QUASI UNA NEWSLETTER
COSA STAI PER LEGGERE, COSA SAPERE, COSA VEDERE
QUELLO CHE STA SUCCEDENDO
|
LUNEDÌ 19 AGOSTO 2024
#VIA ALLA SERIE A
«L’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento potente che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di fragilità estrema»
[Niccolò Campriani, campione olimpico]
MOTOGP
Embed from Getty ImagesBagnaia, il leader riluttanteQuesto è il ring del toro scatenato Bagnaia, questo è il Red Bull Ring e nessuno sa togliergli la vittoria quando si gira su questo asfalto. Dopo la Sprint di sabato, il campione del mondo si è ripetuto nel GP d’Austria vero e proprio, recuperando otto punti in due giorni a Jorge Martin e tornando in testa al Mondiale. È il quinto successo in tre anni in questi luoghi [due Sprint e tre GP lunghi], il nono su undici corse per un pilota italiano, come dire sempre tranne Jorge Lorenzo nel 2018 e Brad Binder nel 2021. L’Équipe dice che Bagnaia è crudele e si domanda se sia riuscito a mettere sotto anestesia il campionato. “Sembra il più forte, anche se il suo vantaggio in campionato resta minimo”. David Fioux da Spielberg ha scritto che “non è un buon segno per lo spettacolo in pista che il pubblico guardi la pioggia, desiderandola più che temendola. Ed è vero che un po’ di acquazzone, con o senza cambio moto, avrebbe portato un po’ di pepe a questo Gran Premio d’Austria, capace di dar vita alla più elementare delle lezioni sportive: il più forte vince. Non c’è niente da fare contro Francesco Bagnaia al Red Bull Ring, dove padroneggia ogni partenza, ogni curva e ogni frenata”.Parrebbe il ritratto di un Mondiale segnato, con una sua ineluttabilità. Tuttavia, L’Équipe scrive che “poiché cade ancora, di tanto in tanto, in situazioni che a volte sembrano difficili da comprendere dall’esterno, Bagnaia conserva un lato fragile. Ma è davvero un bulldozer lanciato a tutta potenza, probabilmente al top della sua arte”. Ha vinto sei degli ultimi otto GP. Ha ruote veloci ed è un calcolatore. Sbrana e destabilizza. Guido Meda, voce della MotoGP, ha spiegato giorni fa su Sky Sport Insider che “ai nostalgici che percepiscono carenza di sorpassi (come da clichè), vorremmo dire che erano anni che non se ne vedevano tanti come in questi 2023 e 2024. Anni nei quali il razionale e compassato Bagnaia, definito a tortissimo ragionierino della moto, ha vinto con tutti e in tutti i modi. Con l’intelligenza di chi sa risparmiare le gomme, con la fantasia di chi infila un buco che non c’è“. Non è con Martin che duella Bagnaia. Anche se dovesse farlo fino all’ultimo GP. Bagnaia duella col passato e col futuro, con la minaccia di Marc Marquez che la Ducati gli porterà dentro casa dall’anno prossimo e con il ricordo di Valentino. Sempre Meda: “Ha avuto un ostacolo Bagnaia in questa sua ascesa. Arrivare dopo Valentino Rossi. Il 46 aveva il potere di lasciare un segno profondo in tutto quello che faceva. Vincere, tantissimo, perdere, essere divertente, incazzarsi, fare magate, accettare il tempo che passa, non accettarlo, capire che era passato il momento per ributtarsi con la stessa energia in un altro modo di fare il pilota”.
