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MERCOLEDÌ 14 AGOSTO 2024
#3 GIORNI ALLA SERIE A
«L’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento potente che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di fragilità estrema»
[Niccolò Campriani, campione olimpico]
EUROGOL
Egalité, Fraternité, Kylian Mbappé
Andiamo all’Atalanta, come dicono a Bergamo, anche se c’è da fare qualche km in più, né di sopra né di sotto, ma verso Est, andiamo a Varsavia, lo stadio dove in una bella sera di una dozzina d’anni fa Mario Balotelli segnò una doppietta alla Germania nella semifinale degli Europei, tolse la maglia e mostrò quell’antica tavoletta di legno per lavare i panni che tiene al posto dell’adipe.
È in Polonia che comincia “l’epico viaggio di Kylian Mbappe al Real Madrid” come lo definiscono a L’Équipe, curiosi di vedere come va a finire, a che punto saremo la prossima primavera, fra nove mesi, se davvero ce l’avrà fatta il ragazzo venuto dalla banlieue e disposto a rinunciare al meraviglioso clima dell’Olimpiade in casa, pur di inseguire una Champions mai afferrata col PSG. Egalité, Fraternité, Kylian Mbappé.
È l’ultimo gioiello che si è regalato Florentino Perez ma ha trascorso la giornata di vigilia lontano dai microfoni della conferenza stampa, dove Carletto Ancelotti ha fatto Carletto Ancelotti distribuendo sopraccigli sollevati e parole di benessere, ottimismo in quantità, elogi per tutti, tutto va bene. Bisognerebbe candidarlo prima o poi a un ruolo di mediatore con la maglia delle Nazioni Unite, quando le Nazioni Unite prima o poi decideranno di riprendersi quella funzione nel mondo in fiamme.
L’attesa attorno al francese è enorme. Il 16 luglio Mbappé ha riempito uno stadio da 80.000 posti per la sua presentazione, ma probabilmente dovrà aspettare ancora prima di esordire da titolare. La questione non si porrebbe se avesse svolto la preparazione estiva con il grosso della squadra, una tournée americana con due sconfitte [0-1 Milan, 1-2 Barcelona] e una vittoria [2-1 Chelsea]. Sei giocatori dell’Alto commissario Ancelotti sono reduci da una semifinale in uno dei tornei internazionali: Tchouaméni, Camavinga, Ferland Mendy, Carvajal e Bellingham agli Europei, Valverde alla Copa América.
Mbappé ha stupito per la buona condizione fisica con cui si è presentato al lavoro, per la padronanza dello spagnolo e dell’inglese nello spogliatoio, sebbene se ne stia soprattutto in compagnia degli altri francesi, racconta L’Équipe. Quando il giovane difensore Joan Martinez, si è rotto il legamento crociato del ginocchio sinistro dopo un buon precampionato, Kylian è corso a portargli il suo sostegno.
C’è una vecchia storia d’amore tra Mbappé e il Real Madrid. Qui The Athletic la ripercorre nella sua ineluttabilità, mettendo in fila quelli che chiama “gli appuntamenti con il destino che lo hanno portato in maglia blanca”. I giornali spagnoli spingono, premono, sbuffano, Quelli madrileni, si capisce. Stanno facendo notare il precedente della Supercoppa europea 2014, quando Toni Kroos era reduce dai Mondiali con la Germania e con una sola settimana di allenamento nelle gambe venne mandato in campo da Ancelotti, titolare, per 90 minuti.
L’altro dibattito riguarda la posizione in cui prima o poi vedremo Mbappé, se da attaccante più puro di fianco a Vinicius jr con Jude Bellingham alle spalle, o se come dente di una forchetta, un tridente nel quale davanti c’è pure Rodrygo. Il Real comincia senza Camavinga, infortunato ieri al ginocchio sinistro. Ancelotti dovrà badare pure all’inserimento dell’altro mediatico acquisto, il 18enne Endrick, “ma questo Real – avverte L’Équipe – deve essere prima di tutto il Real di Mbappé”.
Alfredo Relaño, il decano del giornalismo calcistico di Spagna e giurato per il Pallone d’oro, dice che “Ancelotti inizia la stagione con pochi difensori centrali, ma non sembra preoccupato. È già una consuetudine. Mi incuriosisce – scrive su Diario AS – la tattica dell’allenatore. Suggerisce un ritocco. La tentazione è vedere questa squadra usare il 4-2-2-2, con Bellingham e Güler che giocano tra Mbappé e Vinicius e due centrocampisti difensivi. Rodrygo ed Endrick sarebbero i pezzi di ricambio dell’attacco e Brahim e Modric quelli a centrocampo”.
