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DOMENICA 18 AGOSTO 2024
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«L’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento potente che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di fragilità estrema»
[Niccolò Campriani, campione olimpico]
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ADDII Alain e i suoi fratelliQuando Luchino Visconti stava per girare Rocco e i suoi fratelli, contattò diversi organizzatori italiani di pugilato, da Umberto Branchini a Vittorio Strumolo, a Libero Cecchi. Aveva nella sua storia cinque fratelli venuti dalla Lucania a Milano, attratti dalla fama pugilistica di Simone, e voleva nel film situazioni realistiche, voleva figure che venissero da quel mondo. Era il suo metodo. Aveva fatto lo stesso con Bellissima, con Senso, con Le Notti Bianche. Simone assassinerà una donna in un bar all’angolo tra via Galileo e via Marco Polo, a pochi passi dalla redazione della Gazzetta dello sport. Il ruolo di Simone sarebbe stato affidato a Renato Salvatori, uno dei poveri ma belli, su un ring c’era salito davvero da ragazzo. L’altro personaggio memorabile nel film, il suo fratello minore Rocco, garzone in una stireria di Milano, era stato invece assegnato a un giovane francese dal gran futuro. Alain Delon aveva esordito al cinema solo tre anni prima, nel 1957, con il suo volto d’angelo attraversato da una profezia di dolore. A ventiquattro anni sarebbe stato allora il Rocco di Luchino Visconti, un pugile molto promettente che ben presto avrebbe scalato le classifiche per diventare lo sfidante al titolo mondiale. Nel match in cui Rocco diventa campione, sul ring batte il futuro campione dei welter, il francese Sauvier Chiocca. Visconti chiamò un arbitro vero, Schindler, e fra le comparse apparvero gli allenatori Merli e Combi, i pugili dilettanti Quirci, Suardo, il futuro campione del mondo dei superwelter Carmelo Bossi. Molte riprese furono girate al Palazzo dello Sport, alla palestra Ignis, a Porta Romana. La figura del manager fu interpretata da Paolo Stoppa, e poco prima delle riprese, Alain Delon diede un’intervista dalla palestra parigina dove Visconti lo aveva mandato a imparare la boxe, da Jean Bretonnel. È nell’archivio di Arte. Alle telecamere di Cinépanorama, “ansimante, sudato, con le mani ancora fasciate, saltando continuamente, rispondeva da dietro le corde al giornalista François Chalais“ ricorda L’Equipe, e raccontava di aver fatto un certo numero di concessioni al regista, per entrare nel personaggio.
La risposta di Arsenal e Liverpool allo UnitedKAI HAVERTZ Il primo impatto di Kai Havertz mostra perché l’Arsenal è già migliore in questa stagione. Se ne dice certo Sam Dean dal Telegraph dopo il debutto in Premier della squadra che ha preso Riccardo Calafiori dal Bologna [ma contro il Wolverhampton lo ha tenuto in panchina]. Nella prima campagna di Kai Havertz con l’Arsenal gli ci vollero 20 partite per segnare un gol su azione. Stavolta gli sono bastati 25 minuti. “È un contrasto che sottolinea i progressi fatti a livello individuale negli ultimi 12 mesi, mostrando perché l’Arsenal potrebbe essere ancora più forte nella corsa al titolo. La squadra di Mikel Arteta è a un punto del suo sviluppo in cui non ha necessariamente bisogno di acquistare un nuovo attaccante per migliorare. Un altro esempio è Bukayo Saka. L’ala compirà 23 anni tra qualche settimana. Non è più un ragazzino. Sono giocatori di livello d’élite, che stanno crescendo insieme. Per molti versi, la prima partita della nuova stagione è sembrata poco più di una continuazione della stagione