TOUR DE FRANCEEmbed from Getty ImagesQuattro secondi per vincere il Tour de FranceIl Tour de France si è deciso per 4 secondi, in cima all’Alpe-d’Huez, dopo un attacco partito sul Col du Glandon, a 52 km dal traguardo. Sintesi: un finale bellissimo, in una tappa pazzesca. Katarzyna Niewiadoma era partita con un vantaggio di 1’15” in classifica generale su Demi Vollering, tutto maturato giovedì sulla strada verso Amnéville, dove l’olandese è andata a terra a una rotonda, a 6 km dall’arrivo, e si è trovata con una sola compagna di squadra accanto. Aveva un solo copione per ribaltare la classifica e riprendersi un Tour che fino a giovedì stava dominando: attaccare. Allora è partita prestissimo, alla sua ruota si è messa Pauliena Rooijakkers, olandese come lei, ma anziché trovare un’alleata, Vollering si è portata dietro un tappo, il tappo che le ha impedito di vincere il Tour. Non ha mai dato il cambio, si è fatta portare all’arrivo per salire sul terzo gradino del podio, e come scrive Manuel Martinez per L’Équipe, “ora possiamo immaginare che Rooijakkers e Vollering non trascorreranno le vacanze insieme”. Niewiadoma è rimasta calma. Ha avuto una mano da Évita Muzic e Gaia Realini. In discesa ha recuperato qualcosa. È arrivata in cima all’Alpe-d’Huez con quel soffio di vantaggio residuo che stamattina le basta per smettere di essere considerata l’eterna piazzata, tre volte seconda alle Strade Bianche, la sua corsa preferita, e cinque anni senza successi fino alla scorsa Freccia Vallone: adesso addirittura il Tour. “Quattro secondi per l’eternità” titola L’Équipe stamattina. «Sono piena di paradossi. Sono una persona gentile ma mi piace anche essere strana. Mi piace fare il contrario di ciò che la società potrebbe aspettarsi da me. Il ciclismo è sempre stato un modo per incontrare persone. Da bambina mi permetteva di uscire, di sentirmi indipendente, sentivo di avere il controllo della mia vita».In America non riescono ancora a crederci. “Una corsa lunga 600 miglia che si decide per 4 secondi” titola incredulo il Wall Street Journal. Il record del minimo scarto finora apparteneva all’edizione maschile del 1989, tremila e 285 km di percorso, 87 ore e mezza di gara alla media di 37 km orari, e solo 8 secondi di distacco fra Greg LeMond e il povero Laurent Fignon. Dice Joshua Robinson sul WSJ che “alcune gare si vincono anche attraverso la dolorosa arte della limitazione dei danni. Una cosa è sentirsi sovrumani e pedalare in fuga, via dal gruppo. Un’altra è sentirsi orribili e fare di tutto per restare più vicino possibile. Esattamente ciò che ha fatto Niewiadoma. Se la corsa fosse finita ai piedi dell’Alpe, Vollering avrebbe vinto per la seconda volta consecutiva il Tour. Quella di domenica è stata una delle corse più dure mai viste in un grande giro femminile, con quasi 4mila metri di dislivello”. *** Ieri santa Elena, probabilmente la santa protettrice dei Poulidor. Un altro meraviglioso piazzato è andato a prendersi la maglia da leader alla Vuelta. Wout van Aert parte vestito di rosso stamattina per la terza tappa della Vuelta, una maglia – ops – raggiunta grazie a un terzo posto nella crono di sabato e ai bonus del secondo posto di ieri in volata, dietro Kaden Groves. Secondo Tom Lacaille su L’Équipe, “lui che era al via per cercare vittorie di tappa e per aiutare il suo capitano Sepp Kuss, nei prossimi giorni avrà un nuovo ruolo”. Mmm.
Embed from Getty ImagesI secondi decisivi nei pit stop della NASCARÈ una questione di secondi pure l’arte del pit-stop ai box delle corse d’auto. Dieci mesi fa il Washington Post se ne occupò in un pezzo che considerava tutti i piccoli gesti che lo rendono perfetto. In un passaggio, era sottolineata la differenza che esiste con la NASCAR, dove i meccanici sono reclutati come dei cameo per uno spettacolo. Ecco. è di loro che parla il New York Times, di questi signori muscolosi ingaggiati per lo scopo. Titolo: “Quando i sogni della NFL finiscono, arrivano i box della NASCAR”. Così, Ken Belson racconta le storie di ex promesse del football che prendono parte a questi camp che nel mese di giugno durano un giorno intero [ma ce n’è stato pure uno di tre giorni la settimana scorsa], durante i quali si sottopongono a prove come saltare una staccionata in corsa, fare rifornimento a un’auto e cambiare le gomme in meno di 10 secondi. Sono running back universitari che confidavano di far carriera e milioni grazie alla loro forza, la loro agilità, la loro velocità, “ma la maggior parte di loro riesce a malapena a cambiare l’olio delle proprie auto” fa notare il New York Times. D’altra parte, li difende Keith Flynn, direttore del pit crew di Hendrick, un tipo che recluta braccia per le macchine da 14 anni, «non cresci giocando a far i pit stop nel tuo cortile».I pit stop NASCAR sono finanche più feroci di quelli in F1. Le gare NASCAR possono arrivare fino a 600 miglia, le auto sfrecciano in pista a 200 miglia orarie ma si vince con un margine che la F1 se lo sogna. Nella stagione scorsa il distacco medio di una vittoria è stato di 1,11 secondi, ed è stato inferiore a un secondo in 19 delle 36 gare in programma. Quest’anno il margine di vittoria è stato inferiore a un secondo in 10 delle 23 gare finora corse. È evidente che un pit stop più lento anche solo di un sospiro o di un battito di ciglia può costare ai team centinaia di migliaia di dollari in premi in denaro e potenziali sponsorizzazioni.La ricerca di questo genere di vantaggio spinge i grandi team a investire milioni di dollari per assumere e formare decine di cambia gomme, addetti al sollevamento pesi, trasportatori di taniche di benzina, gente che lavora in condizioni caotiche nei giorni di gara per 38 settimane all’anno. I team stanno costruendo anche palestre all’avanguardia e assumono i migliori allenatori, i migliori chef, i migliori istruttori di yoga. I signori che sognavano di andare al Super Bowl e adesso smontano le gomme possono guadagnare anche fino a 200mila dollari l’anno.
