Certe volte le stelle sono un tappo: ce lo stanno dicendo Champions, NBA e F1

  

Nello sport è arrivato il tempo delle mele

È da un mese e mezzo circa che la Ferrari si sta avvitando intorno a un rovello, al sospetto di aver sbagliato qualcosa nel progetto della nuova macchina. 

Ingannevole è stato marzo più di ogni cosa, quando Lewis Hamilton ha vinto la Sprint in Cina e si è piazzato sul podio nella gara corta di Miami. Ci aveva messo sulla strada, aveva avvertito che si era trattato di una corsa dalla «strategia perfetta, ma rischiosa», aveva detto aver «giocato d’azzardo con la sosta». Espedienti, insomma. Il velo è caduto a fine aprile, quando le McLaren si sono manifestate in tutta la loro superiorità [peraltro in parte inespressa] e quando Max Verstappen ha dimostrato di poter competere per il podio anche guidando un ferro da stiro. 

Ora il rovello in casa Ferrari ha un nome un cognome, come scrive Fabio Tavelli su Sky Sport Insider, lo stesso nome e cognome intorno al quale per quasi un anno è cresciuto il clamore o come dicono i giovani l’hype. Lewis Hamilton è un caso. Per i suoi risultati e per il suo umore. Dopo Barcellona ha invitato gli ingegneri di Maranello a concentrarsi sulla macchina del 2026, un po’ come quando nel 2024 erano stati invitati a concentrarsi su quella del 2025 e così via. Se fosse facile, si potrebbe anche fare. Tavelli spiega che la cosa porta conseguenze. 

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Il team principal Fred Vasseur, a occhio solido ma non inattaccabile sulla sua poltrona, potrebbe anche decidere che il progetto della SF25 è sbagliato (e magari anche dirlo senza girarci sempre intorno in difese d’ufficio a volte fantasiose) e andare a investire tutto sul 2026 (quando ci sarà un cambiamento regolamentare importante). Ma questo non basterebbe. Eh no, Hamilton ha ancora un anno di contratto e la macchina di quest’anno ha tutta l’aria di adattarsi meglio alle caratteristiche di Leclerc. Che, eroicamente, lotta con il sottosterzo e forse gli piace pure farlo. A parte il fatto che qualcuno potrebbe legittimamente chiedersi che senso abbia ingaggiare (non proprio a spiccioli) uno come Hamilton e poi fare la macchina sulle qualità dell’altro… ok, andiamo tutto sul 2026. Ma chi glielo andrebbe a dire a Leclerc che nel 2026 la vettura verrà disegnata ‘taylor made’ sullo stile di guida preferito da Hamilton? Già, perché non vorrete mica che il sette volte campione del mondo all’ultima recita possa accettare di prendere schiaffi, di nuovo, dal suo giovane compagno”.

Se ci fosse in giro Shakespeare, lo chiamerebbe un dilemma. Tavelli su Sky Sport Insider aggiunge che la Ferrari non ha ingaggiato Lewis Hamilton perché è un signore lucido e onesto. No, l’ha pagato a peso d’oro per andare a vincere il titolo mondiale. Vederlo in quelle condizioni di spirito fa male a chiunque, anche ai non ferraristi. Chiedergli, anche questa volta purtroppo con colpevole ritardo – perché la maestà va sempre onorata –, di cedere la posizione dopo pochi giri a Leclerc è qualcosa che il Re non può accettare. Lo fa, perché oltre che Sovrano è anche un soldato e risponde agli ordini. Ma dentro di sé deve avere la grandine che batte forte sulla sua autostima.

Gli analisti di Sportskeeda hanno scritto che gomme morbide, vecchie o no, Lewis Hamilton su una Ferrari non dovrebbe mai essere sorpassato da una Sauber. Purtroppo è successo. Lui è in difficoltà e non riesce a spiegare cosa non va. La strada è ancora lunga dopo il GP di Spagna e pensare al 2026 senza aver capito cosa funziona nel 2025 non sembra ragionevole. 

