Il tennista che in campo cercava l’amicizia

La morte di Fred Stolle

Se esistesse il Grande Slam delle finali, Fred Stolle lo avrebbe raggiunto nella sua carriera. Due volte giocò e perse per il titolo a Melbourne, tre volte giocò e perse per quello di Wimbledon, ma una volta alzò la Coppa al Roland-Garros e una pure a New York. Nel 1966 era considerato il numero 2 del mondo: non c’era ancora il computer a stabilirlo con le sue certezze in Bit. In doppio invece fra 1962 e 1969 non gli è sfuggito nulla, gli Slam totali furono 10 in coppia con Bob Hewitt prima, poi con Roy Emerson e con Ken Rosewall.

Il magazine Tennis lo ricorda dicendo che Stolle ha lasciato il segno nel gioco del tennis in molti modi: da campione, da allenatore di alto livello, da commentatore di spicco. 

“Chi lo conosceva bene ne ha apprezzato l’arguzia tagliente, la testa di prim’ordine e la profonda capacità di amicizia e divertimento”. Amava dire: «Per noi australiani è tutto semplice: prima si va a rete e poi si va al pub». 

Stolle aveva 86 anni. Era cresciuto a Sydney ed era diventato maggiorenne durante l’età dell’oro del tennis australiano, quel periodo tra 1950 e 1975 in cui dominava con una spettacolare abilità diffusa nel serve-and-volley. Durante gli anni ’60, Stolle possedeva uno dei migliori servizi, giocava volée che stamattina vengono ricordate come nitide e agili. Altri sette Slam li avrebbe vinti nel doppio misto.

Quello in singolare a New York arrivò senza essere testa di serie, una mossa sorprendente degli organizzatori che lo motivò. “Era un uomo che si esaltava nell’essere sottovalutato”. Si fece strada nel tabellone eliminando due amici come Roy Emerson e John Newcombe. Disse a Laver: «Avranno pensato che sono vecchio ma sembra che il vecchio sappia giocare ancora». 

Rimarrà nella storia del tennis come un grande perdente di successo. non è un giocatore appariscente sul campo, con quelle gambe rigide, gli spostamenti sincopati e il temperamento apparentemente refrattario alle emozioni. Certo, dall’alto dei suoi 190 centimetri è dotato di un servizio paralizzante e come tutti gli australiani dell’epoca gioca magnificamente di volo, seppur senza troppa fantasia a dispetto di un ottimo rovescio, dettando un ritmo di gioco costante ed estremamente efficace, senza far troppa fatica, che gli concede di rado di rivaleggiare con gli stessi Emerson e Laver, più talentuosi, performanti e acclamati di lui. Bob Hewitt è il suo naturale compagno di doppio, eccellente specialista della disciplina ma caratterialmente agli antipodi del partner, tanto è composto Stolle quanto è spaccone e talvolta maleducato Hewitt, inviso ai selezionatori australiani che mai lo prenderanno in considerazione per un impiego in Coppa Davis. (Nicola Pucci, Sport 660)

Anche in Coppa Davis dovette lottare per avere un posto. Il capitano Harry Hopman inizialmente non era particolarmente entusiasta delle prospettive di lui. La grande occasione arrivò nel 1964, quando Stolle diventò titolare in singolare e in doppio.  Di Davis ne avrebbe vinte tre.

In doppio la sua carriera è andata avanti fino all’età di 40 anni. Il momento più memorabile fu l’US Open 1981, quando ne aveva 42 e fece coppia con il 37enne Newcombe. Arrivarono in semifinale, una corsa interrotta solo dai migliori del tempo, John McEnroe e Peter Fleming, in un tie-break al quinto set.

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Nel frattempo Stolle insegnava tennis a Tucson e a Miami, mentre faceva pure il conduttore radiofonico con Australian Channel 9 e con ESPN. Uno dei suoi allievi era un americano assai bizzarro che prese a considerare un secondo figlio: Vitas Gerulaitis. Il primo, quello naturale, Sandon divenne un giocatore di buon livello mondiale, con 22 titoli ATP di doppio. Gli Stolle sono tuttora i soli padre e figlio ad aver vinto entrambi dei titoli dello Slam.

Scrive Joel Drucker su Tennis che “per un giornalista e un appassionato di storia del tennis, Stolle era un piacere da incontrare: accessibile, amichevole, brillante. Diceva che nel tennis – in tutte le partite che giochi, quelle che vinci e quelle che perdi – la cosa che conta di più sono le amicizie che costruisci in tutto il mondo. Il tennis allora ha perso uno dei suoi migliori amici”.

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