precedente”. Nessuna faccia nuova in campo, stesso atteggiamento di sempre. “La trasformazione di Havertz da centrocampista incerto ad attaccante di prima categoria – dice il Telegraph – è stata uno degli sviluppi più importanti nel 2024 dell’Arsenal. Il tedesco sembra molto più a suo agio in questa posizione. In giornate come questa, ci sono pochi attaccanti in Europa che possono offrire lo stesso contributo di Havertz nella prima linea d’attacco. Havertz porta forza aerea, abilità tecnica, la capacità di scendere a centrocampo e la volontà di recuperare. Un’indicazione che questa sia ora la sua posizione principale è che l’Arsenal è in trattative per ingaggiare un centrocampista, Mikel Merino, da far giocare nel suo vecchio ruolo sulla sinistra del centrocampo a tre”. MO SALAH T’aspetti il nuovo Liverpool di Slot e arriva il solito gol di Salah. “Sono passati sette anni da quando Mohamed Salah è arrivato al Liverpool, un’acquisizione relativamente di basso profilo in un’estate di acquisti costosi. E sette anni dopo, uno dei più grandi giocatori attuali sembra in forma come allora. La forza di Salah è che fa sembrare tutto facile, settimana dopo settimana e stagione dopo stagione”. Così ha scritto il Telegraph dopo il suo gol a Portman Road contro l’Ipswich, il nono segnato dall’egiziano in una prima-giornata della Premier. La scorsa stagione è stata quella del suo record negativo di gol, e sono stati comunque 18 in 32 partite. Nel primo tempo, il giovane terzino Leif Davis lo ha anche tenuto benino, nel secondo si è scollato dalla partita. “Difficile credere che a soli 32 anni Salah possa andarsene come free agent a fine stagione verso l’Arabia. Sembra che ci sia ancora tanto da fare per lui – dice il Telegraph – ma Arne Slot deve sapere che il Liverpool post-Salah sarà una proposta molto diversa. Prima ancora delle situazioni contrattuali di Virgil van Dijk e Trent Alexander-Arnold, il futuro di Salah rimane la questione chiave da risolvere”. SPAGNA La differenza tra Flick e i suoi predecessoriNon sono stati due gol spettacolari, quelli di Robert Lewandowski a Valencia, ma hanno aiutato Flick a vincere la sua prima partita. È la sintesi dell’intervento di Santi Nolla, direttore del Mundo Deportivo, la voce della catalanidad futbolistica. “Lewy non è stato assunto per offrire esibizioni artistiche ma per apparire in cima alla classifica dei marcatori. E a questo compito tiene fede. Bisognava dargli fiducia”. Il Valencia era andato in vantaggio contro un Barça schierato con due centrocampisti fatti in casa [Casadó e Bernal] e quattro giocatori dalla propensione offensiva: Lamine Yamal, Raphinha, Lewandowski e Ferran. Juan Irigoyen su El Pais ha scritto che “nel Barcellona si ripetono sempre le stesse cose dai giorni della pandemia, o sono problemi economici, o sono problemi giuridici [il caos Negreira] ma tutti svelano un’entità fragile, sempre in attesa di un colpo a effetto che possa ridare fiato al rombo del club. Lo scudo che Xavi garantiva a Laporta si è rotto [o lo hanno lasciato rompere], la coppia Lamine Yamal-Nico Williams sensazionale agli Europei non è stata clonata e tutti gli sguardi si posano su Hansi Flick, questo allenatore di basso profilo, futbolero y lavoratore, un amico del buon senso. In un Barcellona in permanente stato di ebollizione, Flick scarta l’ipotesi di convertirsi in un portavoce del club. Le conferenze stampa sono decisamente più corte di quelle del suo predecessore, e si fa carico della sola energia che gli pare di poter controllare: quella dello spogliatoio”. In altri termini, con le parole di Ramon Besa, ancora su El