Quando Gianni Brera si stava stufando del calcio

   

Quando Gianni Brera si stava stufando del calcio

  4-10 MARZO 1975 

Sto alienandomi dal calcio. Me ne sono umanamente stufato. Ho anche qualche rimorso a dir vero, e ne darò conto nella «Storia critica» che sto ultimando per Bompiani. Studiando il calcio dopo averne delirato giocandolo, mi sono accorto con altri che il WM inglese era una stortura e mi sono fatto paladino del difensivismo. La polemica ha avuto inizio con gli anni cinquanta ed è finita molto dopo che altre celebri squadre nazionali avevano adottato il criterio dell’uomo in più in difesa, o libero

Nel frattempo la nazionale italiana ha fatto ridere il mondo intero. Sono poi andati al potere i tecnici difensivisti (1960) e qualcosa è cambiato in meglio. Abbiamo lucrato risultati che il nostro gioco non meritava affatto. Siamo diventati i campioni mondiali della più cinica speculazione. Quel che diceva Viani, anche per ignoranza, degli uruguagi, che erano più furbi che bravi, per noi divenne una vera e propria accusa. A furia di ammucchiarci per paura (fanno così anche le pecore), abbiamo completamente abbandonato l’idea di costruire gioco: dalla difesa partiva un rilancio che spesse volte era una semplice respinta: attaccanti di fegato inaudito sapevano cogliere il destro per infilare avversari squilibrati in avanti e forse illusi della nostra pochezza. Questo atteggiamento ha toccato il suo acme ai mondiali 1970, dove in certo senso ha giovato l’altura che impediva alle squadre più atletiche di aggredire secondo la propria indole generosa. 

Lo svantaggio che l’altura rappresentava per i pochi atleti militanti in azzurro (vedi Riva) era largamente compensato dal vantaggio dei cacaminuzzoli aggruppati a difesa e in centrocampo. In altro paese, inglesi e tedeschi avrebbero largamente prevalso sul Brasile e su noi, che nella finale siamo esistiti sì e no un tempo. 

Sullo slancio di quell’affermazione abbiamo finito di spremere il modulo e di sfruttare gli ultimi attaccanti coraggiosi e veloci. Il Belgio ci ha messo fuori dalla Coppa Nazioni d’Europa e l’Austria ci ha avvertiti invano di essere del tutto inadeguati agli imminenti mondiali di Monaco. Le figure che abbiamo rimediato a Stoccarda hanno fatto aggio sul discredito del quale già soffriamo. Sembra sia vero che abbiamo mendicato comprensione durante l’intervallo di Polonia-Italia. È tuttavia indubbio che la peggiore figura l’abbiamo fatta con l’Argentina: i mitomani idolatri si sono accorti in quell’occasione – almeno spero – che eravamo del tutto staccati dalla realtà. Al ritorno è stato sacrificato Valcareggi, che non aveva altra colpa fuor di quella di essere dipendente e di dover obbedire. Al timone della nostra malconcia maona è stato chiamato Bernardini, idealista lui pure avvezzo ai sogni. Bernardini ha scremato panna e siero nella gran piattola del vivaio ma non è mai riuscito a cavarne burro. Adesso va modellando il poco di concreto che è rimasto dopo tante scremature: con qualche accorgimento tattico potrebbe cavarne anche qualcosa di discreto, non proprio di buono: però siamo sempre lì: per tornar a vincere dovremo rifare le ammucchiate in tutta modestia e rilanciare a rete qualche bisonte dotato di coraggio e di ritmo, non dico di stile. In poche parole, stiamo tentando di morderci la coda. Non per nulla le polemiche sono cadute. Tutto quanto si intuiva a partire dal 1950 è diventato triste certezza critica. Sui moduli non si discute neppure più. Le contese sono uscite dai campi di gioco e dalle tribune stampa: continuano con altri mezzi sugli spalti delle tribune. Il calcio è motivo di altri e ben più sgradevoli transferts. Sono forse questi gli ultimi giorni d’una bengodi volutamente ignorata per tanto tempo. Ci sentivamo umiliati e traditi per mera presunzione. In effetti avevamo quanto si meritava, in alto e in basso. Finita è la commedia. E le persone a modo se ne stanno alienando

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