Il cheerleading è diventato acrobatico, popolare e pericoloso, e il New York Times racconta come quest’attività sia stata plasmata in gran parte da un’azienda e da un uomo. Negli USA poco più di un milione di bambini, per lo più bambine, partecipano ogni anno a un corso: più di quanti giocano a softball o lacrosse. Ci sono stime anche superiori. Dal punto di vista commerciale si tratta di un mondo dominato da una singola azienda, la Varsity Spirit.
“È difficile fare il tifo in una scuola superiore o in un college senza mettere soldi nelle tasche dell’azienda” dice il NYT. Varsity gestisce campi estivi dove le bambine imparano a fare acrobazie e a esibirsi; un campo nel quale si vendono pompon e divise. Ogni anno sono prodotti 4 milioni e 600 mila capi di abbigliamento, dai pile leopardati Cheer Mom da 80 dollari alle divise personalizzate ricoperte di cristalli Swarovski. Matt Stoller, esperto antitrust e direttore di ricerca dell’American Economic Liberties Project, sostiene che Varsity sia un monopolista il cui predominio nel settore rivaleggia con quello di Google nel settore tecnologico. Con impatti negativi per le famiglie delle bambine.
La Varsity ha sede a Memphis, genera centinaia di milioni di dollari di fatturato annuo, con margini di profitto lordi che a volte superano il 40 percento, “rendendo l’azienda – scrive il New York Times – una mucca da mungere per una serie di proprietari di private equity”. I genitori dichiarano di spendere più di 10.000 dollari all’anno per una bambina che fa cheerleading competitivo. Varsity controlla, secondo alcune stime, oltre l’80 percento del mercato. Jeff Webb è l’uomo che l’ha fondata ed è stato definito “il Rockefeller glitterato o il Dark Sith Lord del cheerleading”. Dai suoi detrattori.