Pais, Flick è un allenatore che allena, non è un messia culé. “Sebbene non garantisca la vittoria, c’è la certezza che si tratta di un allenatore che non viene in soccorso alla squadra e al club per un atto di patriottismo, di fede e di servizio alla causa. Una vera novità a Barcellona”. Besa spiega che Flick ispira più rispetto che ammirazione, “e il suo curriculum è tanto breve quanto brillante. Si sa anche che il suo agente si chiama Pini Zahavi, lo stesso di Lewandowski, il giocatore che aveva preso più chiaramente le distanze da Xavi. Un dettaglio in più per sottolineare che si tratta di una scommessa di Laporta. Flick simboleggia un metodo più che un nome, se ne sta lontano dai personalismi, liberato dal dna del Barça, dopo aver precisato di essere sì allievo di Cruyff, un estimatore di Guardiola e di non sentirsi lontano dallo stile della casa. Ma è un modo per dire che è lui a portare il peso del Barça anziché vantarsi di esserne il portatore”. FRANCIA
L’angoscia per Angel GomesQuaranta minuti fermi, “una serata all’insegna dell’angoscia” la definisce L’Équipe. Angel Gomes del LIlle ha preso un colpo alla testa nell’impatto con Amadou Kone, durante la partita con il Reims. Espulso, preoccupato e provato, si è messo a pregare per l’avversario. “I giocatori del Lille e del Reims – il racconto de L’Équipe – hanno circondato il corpo inanimato del centrocampista, come a volerne proteggere la privacy, assicurandosi che le cure prestate fossero nascoste al pubblico o alle telecamere. E abbiamo rivisto le immagini dei danesi che nascondevano l’infarto di Christian Eriksen durante Euro 2021. Questione di vita o di morte. Con l’ossigeno e le flebo, il nazionale inglese è tornato in sé. Visti da lontano, certi minuti sembrano interminabili, accompagnati dall’ansia delle possibili conseguenze. O anche peggio”. “Dopo l’infarto di Nabil Bentaleb a metà giugno e la bottiglia lanciata in testa a Lucas Chevalier a Istanbul, il Lille vive un inizio di stagione segnato da avvenimenti negativi” conclude il giornale francese. SIAMO GIÀ AL DEZERBISMO I titoli dal campo sono tutti per il Marsiglia, “un inizio da sogno” a Brest per l’Olympique che “spinto dai suoi acquisti e dalle idee di Roberto De Zerbi, ha voltato le spalle alle preoccupazioni della scorsa stagione”. La scoperta dell’armonia, titola L’Équipe all’interno, ma anche la prima pagina [“Em trOMbe”] è dedicata alla compagnia dei celestini. “Il dezerbismo ha già colpito” si legge in un’altra pagina. Anthony Clément ha scritto: “Quale posto migliore potevano trovare i marsigliesi per mostrare la portata del cambiamento? L’ultima visita al Brest, il 18 febbraio, era stata una dura prova, il momento peggiore di una stagione da incubo terminata all’ottavo posto. Da allora le novità sono state tante, ma la rivoluzione è avvenuta soprattutto a giugno, quando Roberto De Zerbi ha firmato per tre anni. L’allenatore italiano deve portare avanti un progetto sostenibile su basi radicalmente diverse. Solido dietro, esplosivo davanti, non bisogna credere che tutto sia stato cristallino, perché l’Olympique ha avuto bisogno anche di un ottimo portiere. Si è parlato molto della qualità del gioco di piedi di Geronimo Rulli, particolarmente richiesto da De Zerbi, ma l’argentino ha anche le mani e le ha usate molto bene”: 8 in pagella per lui e anche per Greenwood, il controverso acquisto dell’estate marsigliese, ingaggiato dal club anche a dispetto di una presa di posizione netta presa dal sindaco dopo l’inchiesta della magistratura inglese per violenza domestica. Il procedimento giudiziario è stato chiuso con un accordo privato.
