Che sta succedendo con il calcio femminile in Nord Corea

Per favore fateci vedere più spesso Choe Il-Sung

 

  Qualcosa sta succedendo in Corea. Quella del nord. Il movimento sportivo che si è ritratto dentro i confini negli anni della pandemia, evitando contatti con il resto del mondo, evitando perfino di partecipare ai Giochi olimpici di Tokyo. Ora il mondo lo domina: nel calcio femminile. Le sue squadre Under-17 e Under-20 hanno vinto i Mondiali nel giro di poche settimane e stamattina si dedica a questo vento dell’est Paolo Tomaselli sul Corriere della sera. Le coreane adulte sono al nono posto del ranking FIFA, ai Mondiali del 2023 causarono l’eliminazione precoce della Germania. I maschietti se ne stanno più ordinariamente al posto numero 111. 

Tomaselli racconta che nella scuola calcio nazionale di Pyongyang crescono, studiano e si allenano 200 atleti. Fanno la stessa vita di tanti coetanei in Europa, l’unica differenza – si legge – è rappresentata dalla musica e dalle coreografie di impronta militare con cui sono accompagnate certe esercitazioni. Fin dall’inizio la presenza femminile è stata attorno al 40%, segno che la Corea del Nord ha sempre creduto nelle sue ragazze e il ricambio è assicurato. Tomaselli accenna al fatto che quando parliamo di certi posti, e in quei posti c’è la Corea del Nord, quella quota di paternalismo occidentale che abita dentro di noi ci induce ad avvolgere di misteri le cose che avvengono là, leggende (la Nazionale maschile del 2010 fu punita o no al rientro in patria dopo le tre sconfitte?) e anche quel pizzico di sospetto che non manca mai. Infatti il Corriere titola su quello: Gol, vittorie e misteri. Tomaselli spiega che nove anni fa la squadra femminile venne esclusa dalla Coppa del mondo perché cinque giocatrici non avevano superato i test antidoping: il medico allora attribuì la positività a un rimedio cinese, fatto con ghiandole di cervo muschiato, per curare le atlete colpite da un fulmine. Se non altro viene da apprezzare una certa fantasia letteraria, si conoscono giustifiche sulle contaminazioni molto più banali. 

Le ombre non finiscono qui, avverte Tomaselli, perché alla fine dei Mondiali Under-17 l’Iran ha sporto reclamo perché fisico e muscoli di Choe Il-Son non sembrano quelli di una diciassettenne. 

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Un mese fa Barney Ronay sul Guardian scrisse che le squadre di calcio femminili nord-coreane stanno venendo a prenderci. Il loro campionato è molto popolare in patria ma si tratta di giocatrici essenzialmente sconosciute al resto del mondo. La BBC ha definito quel calcio un gigante che dorme. Secondo il Guardian Choe Il-Son è una bellezza footballistica che si muove come una combinazione tra l’adolescente Wayne Rooney e l’adolescente Michael Owen, una Endrick più canaglia. È difficile immaginare che ci sia in giro qualcuno di 17 anni più forte. La Nord Corea sta in campo come un vortice di alta classe. Il successo delle sue squadre giovanili sorprenderà solo coloro che non seguono le cose. La Corea del Nord è da tempo una forza nel calcio femminile. Per i più neutrali, scoprire la Nord Corea è stato un promemoria sulla più banale delle nozioni: la capacità dello sport di sorprendere e dissolvere i pregiudizi. Se è la Corea del Nord, come ci aspettiamo che giochi? Con una specie di pressing robotico, no? Una specie di calcio giocato da insetti senza sorriso per amore del Caro Leader. E invece lo stile nordcoreano è sì energico, ma anche libero, creativo e divertente, fatto di combinazioni fantasiose ad alta velocità. Una gioia da guardare”

Il Guardian descrive come affascinante la storia del calcio femminile in Nord Corea, un ambito nel quale il regime ha visto un’opportunità, portando il calcio nelle scuole e nei villaggi, creando una lega nazionale in cui alle giocatrici viene offerto alloggio e lavoro nella capitale. È stato così che la Corea del Nord ha vinto la Coppa d’Asia nel 2001, 2003 e 2008.

Ora sta arrivando una generazione completamente nuova, cresciuta in isolamento per le conseguenze della squalifica doping. Naturalmente, considerata la loto storia, considerata la mancanza di contatti, ci sarà sempre qualche sopracciglio alzato dinanzi al loro sorprendente grado di effervescenza. Ma si tratta anche di un’idea entusiasmante, qualcosa che ci ricorda un passato molto lontano, prima della conoscenza globale e dell’accesso totale a ogni cosa, quando lo sport era un luogo vasto e atomizzato, quando squadre atleti e stili potevano emergere solo dal ciclo dei tornei internazionali. Lo sport – concludeva Ronay – ha il potere di creare connessioni umane, e questa storia è una finestra su qualcosa che va oltre la narrazione di un’oppressione dittatoriale e della povertà. Se c’è anche solo una possibilità di vedere Choe in Europa, qualcuno là fuori metta in moto con Pyongyang un po’ di diplomazia del tiki-taka.

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