AMERICHE Settant’anni di Sports IllustratedL’uscita di Sports Illustrated era un rischio, si è trasformato in un gioiello americano. Così dice il Washington Post nel celebrare i 70 anni di quella che negli Stati Uniti definiscono la Bibbia dello sport. “Macchine fotografiche miracolose e un crescente interesse per lo sport contribuirono al lancio di una nuova rivista” racconta Frederic J. Frommer, parlando di “giornalismo sportivo di qualità prima di attraversare di recente tempi difficili”. Il primo numero del 16 agosto 1954 aveva in copertina la star dei Milwaukee Braves, Eddie Mathews, ma sulla rivista non c’era nessun articolo né su di lui né sui Braves. Per giunta la foto era pure vecchia di più di due mesi. Il leggendario editore e co-fondatore di Time, Henry R. Luce, aveva lanciato il settimanale sportivo per diversificare le pubblicazioni di Time Inc., che includevano Time, Life e Fortune. God bless chi diversifica. Casomai sapete dove trovarci. Luce andò avanti con Sports Illustrated contro i consigli dei suoi più fidati collaboratori, che consideravano l’idea di una rivista settimanale dedicata esclusivamente allo sport come “una follia costosa, fuorviante e banale” ricorda Michael MacCambridge nel suo libro The Franchise: A History of Sports Illustrated Magazine. Negli anni ’50 lo sport era ancora visto come un’attività da operai e un primo studio di mercato condotto dalla Time Inc. descriveva i tifosi come giovani e scansafatiche, storicamente due sinonimi. Nei mesi che precedettero il lancio [144 pagine, 25 centesimi] ci furono molti dubbi interni alla casa madre. L’anno prima, la rivista ancora senza nome era in fase di progetto ed era conosciuta all’interno dell’azienda come Muscles. Time Inc. scelse il nome Sports Illustrated preferendolo ad altre proposte come Arena, Weekend, Leisure e Score, rivelò il Wall Street Journal nel 1954. Il New York Herald Tribune che anche un’alternativa a Muscles era Trops – e la pubblicità avrebbe consigliato ai lettori di leggerlo al contrario [gulp, questa è una grande idea: ricordatevene quando fonderete un prossimo geniale giornale sportivo]. Luce dovette comprare i diritti di una precedente pubblicazione che si chiamava Sports Illustrated per 5.000 dollari dell’epoca, più o meno fanno 60.000 di oggi, più un abbonamento a vita al precedente proprietario del nome. Time e LIfe furono generosi nel sostenere il lancio della rivista gemella e il primo numero conteneva pubblicità di cappotti da donna, abbigliamento da uomo, benzina, pneumatici, automobili, accendini, attrezzature sportive, ma pure scotch e champagne. C’erano articoli sulla caccia, corse di cavalli, boxe, ce n’era anche uno dal titolo The Battle of the Bubble Gum, dove la battaglia consisteva nella caccia a nuovi clienti, giocatori di baseball per esempio. Era un’America con 12 squadre NFL, nove squadre NBA e sei franchigie NHL – ma era pure un’America immersa nei cambiamenti: la prima TV a colori e il primo jet moderno. Per Sports Illustrated hanno scritto John Kennedy, William Faulkner, Robert Frost, John Steinbeck, John Updike, Jack Kerouac, Jimmy Breslin. Apparire sulla copertina di Sports Illustrated era un segno di distinzione. E oggi? Il Washington Post scrive che “la rivista è stata duramente danneggiata da Internet e dai cambiamenti nelle abitudini. È diventata il guscio di sé stessa negli ultimi anni. Nel 2017, la Meredith Corporation ha acquistato Time Inc. , che include Time magazine, SI e People, per circa 3 miliardi di dollari. Poi nel 2019, dopo diversi cicli di licenziamenti alla rivista, Authentic Brands Group ha acquistato la proprietà intellettuale di SI, recuperando il suo investimento tramite accordi di licenza. A gennaio di quest’anno, gran parte dello staff della rivista ha ricevuto avvisi di licenziamento, nel mezzo di una disputa tra Authentic e Arena Group, che ha pagato ad Authentic i diritti di pubblicazione di SI in versione cartacea e online. La rivista, che un tempo era settimanale, è passata a essere quindicinale e, nel 2020, mensile. A marzo, Authentic Brands Group ha annunciato di aver trovato un nuovo editore, Minute Media, con sede a Londra, che pubblica siti web tra cui Players’ Tribune, ponendo fine a mesi di incertezza su chi avrebbe diretto la rivista, attiva da 70 anni”.