LA QUESTIONE DEI DIRITTI TV Il feuilleton preferito nell’estate francese è quello dei diritti tv. Così lo chiama Hugo Guillemot in un commento su L’Équipe. “La Ligue 1 – scrive – è ripresa questo fine settimana con partite che la maggior parte della gente non può vedere e un presidente che nessuno vuole più vedere, anche se la prima osservazione si risolve molto più rapidamente della seconda. I tifosi di calcio non hanno realmente boicottato DAZN. Si sono collegati in modo massiccio a Telegram per guardarla illegalmente. Hanno semplicemente evitato di pagare per l’unico canale che ha accettato di dare dei soldi alla L1. È paradossale ma si capisce, i tempi sono duri e c’è chi preferisce usare 30 euro per riempire il frigorifero. I social sono insorti ma l’onda è passata, e tutti sembrano capire oggi che i nuovi volti dell’emittente non sono responsabili del disastro economico del calcio francese. Loro, almeno, saranno sui prati della L1 ogni fine settimana per portare avanti la telenovela, mentre il presidente della Ligue1 non si fa vedere”. L’editoriale de L’Équipe è molto duro verso Vincent Labrune. “Con 17.000 euro di spese mensili giustificate da numerose trasferte, avrebbe tutti i mezzi per recarsi in ogni stadio, anche tutti nello stesso giorno. Lo vediamo invece più spesso al Parco dei Principi, a otto fermate di metro dall’ufficio, e questo sforzo si esprime soprattutto nelle serate di Champions League, quando siede accanto a Nasser al-Khelaïfi. È la coppia che fa e disfa le sorti del nostro campionato. Ma la rabbia monta, mentre i loro luogotenenti diventano sempre meno o più silenziosi di fronte alla pressione popolare. I francesi soffocano quando i loro leader restano aggrappati al potere, non sorprende vedere il capo della Ligue così contestato in un paese dove l’uomo meno popolare del momento resta il presidente della Repubblica. La Ligue 1 è di fronte al pericolo imminente di una bancarotta e il suo dirigente resta appollaiato in cima alla sua torre d’avorio, dalla quale salterà solo se perde le elezioni, il 10 settembre o più tardi”.
Il momento peggiore per essere stronziQualcosa sta cambiando nelle teste delle campionesse e dei campioni di questa generazione. Fermi tutti: lo dice il New York Times, o meglio: lo dice su New York Times Brad Stulberg,autore di “The Practice of Groundedness: A Transformative Path to Success That Feeds — Not Crushes — Your Soul” e fondatore della newsletter The Growth Equation. “Negli ultimi dieci anni – scrive – ho allenato e fornito consulenza a molti grandi talenti, ho studiato la performance e scritto innumerevoli articoli e saggi sull’argomento. Negli ultimi tempi, ho notato un cambiamento nel modo in cui gli artisti d’élite di tutti i tipi – nello sport, nella scienza, nelle arti – lottano per il successo: sempre più persone si rendono conto che non è necessario essere stronzi per essere fantastici. È un dato di fatto, essere stronzi è associato agli imbrogli e al burnout. Questo cambiamento è stato del tutto evidente all’ultima Olimpiade. Ci ha offerto lezioni importanti che dovremmo portare avanti. Di volta in volta, abbiamo visto che si può competere con ferocia e rispettare le altre, come dimostrato da Simone Biles che fa il tifo per una delle sue principali avversarie, Rebeca Andrade. Puoi desiderare di vincere e mostrare empatia per gli altri. Puoi essere implacabile e gentile, disciplinato e compassionevole. Mentre la pseudo-grandezza consiste nell’essere un duro che disprezza la concorrenza, la vera grandezza si fonda sul miglioramento di sé stessi, non semplicemente nella sconfitta degli altri. Non è solo un sentimento carino. È provato“. Dice Stulberg che siamo sempre più attratti dalle storie di individui che non solo incarnano la ricerca dell’eccellenza, ma sono anche provvisti di umiltà. Da Simone Biles nella ginnastica a Mondo Duplantis nel salto con l’asta: lui batte i record del mondo e i suoi avversari gli stanno attorno a battere le mani mentre prende la rincorsa. Il greco Emmanouil Karalis gli ha curato la mano quando se l’è tagliata durante una gara. L’americano Sam Kendricks si occupa di coordinare la folla. L’ex primatista Renaud Lavillenie lo segue