Da dove viene quel Gianni Motta così antipatico

   SLALOM VINTAGE 

Un ritratto di Luigi Gianoli del ’65

23 FEBBRAIO 1965

Ormai il Motta campione, quello che insulta anche chi cerca di soccorrerlo o almeno di assisterlo in gara, una bestia velenosa tutta contratta sui pedali, ma che, passato lo striscione d’arrivo, si placa immediatamente spiegando il sorriso luminoso d’una perfetta dentatura; non mai delirante, anzi controllatissimo, e persino indulgente, talvolta amabile, lo conoscono tutti, quasi un cliché, ormai. Ma da dove venga questo ragazzo, intendo dove abbia preso quel suo metallo speciale, duro, inflessibile, tagliente, quella volontà smisurata, pari soltanto all’ambizione, un’ambizione tuttavia fredda e sicura, intinta di protervia, quel suo sprezzo che rasenta la superbia, questo mi chiedo. Perche in Lombardia ragazzi di tale natura non ne trovate molti: ruvidi sì, schietti sino alla rustichezza, spavaldi da parer sfacciati, eppure sempre con una stilla di timidezza al fondo, e non mai con quella tempra metallica, quella sicurezza che rende intransigente il Gianni sino alla scortesia, almeno nei momenti eroici della sua vita di corridore, e preciso nella determinazione dei suoi traguardi.

Aveva sedici anni il Gianni di quei giorni lontani e era già tutto il ragazzo d’oggi con le sue decisioni impetuose, le sue impazienze, le sue ostinazioni, la sua volontà di ferro. Allora andava ancora a lavorare a Milano alla Ditta Motta, dove anche suo padre e sua madre avevano sgobbato per parecchi anni, come molti di Groppello, in quanto el scior Motta, il grand’ufficiale, il cavaliere del lavoro, il fondatore insomma di quell’azienda illustre, veniva proprio di là, da quelle campagne. I due, anzi, si erano proprio conosciuti impastando farina per i panettoni e lui, l’Enrico, aveva cominciato a fare la corte a quella collega tutto pepe, brillante, infatica bile, spiritosa, dalla risata prorompente e schietta, con un suo fascino rustico e una vitalità che facevano girare la testa ai giovanotti. La volle sposare e quindi decise di lasciare la fabbrica perche lui senza la terra, senza la libertà del cielo sopra la testa, senza i besti e l’aria forte di questa pianura, che a sera ti manda a letto come ubriaco, non ci può stare. Campagna, dunque, e nemmeno la bottega d’ortolano che il nonno aveva cercato di mettere su a Groppello, con poca fortuna; ma una casa lontana da tutti, fuori del mondo addirittura: loro due soli con la terra, il grano, le bestie; sgobbare ma essere liberi, padroni di sé stessi anche se poi si diventa schiavi della terra, delle bestie, degli umori del cielo. A Gianni invece piaceva di fare il pasticciere perche era goloso e se ogni operaio le scorpacciate di dolci le fa per un mese e poi, nauseato, non tocca più una pata per tutta la vita, il Gianni continuo tranquillo a mangiarsene un chilo almeno al giorno, per quattro anni, senza stancarsene mai. Aveva già tentato altri mestieri, perche la scuola la aveva abbandonata presto (era sempre stato promosso ma voglia di studiare non ne aveva) e a undici anni aveva cominciato come ciabattino, poi aveva tentato di diventar meccanico, ma gli seccava tornare unto a casa. Meglio allora nei campi ad aiutare suo padre, oppure imparare a fare il saldatore. Aveva cominciato intanto anche a suonare la fisarmonica, a undici anni– di luigi gianoli, la Gazzetta dello sport

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