IL CALCIO ITALIANO Pronti, via, inseguiamo: analisi dei ritardi di Inter Milan Roma e NapoliPer vincere lo scudetto, Inter Milan Roma, a maggior ragione casomai il Napoli, dovranno fare qualcosa che in serie A non si vede da molti anni, scalare la classifica e arrivare in cima senza aver preso i 3 punti alla prima giornata. È da otto anni che in Italia non succede più. O vinci all’esordio o sei tagliato fuori. La Juventus del 2015-16 è stata l’ultima squadra a ribellarsi a questa sorta di verdetto precoce, andando a prendersi il suo 32esimo scudetto nonostante la sconfitta in apertura contro l’Udinese. In realtà quella Juventus fece molto di più, alla quinta giornata aveva 10 punti di ritardo da Fiorentina e Inter che si erano messe al comando, e li mangiò uno a uno dopo il famoso patto nello spogliatoio dopo una partita col Sassuolo. C’è sempre un leggendario patto nello spogliatoio, alla base di un successo. Non è neppure una cosa che passa sotto silenzio. Non si capisce perché non ne stringano uno in ogni squadra, se è tutto così facile. Stasera sapremo se i due punti lasciati sul tavolo dalle milanesi e dalla Roma – i tre dal Napoli al quale piace sempre esagerare – saranno tali anche nei confronti di Atalanta e Juventus, oltre che di Verona e Lazio, la sorprendente coppia in testa dopo la domenica-1 del campionato. Verona e Lazio sono due squadre escluse dai pronostici dell’alta o dell’altissima classifica, il ritardo eventuale da Atalanta e Juventus avrebbe tutt’altro peso. Di diversa qualità è pure la filigrana che per ora si può solo ipotizzare o intravedere nella trasparenza di codesti ritardi. Quello dell’Inter pare figlio di un pomeriggio stralunato e di un paio di occasioni concesse senza un perché, una distrazione, ecco, uno dei sostantivi della nostra lingua più spesso associati alla stagione estiva. Il ritardo del Milan è stato forse un ritardo di consapevolezza, un ritardo nel prendere coscienza che le amichevoli sono un esercizio balneare e la prima di campionato un 100 metri farfalla. È stata una forma di distrazione anche questa, peraltro esercitata con la dimostrazione di avere ricambi di qualità superiore alla media del campionato e raffinatezza nei piedi di tanti, perfino quando i cross da destra partivano con insistenza e si spegnevano oltre l’area di rigore, uno addirittura in fallo laterale. Era evidente che se quei piedi avessero continuato a mettere al centro palloni così dolci e tagliati, uno sarebbe finito dentro, e anche due. Infatti. Il ritardo della Roma si porta dietro il paradosso di aver visto come migliore in campo per 20 minuti il giocatore che la Roma pare destinata a perdere, e quel che più stranisce: pare intenzionata a perdere. Ma almeno Paulo continua a essere della Roma finché sarà pagato dalla Roma: una verità elementare che la serie A sembra intenzionata a trascurare. Paolo Condò su Repubblica scrive stamattina che è “un agosto di malinconie in molte piazze, ma soltanto alcune l’affrontano con professionalità e dignità”.La più malinconica di tutte, fedele al vero spleen nascosto della città, è Piazza Antonio Conte. Il ritardo-maxi del Napoli è il più interessante da indagare. Se non avessimo un giornalismo sportivo strillato, anziché soffermarsi sulle parole scaltre dell’allenatore, il cuore che sanguina, mi vergogno, quella roba là, così esatta per un titolo del giorno dopo già consumato il giorno prima – ci si potrebbe forse domandare un paio di cose. La prima: perché il Napoli che nell’ultimo ventennio di calcio ha prodotto molta innovazione, anche eretica, abbia imboccato con Conte una strada così conservatrice, così distante dalla modernità non solo tecnica, non è solo una faccenda di schemi, moduli, quella roba là: nel calcio e nello sport sembra passato il tempo dell’elogio dei sergenti. La seconda cosa da chiedersi è come abbia fatto il Napoli a specializzarsi nello spreco del tempo. Fu il suo peccato capitale nella stagione dello scudetto, lo aveva di fatto vinto a febbraio, aveva tre-quattro mesi di vantaggio sulle avversarie per far pesare il suo fascino e la sua superiore liquidità sul mercato, poteva programmare qualunque cosa, una prosecuzione di quel ciclo, una correzione di rotta, uno stravolgimento. Non fece nulla. Arrivò con le spalle al muro a