dalle tribune di mezzo mondo. “L’eccellenza – spiega Stulberg – non è la perfezione, non è vincere a tutti i costi. È un processo necessario a diventare il miglior interprete possibile del proprio sport e la migliore persona possibile. È un contributo a una nuova definizione di successo”. Nel 2007, spiega Stulberg, lo psicologo Tal Ben-Shahar ha coniato il termine errore all’arrivo per descrivere la trappola di un pensiero, l’idea che il raggiungimento di un obiettivo porterà un appagamento o una soddisfazione durature. “L’eccellenza – scrive – richiede competizione, una parola che deriva dal latino com, che significa insieme, e petere, che significa lottare. I migliori concorrenti cioè lottano insieme. Ecco perché, dopo 800 metri nuotati a stile libero, la prima cosa fatta dalla nuotatrice americana Katie Ledecky e dall’australiana Ariarne Titmus è stata allungarsi attraverso le loro corsie per abbracciarsi. È per questo che Simone Biles dice di lottare al fianco di Rebeca Andrade: «Ha tirato fuori la migliore atleta che c’è in me, quindi sono orgoglioso di competere con lei». Negli ultimi dieci anni ho esaminato centinaia di studi e ho scoperto che i principali indicatori del successo duraturo e della soddisfazione delle persone dipendevano dal modo in cui rispondevano a queste cinque domande: hai dato il massimo nella tua ricerca? Vivi in linea con quei valori? Sei paziente? Hai accettato la tua vulnerabilità? Hai costruito relazioni significative e rispettose? Con mia sorpresa, nessuna idea ha avuto più risonanza tra i vincitori di medaglie olimpiche della concretezza: che si possa essere una brava persona e raggiungere grandi traguardi”. MAPPE Lo sport britannico senza soldi. O forse sono schermaglieIl finanziamento del Team britannico per LA 2028 non è ancora stato approvato dalla cancelliera Rachel Reeves, un non-atto che sta suscitando timori per un possibile impatto sulle possibilità di medaglia fra quattro anni. Lo scrive il Telegraph aggiungendo che “per la prima volta in quattro cicli olimpici, l’annuncio da parte del governo di nuove centinaia di milioni di sterline di sostegno all’attività non è previsto in concomitanza con la festa di ritorno a casa” Secondo quanto appreso dal Telegraph, il Tesoro ha respinto le richieste di approvazione del finanziamento perché i fondi per le Olimpiadi e le Paralimpiadi sono inclusi nella verifica della spesa pubblica da parte del dipartimento. Questi potenziali ritardi di settimane o addirittura di mesi stanno scatenando l’allarme delle federazioni, timorose di veder scappare altrove i migliori allenatori. “I ministri – si legge – sono stati avvertiti dell’elevato rischio che dei potenziali medagliati possano anche abbandonare l’attività in cerca di maggiore certezza finanziaria”. La versione del governo è che non c’è nessuna intenzione di ridurre alcunché. La cifra sarà definita dopo i passaggi annunciati. Insomma: o questo è un grosso allarme oppure si tratta di un pezzo di un giornale conservatore che fa il cane da guardia al neo-potere laburista. |
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RUOTE Il Tour femminile si decide sull’Alpe-d’Huez
E allora andiamo, avvitiamoci sull’Alpe-d’Huez per vedere chi mette la maglia gialla in valigia e la porta a casa. L’ottava e ultima tappa del Tour femminile si chiude lassù. Deve sciogliere un dilemma e magari riparare a un’ingiustizia. Demi Vollering ha un ritardo ai 1:15 dalla leader Katarzyna Niewiadoma, ma quel ritardo è stato tutto accumulato per una caduta a 6 km dal traguardo l’altro giorno e per un inseguimento senza compagne di squadre. L’olandese aveva dominato i primi giorni di Tour, “e nessuno vedeva davvero apparire una rivale in grado di contrastarla” ricorda stamattina Manuel Martinez su L’Équipe. Vollering non è più imbattibile. Sulle cinque salite in programma ieri, non è successo nulla di entusiasmante, se non un attacchino all’ultimo km, Niewiadoma ha risposto e ha perso solo i 4 secondi dell’abbuono per il terzo posto di tappa. Le due si erano stuzzicate tra il passo Saint-Jean-de-Sixt e la salita finale del Chinaillon, rimandando la resa dei conti a oggi, probabilmente sulla salita delle salite.