La partita di Ademola-mia Lookman
Andiamo all’Atalanta e ci troviamo Ademola Lookman, il ragazzo che conserva ancora la maglia della finale di Europa League giocata a maggio, quella che indossava “quando ha realizzato una delle migliori prestazioni individuali in una finale nell’era moderna del calcio” secondo la definizione della rivista The Athletic che vale come una corona sul capo.
Jack Pitt-Brooke racconta che Lookman conserva ancora gli scarpini di quella sera, quello sinistro con cui ha segnato il primo e il terzo gol, quello destro con cui ha segnato il secondo. E naturalmente ha ancora il pallone della partita firmato da tutti i compagni di squadra dentro lo spogliatoio di Dublino.
C’è un altro souvenir. Pochi giorni dopo la finale, un uomo gli si avvicinò e disse che voleva fargli un regalo. In lacrime gli consegnò una tavola di legno su cui stavo incisi i dettagli della partita, gli stemmi delle due squadre, il trofeo, i minuti dei gol [la foto è qui] e la rivista americana dice che “ci è voluto questo momento, questo dono fisico, perché Lookman si rendesse conto di quanto i tifosi dell’Atalanta gli fossero grati”. Così The Athletic ripercorre la storia del ragazzo londinese “cresciuto giocando nelle gabbie sparse per tutta la zona sud della città”, Brunswick Park, Yellow Brick, la Bells Garden Estate, l’erba sintetica della Lilian Baylis Old School e quella di Burgess Park, la stessa frequentata anni dopo da Jadon Sancho e Reiss Nelson. E allora Lookman racconta dei suoi insegnanti, il preside della scuola, le persone che hanno lasciato una traccia dentro di lui, ovviamente i genitori partiti dalla Nigeria. Dalla Spagna, El Mundo lo definisce “la freccia avvelenata” dell’Atalanta, mentre El Confidencial scrive che la squadra di Gasperini è Lookman e poco altro.
Temi dominanti nell’agorà: l’Atalanta sfavorita ma all’insegna del molamia [Carlos Passerini su Corriere della sera], la sfida maestri che fa onore all’Italia [Fabio Capello, la Gazzetta dello sport], il valore della rosa dei bergamaschi paragonato a quello dei galattici [ancora Corriere della sera], i danni che ha fatto Koopmeiners con il suo desiderio di andare alla Juventus [Gianluca Oddenino, la Stampa]
Mourinho fuori dalla Champions. If al posto di Por qué
Il titolo con cui L’Équipe stamattina apre il giornale pare uscito da una vecchia canzone che Jo Chiarello portò sul palco del teatro Ariston un mucchio di Sanremo fa. Quello era un brutto affare, e lei se la prendeva con un tipo che le era parso un Superman ma che alla fine non era neanche un man, non sei nemmeno la metà di un man, gli diceva alla fine, sentendosi come poi Catherine Dunne la metà di niente.
In Francia stamattina c’è invece un bell’affare, quello del Lille che avanza nei preliminari di Champions avendo saltato l’ostacolo più suggestivo che complicato di José Mourinho e la sua nuova squadra, i turchi del Fenerbahçe. Quelli della città del basket olimpico, ‘sta partita sembrava che potessero perderla solo giocandola a pallacanestro, ma José non si spinge ancora a tanto e la stava vincendo pure prendendo il pallone a calci. Era la prima volta in carriera che gli toccava partire dai preliminari, la sua corsa in Coppa dei Campioni appena cominciata è già finita, conclusa per un calcio di rigore assegnato dalla VAR a due minuti dalla fine dei tempi supplementari, segnato dal corteggiatissimo Jonathan David dopo essere andato in vantaggio grazie a un autogol.
È stata una partita con un solo boss, scrive il giornale francese, e quel boss si chiama Lucas Chevalier. Il portiere, “presente nei momenti chiave” come su un colpo di testa di Yandas o un tirone all’incrocio dei pali di Djiku al 90esimo. Otto in pagella. Come pure il difensore centrale Alexsandro, “intenso e bellicoso”. Un bel 3 a Edon Zhegrova perché la stagione è nuova, ma le pagelle dell’Équipe non cambiano mai.
José ha piegato il cattivo gioco della realtà al buon viso della narrazione. «Perdiamo economicamente e perdiamo la possibilità di giocare contro le squadre più forti del mondo, ma non avremmo mai vinto la Champions, non saremmo mai arrivati neppure in finale. Ma andiamo in Europa League e in Europa League se… se…».