subire tutto, la separazione da Giuntoli, l’addio di Spalletti, fino a dover spacciare per rinforzi di una squadra campione d’Italia una serie di giocatori di cui oggi prova a disfarsi. Il peccato si è ripetuto, e rischia di essere mortale. Sempre nel mese di febbraio, la stagione era chiusa di nuovo, in senso inverso. Di nuovo c’erano tutte le premesse per muoversi in anticipo, facendo stavolta la sola cosa necessaria in assenza del bancomat Champions: trovare prima possibile i soldi per finanziare la ricostruzione. In sostanza una mossa sola: incassare certezze immediate dalla cessione di Osimhen. Non è successo, e il 3-0 di Verona ha quella radice. Oppure ne ha un’altra più metafisica, che agli amici di Slalom è già nota. Molti tifosi del Napoli, smemorati, quelli che hanno rimosso il fallimento e la serie C, stanchi di un decennio con tre Coppe Italia, e una serie di piazzamenti [secondo-terzo-quinto-secondo-terzo-secondo-secondo], si misero a un certo punto a desiderare a voce alta un destino diverso: non più 10 anni da meravigliosi piazzati, diamine, ora basta, non ne possiamo più, ma un nuovo prossimo ciclo, un nuovo prossimo decennio nel quale ci fosse finalmente una gioia, uno scudetto, ecco, anche a costo di finire nove volte al nono posto, dopo. Ora: sarebbe un problema, ma un problema serio, se lassù qualcuno avesse sentito.
LA SALA DEGLI SPECCHI Alessandro Bocci sul Corriere della sera ha scritto che c’è una sostanziale differenza tra i pareggi delle due squadre della città, e pare di capire tra le righe che la differenza sia colpa di Fonseca, che a Milano non è stato proprio accolto con le rose. “La squadra di Inzaghi, che soffre del complesso di Marassi, è sembrata distratta e poco reattiva, complice anche il ritardo di condizione con cui si sono presentati all’appuntamento giocatori importanti reduci da un’estate stressante, il capitano Lautaro su tutti”. Quanto al Milan, “Fonseca deve ripartire dalla qualità di Morata, che quando è entrato ha marcato la differenza, e dal furore con cui i rossoneri hanno giocato gli ultimi minuti. Il resto autorizza mille preoccupazioni. Il Milan è sembrata una squadra vuota, slegata tra i reparti, prigioniera delle scelte sbagliate del suo allenatore, come Saelemaekers terzino sinistro. Il Torino ha dato una lezione al Diavolo, anche dal punto di vista tattico. Una partita non fa giurisprudenza e non è certo arrivato il tempo dei processi, ma gli impacci milanisti sembrano più gravi e difficili da rimediare di quelli interisti”. IL CERCHIO DI FUOCO La difesa dell’Inter | Paolo Tomaselli sul Corriere della sera ha scritto: “Come quella azienda di panettoni che a ferragosto ha pubblicizzato il suo prodotto con Babbo Natale in riva al mare («Ma tu non stai già pensando al Natale?») anche l’Inter a Genova ha dispensato doni a profusione, con largo anticipo. A parte un super Thuram, in discreta misura Barella e il solito Frattesi in versione panchinaro d’oro, l’Inter ha giocato a marce ridotte, dando coraggio con i suoi errori all’avversario” . IL GIOCOLIERE Percassi | È il destino di chi sente pronunciare l’aggettivo storico quando finalmente vince. È storico proprio perché un attimo dopo torna tutto come prima. A Napoli va via Spalletti, a Bologna va via Thiago Motta, a Bergamo trattengono Gasperini ma subito dopo arriva il macello, a partire dal crociato di Scamacca. Koopmeiners è stato il caso dell’estate. Si è presentato in ritiro con un’offerta della Juventus e ha chiesto di non essere convocato. Ha chiesto in sostanza di essere considerato uno della Juve prima ancora casomai di andare alla Juve. Un marziano lo troverebbe buffo, ma non è così inusuale. Accade di frequente, accade pure a Napoli con Osimhen, accade soprattutto nei casi in cui un club tutto sommato ha messo in conto la cessione, e non vuole pregiudicarla con un infortunio. Ma quando un giocatore vuoi tenerlo, quando non temi di perderlo nel giro di un anno a parametro zero, quando sei disposto a ingaggiare un braccio di ferro serio [per restare a Napoli: Kvaratskhelia], un giocatore col muso lo fai allenare col muso. Ormai il calcio si è rassegnato all’idea che un giocatore scontento non vada trattenuto, ma il caso Lookman scoppiato ieri sconcerta finanche i più realisti e concreti democratici fra