Francesco Paone Casati per OA Sport ha scritto che viene da chiedersi a che gioco stia giocando Lewis Hamilton. Si può essere frustrati quanto si vuole, ma le lamentele e soprattutto i “dispetti” a Leclerc (che hanno costretto il muretto a impartire un ordine palese di scambio posizioni) non giovano alla causa ferrarista. Anzi, non rappresentano che una complicazione in più in un ambiente già in difficoltà per una stagione che avrebbe dovuto essere quella del ritorno all’Iride, ma si sta rivelando l’ennesima in ruolo da comprimari. A 40 anni e con quasi due decenni di F1 alle spalle, ci si aspetterebbe una maturità differente da chi ha deciso di rimettersi in discussione a Maranello dopo tanti anni a Brackley. Se si rema, lo si fa tutti assieme e nella stessa direzione, senza vogatori privilegiati che tengono il proprio ritmo

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Il sito specializzato Circus F1 considera la seconda posizione nel Mondiale Costruttori e si domanda se basterà a salvare la poltrona di Vasseur. Andrea Gallazzi scrive: Le voci circolate nei giorni scorsi su Chris Horner a Maranello potrebbero essere anche figlie di un confronto molto franco avvenuto tra l’Amministratore Delegato di Ferrari e il Team Principal. Vasseur avrebbe messo sul tavolo di Vigna le sue dimissioni che quest’ultimo non avrebbe accettato ma parallelamente avrebbe anche avviato i primi contatti per un possibile cambio già dal prossimo anno

Mow Magazine fa notare che forse l’errore della rossa e della Formula 1 in generale è stato preparare i tifosi al successo garantito, quando in realtà sì, Lewis Hamilton è il pilota più vincente in Formula 1, ma non il più grande fan delle vetture a effetto suolo che hanno debuttato nel 2022 o il più veloce ad adattarsi alle novità.

Sul Corriere della sera di stamattina Jean Alesi aggiunge che questa menata delle ali flessibili è stata trattata come un’ipotesi rivoluzionaria con troppa insistenza. Mi è capitato molte volte di assistere a cambi del regolamento dati per decisivi e alla fine ininfluenti. Annunciare che dalla Spagna tutto sarebbe cambiato quando era chiaro che non sarebbe cambiato nulla mi è sembrato un atteggiamento fuori luogo. Qui c’è una macchina che non cresce e mi dispiace per Hamilton. Lo vedo proprio «devastato», come ha detto lui stesso. Però non molla, non cerca scuse: anche in questo mostra di essere un campione.

Il filo che unisce Hamilton alla Champions e alla NBA

Da molte parti, in queste ore, spunta la suggestione di confrontare la Ferrari battuta sulle piste della Formula Uno con l’Inter sconfitta in finale di Champions. 

Leo Turrini, firma storica dei motori, sul Resto del Carlino di ieri accennava: Mi capita spesso di raccontare come l’essere ferrarista sia una categoria dello spirito. Idem l’essere interista. Io ho entrambi i vizi e quindi qui dichiaro che la Rossa e la Beneamata una cosa hanno in comune, alla vigilia di una estate dimenticabile. Zero tituli. Restando alle faccende corsaiole, al Montmelò è tramontata la sciocca speranza che il dominio McLaren potesse essere intaccato dalle nuove norme in materia di flessibilità delle ali anteriori. Banalmente, era una fake news.

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E ancora: Hulk guida la macchina del criticatissimo Mattia Binotto, ex capo del reparto corse di Maranello. Questa macchina è la futura Audi, ma per ora è ciò che resta della Sauber, la Cenerentola delle scuderie. Che Lewis Hamilton, con la Storia che ha alle spalle, non sia in grado di tenersi dietro un dipendente di Binotto , insomma, lascia perplessi. È come se tutti gli eterni sogni Ferrari si specchiassero nella dannazione di una mediocrità che (quasi) tutti contagia. Fino a quando potremo considerare accettabile una simile realtà?.

C’è un punto che è davvero interessante. 

Le pagine sport di Yahoo hanno fatto notare che dopo il podio cinese nella gara Sprint e la pole position, Hamilton è sempre stato superato da Leclerc in ogni sessione. Per non dire di Sainz jr – che ogni tanto da ferrarista insidiava la prima guida come a Hamilton invece non riesce a fare. Charles fa progressi, Lewis no. Se non sono progressi, si tratta di sensibilità alla guida, un cerotto sulle difficoltà. 

A Yahoo si sono spinti allora a scrivere che in Mercedes senza Hamilton stanno meglio. C’è stata una inversione di tendenza perché con lui la Mercedes non poteva certo ignorare i feedback di Hamilton visti gli anni di esperienza e di successi accumulati. Che fosse dietro le quinte oppure in pubblico, dovevano trattarlo come il pilota numero uno e prendere sul serio il suo contributo su come migliorare la vettura. Il più inesperto Russell probabilmente è rimasto un po’ in disparte. Abbiamo spesso sentito Hamilton dire che stava sperimentando l’assetto, mentre Russell si limitava a dare il massimo con quello che aveva a disposizione. Senza Hamilton, la Mercedes può invece lavorare di squadra con gli ingegneri, come un gruppo. Il loro approccio quest’anno è diverso, sembra essere più in linea con Russell e con il debuttante Antonelli. Ora la Mercedes ha una nuova strada per lo sviluppo grazie al contributo di piloti più giovani, meno esperti e di minor successo.