If. Se il conteggio è esatto, José ha detto otto volte If. Como una vez se preguntaba Por qué. A cosa si riferisse è chiaro. «Non voglio dire il resto. Preferisco restare sui se. Ma possiamo fare una grande Europa League. Se, se, se. Possiamo fare una grande Europa League con dei se. Non posso dire altro del se. Altrimenti sono nei guai. Se ne volete sapere di più, andate a guardarvi Roma-Siviglia, la finale del 2023 e capirete i se». Purissimo José.
La Francia e le partite su DAZN
A tre giorni dall’inizio del campionato e della prima partita [Le Havre-PSG, venerdì 20.45], la Francia ha conosciuto come DAZN intende raccontare il campionato al paese. Con due conduttori, un comico, un editorialista, una pitch reporter che deve voler dire una bordocampista. C’è Patrick Vieira nel gruppo dei consulenti, l’arrivo di Rudi Garcia non è stato ancora ufficializzato, il nome di Paul Pogba è stato smentito. Secondo le informazioni di Le Parisien, solo tre partite a settimana avranno una coppia al microfono, telecronista e voce tecnica. In tutte le altre partite, la trasmissione comincerà dieci minuti prima del calcio d’inizio con un commentatore e forse un microfono sul prato. Senza quella che in Italia chiamiamo ormai Diretta Gol: il multiplex. Il pacchetto va da 14,99 a 39,99 euro al mese.
La Francia ha rischiato di restare senza copertura televisiva senza il campionato e i suoi club senza copertura finanziaria al giocattolone. La prima firma del calcio Vincent Duluc esce dalla marginalità olimpica e manifesta tutto il suo sbigottimento. Marginalità nel senso che L’Équipe gli ha dato una rubrica che era più di colore che altro, i giornali seri fanno così, se ne sai di calcio o di altro, se non hai una cultura da sport olimpici, grazie Vincent, davvero, ma tocca a qualcun altro.
Ma stamattina bello fresco riposato, Duluc attacca e dice che “tanto vale iniziare la stagione con un po’ di onestà: lunedì scorso, all’alba, non vedevamo per quale miracolo potessimo interessarci alla prima settimana di Ligue 1, dopo due settimane scandite dalla magia, dall’emozione e dall’adrenalina dei Giochi Olimpici di Parigi 2024. Se l’estate detesta il vuoto, abbiamo considerato, per un momento, che il vuoto fosse meglio della Ligue 1. E poi, ieri, ci siamo ritrovati a guardare il programma della prima giornata. E poi, questa mattina, sicuramente guarderemo il mercato del PSG, cercando nel Marsiglia di Roberto De Zerbi quel gioco e quell’approccio che l’italiano ha diffuso in tutti i suoi club. Domani, chissà, cercheremo il modo per abbonarci a DAZN e nessuno potrà rimproverarci di aver iniziato in ritardo.
Tutto traballava, in questa storia di diritti e società commerciali che non hanno fatto perdere soldi a tutti, ma che si sono concluse con un calo del contratto, un’ulteriore perdita di visibilità e un degrado del prodotto. Per un periodo di cinque anni, i dirigenti della Ligue con slancio unanime, vuoi per vaga condivisione del potere, vuoi per mancanza di coraggio, hanno costretto i telespettatori ad abbonarsi a cinque emittenti diverse, contemporaneamente o separatamente: Canal+, beIN, Mediapro, Amazon e DAZN; obbligandoci a subire lo stravolgimento delle fasce orarie. DAZN si presenterà al pubblico francese in versione asciutta, asciuttissima, fa notare Duluc, senza la coppia telecronista-voce tecnica, se non nelle partite di spicco, e “con un prezzo che non aiuterà molto i club. Questa impostazione e questi dati economici peseranno sulla prossima stagione, in un campionato che ha perso tre stelle del calcio mondiale [Messi, Neymar e Mbappe] in poco più di un anno, e che dovrà reinventare il suo volto e la sua narrazione, senza riuscire a reinventarsi una gerarchia”.
Duluc dice che la Francia aveva sperato che il trio Messi-Neymar-Mbappé portasse la Ligue1 e il PSG in vetta all’Europa, “staremo attenti a non mettere enfasi su questa nuova era. Si parte da più lontano, con sempre più incertezze, sempre meno risorse economiche” e con la speranza, ma solo una speranza, che la sfida sia “all’altezza dell’atmosfera di una magnifica estate francese, senza suggerire che la virtù sia invece altrove”.