noi. Dal giorno alla notte, tre mesi dopo la tripletta in finale al Bayer Leverkusen, anche Lookman sente di non appartenere più. Ha posato il telefono con l’agente e ce l’ha fatto sapere. Forte della finestra Koopmeiners con la finestra rotta, si è messo in congedo pure lui. Ehi, sapete, a Lecce non vengo, Parigi è fichissima. Eppure Lookman ha un contratto fino al 2027. Per andarsene a Parigi c’è una sola strada: la cessione di quel contratto. La volontà dell’Atalanta. Lookman non si libera a zero l’estate prossima, e neppure fra due. Non c’è da parte del club l’angoscia di restare a mani vuote. Il punto, allora, qui è perché l’Atalanta acconsenta. Perché l’Atalanta rinunci a esercitare il suo diritto di disporre di quel contratto. GLI ACROBATI Sogliano e Baroni | Paolo Condò su Repubblica: “I due uomini in testa alla classifica dopo le prime otto partite hanno confezionato assieme un piccolo capolavoro soltanto pochi mesi fa. Costretto dalle ristrettezze economiche a inventarsi a gennaio un nuovo Verona, il direttore sportivo Sean Sogliano aveva messo un eterogeneo gruppo di sconosciuti a disposizione dell’allenatore Marco Baroni, e quello li aveva condotti alla salvezza permettendosi pure un gioco piacevole, oltre che redditizio. Un bel lavoro che gli ha fruttato l’upgrade alla Lazio, e il 3-1 al Venezia di ieri segnala il rispetto delle buone premesse poste col mercato”.
Il lungo tunnel del ChelseaEccolo qua, uno di quei bei titoli di racconto post-moderno del calcio iper-moderno. “Il centrocampo da 280 milioni di sterline del Chelsea dominato da un giocatore che hanno venduto per 30 milioni di sterline”. Wow, per dirla alla Guardiola. Eccolo qua, uno dei non rari esempi di tracimazione della finanza nel pallone. È necessario oggi saper dire dei meccanismi economici che regolano il sistema e spiegano scelte, decisioni, assunzioni di [ir]responsabilità. È misterioso invece il motivo che spinge a render conto di una partita con la proiezione dei soldi in campo, proprio nel cuore del campo, al centro, come misteriosi sono i continui aggiornamenti che riceviamo sui calciatori che si sono rivalutati rispetto alla stagione scorsa o sulle rose che valgono di più: misteriosi almeno saranno finché non vedremo un carosello per le strade di Bologna, che so, coi tifosi in festa perché Riccardo Calafiori valeva 4 milioni e all’improvviso ne vale 45. Infatti lo vendono. Fine del Momento Brontolo. “Il centrocampo da 280 milioni di sterline del Chelsea dominato da un giocatore che hanno venduto per 30 milioni di sterline” è la sintesi scelta dal Telegraph per raccontare il 2-0 del Manchester City all’esordio in Premier a Stamford Bridge. Deve trattarsi di un omaggio a una partita che metteva di fronte un club sotto inchiesta per 115 violazioni al fair play finanziario e un altro soggetto a un’indagine di vasta portata su possibili reati da parte del precedente proprietario. Quelle belle storie di sporcaccioni che tanto piacciono alla gente che piace. Il centrocampista in questione è Mateo Kovačić e Jason Burt fa notare che il gran capo Todd Boehly se ne è liberato per una cifra pari a un quarto di quella spesa per avere Enzo Fernández. “Se si è trattato di un autogol del Chelsea, non è stato l’unico” dice, e finalmente l’analisi diventa tecnica, in una squadra dove “Sterling è stato scartato e ha rilasciato una dichiarazione sciocca, chiedendo chiarezza sul suo futuro prima del calcio d’inizio”, dove “i tifosi hanno scandito il nome di Conor Gallagher dopo il gol di Haaland”: cioè il nome dell’ultimo prodotto dell’Academy coltivato solo per essere venduto; un posto dove “Ben Chilwell è in vendita, ad Armando Broja è stato tolto il numero di maglia, anche Romelu Lukaku non era nella lista dei convocati e Trevoh Chalobah è stato costretto a uscire. È un approccio brutale e se sei brutale devi ottenere dei risultati”. Oh, diciamo la verità. Non era la miglior prima-giornata possibile, contro il Manchester City. Tuttavia, si sa lo scherzo che fanno le aspettative. Così, per raccontare questo nuovo-vecchio smarrimento intorno al Chelsea, lo storico del calcio Jonathan Wilson sul Guardian ha scritto che “più le cose cambiano, più restano le stesse. Ci sono stati nove arrivi al Chelsea questa stagione e sette partenze, una spesa