva, a livello sia amatoriale che agonistico, richiede doti umane di fondo, quali il rigore nella preparazione, la costanza nell’allenamento, la consapevolezza dei limiti delle capacità della persona, la lealtà nella competizione, l’accettazione di regole precise, il rispetto dell’avversario, il senso di solidarietà e di altruismo. Senza queste qualità, lo sport si ridurrebbe ad un semplice sforzo e ad una discutibile manifestazione di potenza fisica senz’anima. Cari amici, auguro a tutti voi, che vi accingete ad iniziare il Giro d’Italia, di vivere questo importante avvenimento sportivo animati da autentica “sportività”, cioè da una grande passione agonistica, ma anche da un forte spirito di solidarietà e di condivisione. Vi guidi e vi assista la celeste protezione di Maria, alla quale è dedicato in modo particolare il mese di maggio, e che voi invocate come vostra speciale patrona con il bel titolo di Madonna del Ghisallo» [Papa Giovanni Paolo II]

Il voltafaccia del Piemonte ai suoi corridori 

Avevamo lasciato qualche giorno fa il giovane Mura al seguito del suo primo Giro d’Italia sulle strade del sud, affannato dopo il traguardo a raccogliere pareri dentro il gruppo, nelle ammiraglie e ai bordi della strada su un tema scelto di giornata, per una rubrica tenuta sulla Gazzetta sotto il titolo de Il processino. Quello famoso, senza diminutivi, lo teneva Sergio Zavoli in RAI. 

Al non ancora ventenne Mura, ai suoi primi pezzi firmati per esteso, avevano insomma lasciato il compito che in tv era svolto da un gigante. Strada facendo, risalendo la strada verso nord, dalle virgolette nude e pure era passato a innesti sempre più convinti di considerazioni sue, descrizioni, le prime licenze. 

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Nazareno Rocchetti

DI EMANUELA AUDISIO, newsletter S-Print di Repubblica

L’uomo che sussurrava ai muscoli di Mennea non c’è più. Le sue mani sentivano, intuivano, vedevano. I grovigli nascosti. Quello che c’è nel corpo e nella testa. Anche il grande ballerino Rudolf Nureyev ne apprezzò le capacità.  Si chiamava Nazareno (con una z sola si raccomandava) Rocchetti, era cresciuto con gli animali, in un pezzo di collina marchigiana, a Filottrano in provincia di Ancona. Aveva iniziato come piccolo veterinario, è morto domenica a 78 anni. Per tutti era Rocky

Rocky invece veniva dal mondo contadino. «Massaggiavo Mennea dopo ogni allenamento, per 40-50 minuti. Avevo iniziato da bambino, a sette anni, a curare le bestie: le galline azzannate dalle faine, le pecore, i vitelli spallati. Trattavo solo animali, mai toccato un corpo umano. E se correvo era per sfamarmi, per rubare la frutta dagli alberi dei contadini. Non ero fatto per le gare, iniziai a frequentare a Bologna le lezioni del professor Luciano Boccanera, ero affascinato da muscoli, tendini, sarcolemma. Sapevo già riconoscerli quando da noi ammazzavano i maiali. Chirurgia non mi interessava, a 21 anni avevo assistito alla nascita di un neonato di otto mesi da una donna morta. Mi era bastato. A Mennea  invece le mie rassicurazioni non bastavano mai: lui era sempre pieno di energie negative. Per farle diventare positive, mi stremava. La rabbia gli serviva per costruire capolavori, ma a me faceva l’effetto contrario, mi distruggeva. Ho amato Pietro, non Mennea. Per lui facevo il buffone e da parafulmine, assorbivo le sue paure, i tormenti, le angosce. Il giorno del record continuai a ripetergli: smetterà di piovere, uscirà il sole, non ci sarà vento, scapperai come una lepre, distruggerai gli avversari. Ma lui ti prosciugava con i dubbi e con le insicurezze, ti incupiva il cielo, io sempre lì a spazzargli via ombre e temporali. A Praga nel ’78 lo trovarono accasciato per strada, pieno di acido lattico, che urlava dai crampi. Lo trattai dalla mattina fino a mezzanotte, Pietro aveva paura che il dolore tornasse e mi costrinse a dormire con lui per tre giorni. In due su un letto singolo».  [tutto qui]

 

Il canestro di Shengelia

Tornike Shengelia aveva preso un colpo alla testa che gli aveva fatto saltare Gara-4 di semifinale e gran parte di Gara-5 contro Venezia. Con la squadra sull’orlo dell’eliminazione, aveva insistito per rientrare in gioco e aveva segnato 7 punti pesanti nel finale, aiutando la squadra a vincere per 86-84.

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