VITE OLIMPICHE
O ci date tre settimane di Olimpiadi oppure tagliate qualcosa
Dopo due settimane di Olimpiadi televisive e tre giorni senza, ancora non c’è in giro qualcuno che si dica soddisfatto della maniera in cui siamo tenuti a viverle. Lo ha detto nel migliore dei modi Marco Cattaneo, conduttore del talk serale su Eurosport, alla sua prima esperienza professionale ai Giochi. La parte più difficile del suo viaggio è stata orientarsi nell’abbondanza, “scegliere se andare a seguire D’Amato e Esposito nella ginnastica artistica – ha scritto nel suo diario su Instagram – o guardare invece la clamorosa Italia-Giappone di pallavolo. O quel giorno in cui c’era il badminton alla stessa ora di Italia-Brasile di Judo. Quella sensazione di felicità a essere lì, ma un velo di dispiacere per non essere anche là”.
Da casa: lo stesso. L’allargamento dell’offerta televisiva dà l’idea di essere all’Eden, come sottolineava il critico tv Antonio Dipollina su Repubblica nei giorni scorsi. Hai un canale per vedere tutto il torneo di basket, ne hai uno solo per la ginnastica, uno solo per quello che vuoi. A un certo punto scopri che ti manca una cosa antica, una cosa nota solo dai Boomer in su. Il triangolo. Il triangolino che appariva in basso a destra sul televisore quando stavi guardando Sport Sera sul secondo Canale e cominciava Happy Days sul Primo. Lampeggiava. Il triangolino lampeggiava e ti diceva: ehi, guarda che di là inizia un’altra cosa bella. Se la stavi aspettando, alzati, vai al televisore e cambia. Era ancora l’età delle manopole, e non dei bottoni. Il polso batteva il polpastrello, ruotare era il verbo giusto, non schiacciare. Il telecomando introdusse la rivoluzionaria novità di poter cambiare canale senza alzarsi, ma così come video killed the radio stars, così quel nuovo oggetto da divano uccise il benedetto triangolino lampeggiante. Un malinteso. L’idea che lo zapping autonomo potesse fare a meno di una guida. L’inizio dell’età della disintermediazione. Dopo sono venute le crisi delle agenzie di viaggio e dei giornali. Comunque. Non è questo.
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ITALIANISMI
Elisa Di Francisca insiste: mazza e panella fanno i figli belli
La fiorettista della famosa frase [ “ci è o ci fa”] verso Benedetta Pilato, torna a parlarne stamattina provando a spiegare tutto in una intervista al Corriere della sera, dove nei giorni scorsi anche Aldo Cazzullo si era assai dolto, doletto, dotto, docquo [Google: participio passato verbo dolore: doluto] – dove Aldo Cazzullo si era assai doluto del fatto che maledizione ‘sti ragazzi di oggi nun teneno ccchiù ‘a cazzimma, sebbene Cazzullo non parli in napoletano, dove andremo a finire, casalinga di Voghera mia. Di Francisca ne parla in una intervista con Gaia Piccardi.
➣ I concetti potevano essere espressi in un altro modo.
«Lo riconosco. Ma non sono una giornalista: ero in diretta come ex atleta, ambassador del Coni a Parigi 2024. Benedetta, a caldo, ha definito il quarto posto il giorno più bello della sua vita. Mi hanno chiesto un commento: mi è venuto da dire quello che ho detto perché ci credo profondamente».
➣ Si spieghi.
«Credo davvero che la sofferenza, lo stare male per un risultato che non arriva, sia importante. Lo dico attingendo al mio vissuto di ex atleta della scherma: bisogna provare dispiacere, perché da lì si attinge la motivazione per ripartire alla conquista. Io ho sempre fatto così».
➣ Non è detto che la sua esperienza sia quella di Pilato.
«Ma non per questo sono una bulla, una violenta, una stro… Sono una persona che delle sofferenze ha fatto tesoro: ho vinto l’Olimpiade a 29 anni, dopo aver perso tanto. E tutti i momenti brutti e negativi li ho interiorizzati, per trasformarli in forza. È questo l’insegnamento che darò ai miei figli, senza amarli di meno, naturalmente».
➣ Quindi in tanti anni di scherma non si è mai autoassolta, Elisa?
«Mai. Me la sono sempre presa con me stessa e mi sono rimessa in carreggiata. Non a caso, a Roma, tengo tutte le medaglie appese al muro. Ma davanti, invece degli ori di Londra, c’è l’argento di Rio de Janeiro. Il messaggio è: vedi, potevi fare di più».