Ora, questa storia si sta facendo interessante. Può essere un capriccio del caso nascosto dietro la colonna per ridere di noi e delle nostre spiegazioni, oppure può essere una foresta di segni, una mappa piena di puntini che ci chiedono di essere uniti. Il fatto è che il PSG ha vinto la sua prima Champions quando ha salutato Messi, ha salutato Neymar e ha ingoiato il rospo di veder partire Mbappé verso Madrid perché la Coppa pensava di vincerla là. [Parentesi. Il ritorno di Neymar al Santos è stato un disastrone ha scritto Rivista Undici].

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Il PSG l’ha vinta senza avere in rosa neppure un giocatore fra i primi-25 dello scorso Pallone d’oro. A dirla tutta: è stata una finale senza nessuno dei primi-6 dell’anno passato e senza nessun calciatore mai salito sul podio nella storia del premio. Non significa che ha vinto Cenerentola. Come scrive lo storico del calcio Jonathan Wilson sul Guardian dietro questo successo c’è la forza di una capacità di spesa illimitata e dello sportswashing, ma è stata la vittoria di una squadra costruita con una visione coerente e un rimprovero a chi crede che il gioco consista solo nel collezionare nomi. È stata una vittoria per un calcio lungimirante, progressista e fluido.

È stata una partita che ha fatto emergere in tutta evidenza una nuova generazione di possibili campioni, di gamba e di caviglia, quelli che strappano con la forza dei quadricipiti ma usano la suola e il tacco, corrono e giocano uno contro uno, stanno all’ala e stanno sull’altra. Il PSG è la sublimazione di tutto questo con Kvaratskhelia, Doué, Dembélé, Barcola in panchina, ma poi c’è Lamine Yamal che fa lo stesso a Barcellona, Nico Williams a Bilbao, in qualche modo Cole Palmer al Chelsea. Se volessimo scegliere una formula, sono i profeti di un nuovo calcio dell’arroganza. Una sfacciataggine che si unisce però al lavoro collettivo: li vedi rincorrere l’avversario per cinquanta metri come ha fatto Kvara a Monaco facendo esultare Luis Enrique come per un gol. 

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In NBA sta succedendo la stessa cosa. Sono arrivate in finale per la prima volta nella storia due squadre che non hanno dovuto pagare la luxury tax, l’imposta che la lega prevede per chi supera il tetto di spesa negli stipendi per tre stagioni di fila. Non significa che gli Indiana Pacers e gli Oklahoma Thunder non spendono. Significa che non si sono messi delle zavorre a bilancio. Non hanno dipendenti a cui dover riconoscere la gloria del passato. Non hanno MVP consumati dal tempo ma dall’ingaggio intatto. Pagano per avere una prospettiva. Le franchigie che hanno imboccato la strada del super team si sono sgretolate una a una: i Phoenix Suns di Kevin Durant, Devin Booker e Bradley Beal, oppure i Brooklyn Nets di Garnett, Pierce e Deron Williams prima – di Irving, Durant e Harden poi. 

Myles Turner, un centro che ha passato tutta la sua carriera a Indiana, sta dicendo in queste ore che «l’epoca dei superteam e dell’accumulazione delle stelle non è più efficace come una volta. Da quando sono arrivato nella lega ho capito subito che la NBA è molto soggetta alle mode del momento. Si cambia continuamente. Ora il nuovo trend è quello che stiamo portando avanti sia noi che Oklahoma. Tanta gioventù, corsa in transizione, difesa e la forza dell’amicizia, dell’unità del gruppo».  Con Shai Gilgeous-Alexander e Tyrese Haliburton, dice ESPN, le finali NBA sono un incontro tra giovani stelle

Certamente arriverà il momento della rivincita, ma intanto questi sono giorni difficili per l’esperienza. Diciamo così. È da trent’anni, dall’intuizione di Steven Spielberg, che i dinosauri hanno un loro fascino e Jurassic Park fa il pieno di visitatori. Ma se non sono Ninja, le tartarughe restano tartarughe. 

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