LA SALITA Marco Pastonesi, firma storica, elegante, della Gazzetta, una volta ha scritto: “L’hanno ribattezzata Il muro d’Oisans, L’isola del sole, La Juan-les-Pins delle Alpi, La salita delle Alpi, o più semplicemente La salita o L’Alpe. L’Alpe d’Huez è l’Alpe regina. Se il Mortirolo è il Maracanà del ciclismo, l’Alpe d’Huez ne è la Mecca. Qui centinaia di migliaia di spettatori affluiscono e gremiscono e brulicano l’asfalto già tre giorni prima della tappa del Tour de France: ci dormono, ci mangiano, ci bevono, si abbrustoliscono al sole, si rosolano nell’attesa, si stravolgono al passaggio dei protagonisti. Ne diventano loro, per un pomeriggio, gli autentici protagonisti. O abitanti, custodi e cultori, sentinelle, tifosi invadenti e urlanti. Nel 1935 Bourg d’Oisans e le malghe a quota 1.860 metri erano collegate da un sentiero per pecore e pastori. Il sentiero fu elevato al rango di strada sterrata nel 1952, quando Jacques Goddet la rivelò al Tour e al mondo: 14 chilometri e mezzo di ascensione, 1.080 metri in verticale, 21 tornanti, primo Fausto Coppi”.Coppi e Lance Armstrong sono stati gli unici due ad aver conquistato la tappa dell’Alpe d’Huez e il Tour de France nello stesso anno. Oggi l’Alpe d’Huez, scriveva Pastonesi, è “un velodromo verticale, un serpente che si avvita a una pendenza media del 7,7 per cento, massima del 13. Non la salita più dura del mondo, ma la più spietata, e la più celebre. Più dura all’inizio, come per respingere gli indegni, e più dolce alla fine, come per premiarli del sacrificio. Qui nel 1976 si consumò il dramma di Lucien Van Impe, investito da una macchina al seguito della corsa. Qui nel 1977 Eddy Merckx sprofondò in una crisi che si trasformò in agonia. Qui nel 1978 venne cacciato dalla corsa Michel Pollentier, scoperto in flagranza di doping. Qui nel 1997 Marco Pantani volò dalla testa ai piedi della Mecca e stabilì il primato in 37’35″, quasi 8 minuti meno di Coppi”. Ciascuno dei 21 tornanti è dedicato a un vincitore. SPAGNA La Vuelta è partita. Cosa possiamo aspettarciDi maglia roja si parla invece alla Vuelta, partita ieri pomeriggio da Lisbona con una cronometro di 12 km. L’ha vinta Brandon McNulty con il suo baffetto audace sotto un casco bianco a forma di capsula spaziale. Ha dato 3 secondi di distacco a van Aert e 2 alla sorpresa Mathias Vacek. È il primo successo in un giro da tre settimane per McNulty, due volte campione USA a cronometro. Che Vuelta bisogna aspettarsi? Quando i gatti non ci sono, i topi ballano, dice Alex Roos, immaginifica firma de L’Équipe al seguito della corsa. “A suo modo – ha scritto – la Vuelta è una ribelle. Con la sua posizione in calendario a fine stagione, sfugge all’ordine costituito, agli scenari cuciti insieme con un filo bianco, e così sarà stavolta. Per la gioia di chi non ama i campioni dispotici, che spesso è un pleonasmo, Tadej Pogacar non sarà al via, anche se in molti avevano solleticato il suo orgoglio con l’idea di una tripletta senza precedenti dopo Giro e Tour. Invece si prepara al finale di stagione, con il Mondiale a Zurigo e il Giro di Lombardia all’ orizzonte. Nemmeno il suo goloso siamese Jonas Vingegaard ha deviato verso la Spagna, anziché correre il rischio di surriscaldarsi in una seconda corsa da tre settimane dopo la grave caduta al Giro dei Paesi Baschi, sta ritrovando fiducia al Giro di Polonia. Quanto a Remco Evenepoel, terzo sul podio della Grande Boucle, sta approfittando dei suoi due ori olimpici prima di pensare al dopo”. Così il più atteso è Primoz Roglic, che prima della partenza ieri ha postato su Instagram una foto in cui mostra di aver perso un dente. Cominciamo bene, ha scritto. In bici invece ha perso 16 secondi da McNulty, ma ne ha dati 3 ad Almeida, e questo conta di più.Ha già vinto tre volte la Vuelta [dal 2019 al 2021] e insegue il record di 4, sebbene dica di sentire ancora il dolore del mese scorso, il mal di