La nuova formula non ha favorito la conservazione
Quando la Champions League si chiamava European Champion Clubs’ Cup oppure Coupe des clubs champions européens nella lingua dei suoi inventori, quando ancora non ci pareva provinciale darle un nome in italiano, la Coppa dei Campioni aveva quasi per forza quattro squadre di quattro paesi differenti in semifinale.
Perché non accadesse doveva solo succedere casamicciola: bisognava cioè avere la vincitrice dell’anno prima iscritta come detentrice del titolo – non per il successo in campionato – e poi trovarla di nuovo fra le migliori quattro insieme all’altra squadra della sua nazione, la legittima qualificata.
È accaduto due volte in tutto fra 1956 e 1999 [con le due madrilene nel ‘59, con Barça e Real nel 1960]: nel conto sono comprese pure le primissime edizioni del nuovo formato aperto alle piazzate. Con la superfetazione dei posti a disposizione dei paesi-guida in Europa, dal Duemila le vecchie eccezioni sono diventate la nuova regola. Quattro squadre di quattro paesi diversi sono arrivate in semifinale solo tre volte su 26: nel 2004 [Porto, Monaco, Deportivo La Coruña, Chelsea], nel 2010 [Inter, Bayern, Barcellona, Lione] e l’ultima volta nel 2018 [Barcellona, Bayern, Liverpool, Roma].
È successo di nuovo ieri sera perché sono andati fuori in un colpo solo 21 trofei. Con Arsenal-PSG da una parte [29 aprile-7 maggio] e Barcellona-Inter dall’altra [30 aprile-6 maggio] c’è già la certezza di vedere una settima finale differente in sette anni. Solo la NBA si è permessa una rotazione simile.
Non è merito solo della nuova formula, per sei settimi lo è ancora della vecchia e di certe sue virtù trascurate, per esempio dell’efficacia disconosciuta di quel minimo controllo dell’economia introdotto da Michel Platini. Non ha arginato il potere senza fondo dei club-Stato ma in 14 anni di vita il fair play finanziario ha consentito l’ascesa o il ritorno stabile al vertice di squadre che nel 2011 erano oltre la ventesima posizione del ranking: l’Atlético Madrid, il Borussia Dortmund, le nostre Atalanta, Juventus e Napoli.
E SE POI FOSSE PSG-INTER…
È invece esclusivo merito della nuova formula se tre possibili finali su quattro sono inedite: solo Barcellona-Arsenal si è già vista nel 2006. Bocciate le gerarchie tecniche: sono fuori dalla corsa le prime tre del ranking di inizio stagione [Manchester City, Bayern Monaco, Real Madrid] e le prime quattro del ranking attuale [il Liverpool oltre alle tre di prima]. Bocciate le gerarchie del denaro: sono fuori quattro delle prime cinque della Deloitte Money Football, la classifica dei fatturati [Real Madrid, i due Manchester, il Bayern]. Bocciate le gerarchie della storia: sono fuori le quattro con più trofei [Real Madrid, Milan, Bayern, Liverpool]. Non ci sono rappresentanti dei Minions – vero – ma negli ultimi vent’anni c’è stata solo la semifinale dell’Ajax 2019.
Forse non è una rivoluzione ma esistono sufficienti elementi di novità per dire che la Coppa XXL nella sua prima edizione non ha favorito la conservazione. L’Arsenal non arrivava in semifinale dal 2009, l’Inter ne ha giocata una in quindici anni, lo stesso Barcellona non si presentava a queste altezze da sette tentativi. Possiamo riporre definitivamente nello stipo quella solenne sciocchezza che ogni tanto gira, sulla presenza fra noi della Superlega di fatto.
Per riallacciare fino in fondo il filo con l’antica Coppa dei Campioni, l’Olimpo del calcio dovrebbe apparecchiare come finale PSG-Inter: una finale legittima, lealista, l’unica soluzione d’oggi che sarebbe stata possibile fino al 1997, quando potevano iscriversi solo le vincitrici dello scudetto e ai quarti di finale arrivavano i norvegesi del Rosenborg. Significa però accettare il principio che per una nuova fase d’innovazione è necessario il recupero della tradizione. Segue dibattito.