netta di 75 milioni di sterline. C’è un nuovo allenatore, c’è una nuova maglia, presto ci sarà un nuovo sponsor. Il fermento e il tumulto continuano, ma in mezzo a tutto questo, le prestazioni rimangono familiari. Nicolas Jackson continua a essere spesso in fuorigioco. Cole Palmer continua a sembrare l’unica vera scintilla di qualità offensiva. Marc Cucurella continua a sembrare un giocatore molto lontano dal terzino sinistro che gioca per la Spagna. I due centrocampisti da 100 milioni di sterline continuano a sembrare essenzialmente nella media. I cori per Conor Gallagher sono stati l’unica palese opposizione alla politica di trasferimento del club. Todd Boehly si sarà pure tagliato i capelli, ma continua a sedere nel box dei dirigenti con un’aria benignamente confusa”. Un senso di irrealtà, ecco questo deve essere, un senso di irrealtà dice Wilson, per una squadra che ha sotto contratto 48 calciatori e che ha nominato capitano un ragazzo argentino solo un mese fa protagonista di una indignazione generale e diffuso per essere stato ripreso in un video mentre cantava canzoni razziste verso i francesi. Per il resto va tutto bene. Anzi no. Jonathan Wilson ricorda che al Chelsea si paga il 5% in più dell’anno scorso e che ai bambini è fatto divieto di scattare fotografie con i loro cellulari ai calciatori a bordo campo dopo la partita, altrimenti dicono gli steward «restiamo qui tutto il giorno». Così a Jonathan Wilson pare che questo sia ormai “un club distrutto alla disperata ricerca di un’anima”, se i tifosi vengono “trattati come un inconveniente”.
De Zerbi consola dalla nostalgia per il ping pongVentiquattr’ore dopo aver lanciato il dezerbismo, l’Équipe torna su questa esplosione di gioco e gol vista subito a Marsiglia, per sospirare e aggrapparsi a un gancio, per continuare a credere di avere un campionato degno di essere seguito. Questo dice Anthony Clément nel suo editoriale, il riassunto della prima giornata che “solitamente dà l’opportunità di immaginare che tutto andrà meglio, che i nuovi saranno più forti dei vecchi, nella bella luce dell’estate capace di convincere che l’erba non è più verde altrove”. Stavolta è più dura credere a un’illusione, perché in questo week-end “abbiamo visto partire la L1 incrociando le dita affinché possa concludersi normalmente a maggio, senza dichiarare bancarotta. Bisogna avere grande fiducia nel nostro campionato, per affrontare questa stagione con le solite speranze, stravolte dalla brutta farsa dei diritti tv e dal ricordo ancora bruciante dei Giochi Olimpici, un ricordo che rende ancora un po’ insipido tutto il resto”. Secondo L’Équipe l’accordo con DAZN ha messo la Ligue1 “in un anonimato televisivo che l’ha riportata alla preistoria. I primi tre giorni di partite non hanno potuto dare risposte alle domande rabbiose. Tutti vedono che al cast mancano stelle, e alla L1 non aiuta averne trovata una in Mason Greenwood, l’esterno del Marsiglia, perché non è una stella da poter esporre sulle pensiline con decenza”. Un riferimento all’inchiesta per violenza domestica contro la sua compagna, chiusa da un accordo privato di conciliazione. “Non riuscendo a essere il Campionato delle stelle – scrive Clément – la Francia potrebbe essere il Campionato delle tribune piene, sull’onda della mania popolare delle Olimpiadi, se non si divertisse a sabotarne l’atmosfera”. Una parte della curva del Brest è stata chiusa sabato, quella del Rennes ieri era vuota e il Geoffroy-Guichard di Saint-Étienne sarà parzialmente chiuso sabato per la partita contro Le Havre. E qui arriva il dezerbismo. “Ci sono molti ostacoli, ma c’è ancora un po’ di magia rimasta. Stamattina abbiamo meno voglia di guardare il ping pong, perché pensiamo di più alla prossima partita dell’OM di Roberto De Zerbi, al Rennais che abbiamo scoperto ieri e al Lione che ci dimostra come i soldi non fanno la differenza, né la felicità, perché le fortune spese per dei giocatori medi non garantiscono il successo. Del resto è ancora tempo di sentire l’euforia dell’estate alle porte, la L1 saprà sempre sorprenderci: la prova è aver visto Steve Mandanda parare un rigore”. LA QUESTIONE DEI DIRITTI TV Per vedere il calcio in Francia si pagano 60 euro al mese È la rivista So Foot a dedicare un pezzo all’apertura dell’era DAZN in