schiena che l’ha portato a ritirarsi dal Tour. “La Vuelta, nel suo anticonformismo – continua Roos – libererà alcuni luogotenenti dalle catene della servitù. Esattamente quello che è successo l’anno scorso a Sepp Kuss, il fedele vassallo finalmente liberato dai suoi compiti da subordinato. Poté giocarsi la sua carta e vincere, ma la storia del 2023 è un po’ troppo bella perché possa ripetersi automaticamente e l’americano è stato spettrale in questa stagione, nonostante il successo recente a Burgos”. In effetti Roglic gli ha già dato 37 secondi a cronometro. Mikel Landa, quinto al Tour, è il capitano dei suoi [ma già a 40 secondi da Roglic], come Adam Yates alla UAE dopo aver lavorato per Tadej Pogacar a luglio [18 di ritardo dopo la crono], “a patto che la squadra emiratina non soffochi in una disputa interna per la leadership con Joao Almeida”. A Landa e alla sua carriera incompiuta scrive un’ode agro-agra Carlos Toro su El Mundo. “Qui, con la settima maglia della sua esistenza da nomade, ricompare accendendo di nuovo candele a mezz’asta sull’altare scheggiato del landismo. Non è mai durato a lungo da nessuna parte. Ma non gli è mai mancato un buon lavoro in una bella squadra. Ci dev’essere stato qualcosa nell’acqua quando lo hanno battezzato. Oltre che un nomade, MIkel è un funambolo. In 15 anni di professione ha deluso tutti senza mai deludere. Ha infranto le aspettative senza ucciderle ed è sfuggito alle lodi senza distruggerle. Quando ha spento falò e riflettori, ha conservato braci e lanterne. Se ha raffreddato gli entusiasmi, ha riscaldato le passioni. Non c’è nessuno uguale a lui. È sopravvissuto alla sua leggenda incompiuta, rimane in uno stato letargico e quasi vegetativo. Di tanto in tanto prende vita, suggerendo vittorie che non son altro che finte, quanto basta a ravvivare lo spirito catalettico degli irriducibili ammiratori e degli immancabili difensori, i quali continuano ad attendere l’avvento, per quanto tardivo, del loro idolo senza tempo”. Curiosità per Isaac del Toro, il messicanino al suo primo Grande Giro [26” da Roglic stamattina]. Nove arrivi in salita, otto tappe classificate come di montagna, cinque di media montagna, altre cinque che Davide Cassani definirebbe di mangia-e-bevi, con una congrua sosta sulle vocali di entrambi i verbi [pron. maaaangiaaaa-e-beeeviii]. Una sola tappa di pianura, e questo spiega perché i velocisti son pochi, tutti magri come un’acciuga, dice Roos. Un totale di 61.000 metri di dislivello positivo, 8.000 m in più del Tour de France di questa stagione, 15.000 m in più del Giro. “L’ultima dimostrazione che la Vuelta resta ancora una volta ribelle” chiude L’Équipe [* giornale di proprietà dell’organizzazione della corsa]. |
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TENNIS La ricostruzione di SinnerUna settimana dopo la sconfitta in Canada contro Rublev, definita dall’agenzia Agi “un danno all’immagine”, Jannik Sinner ha battuto lo stesso russo a Cincinnati. Giocherà stasera la semifinale contro Zverev. Ma L’Équipe mette l’accento su altro. Sulla sua ricostruzione fisica e tecnica in vista degli US Open, sul “servizio che cerca di perfezionare” e sul recupero graduale della forma. “Un dolore all’anca – ricorda il giornale francese – ha fatto tremare tutti i suoi tifosi durante il tour sulla terra battuta, dove aveva grandi ambizioni. Lo ha costretto a ritirarsi dal Masters 1000 di Madrid prima del quarto contro Félix Auger-Aliassime e ha messo in dubbio la partecipazione al Roland-Garros. Sinner non ha vinto gli Open di Francia, ma lì è diventato il primo numero 1 al mondo italiano”. E poi la tonsillite che gli ha negato la seconda Parigi del 2024, quella olimpica, una tonsillite da cui “ha tratto ulteriore forza Zen” scrive il giornale francese. “Anche quando il braccio non funziona, la determinazione c’è”, si legge. |
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