Francia. “Di fronte ai suoi prezzi, la rivolta si organizza su X, dove il #BoycottDAZN è decollato come una polveriera. Suggerimenti e buoni piani sono stati felicemente condivisi”, come per esempio l’opportunità di apprendere che “il canale Cazé TV – leggiamo su So Foot – trasmette legalmente il campionato su YouTube e che è sufficiente una semplice VPN connessa al Brasile per vedere le partite. La star del momento resta l’IPTV, un avversario che fa tremare la Ligue”. So Foot ricorda che nella scorsa stagione, guardare la Ligue 1 su Amazon costava 21,98 euro al mese, e 19,99 euro le due partite complementari su Canal+. Per 42 euro al mese lo spettatore aveva accesso a tutto il campionato, anche a sette partite di Ligue 2 ogni fine settimana, a tutta la Premier League, a parte delle coppe europee. Questa stagione il costo è di 29,99 euro mensili per dodici mesi, oppure 39,99 euro senza impegno solo per DAZN, a cui bisognerà aggiungere 15 euro per la partita del sabato alle 17 su beIN Sports. Per avere anche la Premier e la Champions League, bisogna pagare almeno 60 euro al mese, dice So Foot. Giudizio: “Decisamente troppo. Coloro che fissano i prezzi non hanno assolutamente capito il punto. I prezzi annunciati da DAZN sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e non è stato l’annuncio della trasmissione gratuita di Tolosa-Nantes domenica a calmare la gente” . ANCHE I RUGBISTI PIANGONO Il rugby inglese costa 91 sterline al mese In Inghilterra ci sono analisi simili ma per la palla ovale. “Ora guardare il rugby – spiega il Telegraph – costerà 91 sterline al mese: questa programmazione TV mostra una realtà da incubo per i tifosi. L’unico modo per guardare tutte le competizioni nazionali e internazionali della prossima stagione è avere più abbonamenti con costi alle stelle”
TENNIS Sabalenka stanca di sconfitte contro SwiatekUn conto è la terra, un altro il cemento, peraltro quello velocissimo di Cincinnati. Nella più contemporanea delle sfide, Aryna Sabalenka ha battuto Iga Swiatek dopo averci perso a Madrid e a Roma. Avversarie per la 12esima volta in meno di tre anni, in Ohio è arrivata la quarta vittoria per la bielorussa. Swiatek aveva mandato segnali di vulnerabilità nei turni precedenti, lasciando un set nel suo primo match contro la 69esima al mondo Varvara Gracheva e facendosi mettere alle corde nei quarti di finale dalla 17enne Mirra Andreeva.Dal racconto di Bertrand Lagacherie su L’Équipe: “Come al solito, la polacca è arrivata con il volto nascosto il più possibile sotto la visiera del berretto, tagliata fuori dal mondo dalle cuffie, staccate solo all’ultimo momento. Durante tutta la partita, c’era una tensione estrema che si leggeva nei suoi occhi, come se nonostante tutti i successi questo sport la stesse divorando dall’interno, come se fosse una lotta contro le sue emozioni, più che contro le avversarie. Dall’altra parte della rete Sabalenka ha mostrato un’immagine solare, in contrasto con il cielo pieno di nuvole minacciose. Un’altra visione del tennis”. Sabalenka giocherà la sua nona finale in un Masters Series, sempre che si chiami ancora così, qui ti cambiano i nomi a tutto sotto gli occhi: la prima a Cincinnati dopo essersi fermata tre volte in semifinale contro Simona Halep (2018). Caroline Garcia (2022) e Karolina Muchova (2023). Avversaria: Jessica Pegula
SINNERENTOLA A mezzanotte arriva Jannik per il gran ballo di Cincinnati, primo italiano di sempre in finale nella storia del torneo dopo aver battuto Sasha Zverev in tre set. Avversario: Tiafoe. “Sinner ha vinto una partita memorabile, durata oltre tre ore” dice Alessandro Mastroluca su Supertennis, “con un tennis più preciso come dimostrano i 36 gratuiti a 49”. Per Danilo Gori di Ubitennis “una prova di grande coraggio nonostante un’evidente menomazione all’anca”. |
| IL LIVE DI SLALOM..
|
|
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde qualche aggiornamento quotidiano su temi, discussioni, rubriche pubblicate durante il giorno. Non vi impressionate. È una cosa poco invasiva, riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. Fa molto fico averne uno. |
| RASSEGNA..
CHE COSA SI DICE STAMATTINA IN GIRO EDICOLA
Il diario di Slalom si è aperto come ogni giorno con la consueta galleria di prime pagine da tutta Europa.
|