➣ È riuscita a spiegarsi?
«Lo spero. Ciao, sono Elisa. E lei: perché hai detto quello che hai detto? È il mio modo di vivere la vita, figlio del mio modo di essere, ho cercato di chiarire. Ma tu non sei mica mia madre, ha detto. Se lo fossi ti direi le stesse identiche cose, ho risposto. Ma se ho urtato la tua sensibilità, ti chiedo scusa».
➣ I suoi figli, però, appartengono alla generazione Z, non a quella dei figli delle mamme-tigri, Elisa. Andranno ascoltati, oltre che educati.
«Non insegnerò loro l’obbligo di vincere a tutti i costi, ma sanno che se non fanno bene una cosa ci saranno delle conseguenze. Non drammatiche, ma conseguenze. Mi spiace ma io appartengo alla generazione passata, ho avuto un padre severo che mi ha tirata su in un certo modo. Il buonismo imperante non è la mia filosofia. E non sopporto nemmeno la finzione ipocrita dei social né chi, nei momenti di polemica, usa le situazioni per innalzare se stesso. La vita vera è un’altra».
Niccolò Campriani racconta le facce dei ragazzi nel Villaggio
«Gli atleti dovrebbero essere al centro di tutto. Dovrebbero essere ascoltati, ma anche loro impegnarsi a costruire Giochi che rispettino le loro esigenze. Esistono commissioni atleti all’interno del Cio, delle Federazioni internazionali e dei Comitati olimpici nazionali. Vorrei fossero più proattive. C’è chi ancora pensa che sia meglio che l’atleta resti nella sua bolla perché il contorno non gli compete. Io credo il contrario: bisogna discutere, riflettere, prendersi la responsabilità. E pronunciarsi su scelte e temi. L’atleta non può svegliarsi all’ultimo per scoprire se la Senna è più o meno balneabile».
➣ Lei a Parigi ha vissuto nel villaggio Olimpico.
«Per tre settimane. Ho visto in faccia le nuove generazioni: ossessioni e devastazioni. Già ai tempi miei era difficile sostenere le aspettative del tuo gruppo, dei vicini, degli amici, oggi con i social media è cambiata la percezione che hai di te, a contare è solo quello che gli altri pensano di te. Ho visto una gioventù sempre molto connessa, ma anche molto sola. Terrorizzata dalla sconfitta e dalla paura di sbagliare».
➣ Campioni come Lyles viaggiano con tre psicoterapeuti.
«Mi chiedo: queste figure sono mentori che ti insegnano a vivere meglio e ti aiutano a trovare anticorpi? O ti servono a tirare fuori il meglio solo nei pochi secondi della gara? Mi piacerebbe avviare un dibattito: se il mondo deve diventare un posto migliore tramite lo sport siamo sicuri di andare nella direzione giusta? Ci dovrebbe essere attenzione non solo per la performance, ma anche per la salute mentale dell’atleta o la medaglia che porti a casa risolve tutto? Ogni federazione dovrebbe chiedersi: ma i ragazzi che hanno iniziato la nostra disciplina quattro anni fa come stanno ora? Altrimenti diventiamo come quei comici che fanno ridere in pubblico, ma che rientrano a casa senza essere capaci di fare un sorriso».
[intervista di emanuela audisio, la Repubblica]
Valentina Petrillo alle Paralimpiadi dopo la transizione di genere
«Vivevo in un mondo mio, da quando avevo quattro anni mettevo lo smalto. Ma all’esterno non ho mai dato segni di femminilità». «Avevo deciso di portare questo segreto nella tomba, non volevo deludere i miei genitori». «La corsa mi ha salvata da chi potevo diventare vivendo in un quartiere difficile di Napoli. Ho sempre amato correre». [intervista di claudio arrigoni, la Gazzetta dello sport]
TOUR DE FRANCE
La maglia gialla sulle strade delle Classiche delle Ardenne
Quando Demi Vollering ha chiuso la semitappa a cronometro del pomeriggio davanti alle specialiste, aveva la faccia dello stupore nel guardare il tempo, cinque secondi di vantaggio in 6 km alle specialiste, Dice che lei stessa non se lo aspettava, non pensava di neppure di arrivare fra le prime-tre, e invece stamattina riparte già vestita di giallo, certamente molto prima di quanto avesse messo in conto. Ha tre secondi di vantaggio in classifica sulla compagna di squadra Lorena Wiebes. Tre tappe finora, tre successi olandesi.
Ancora dall’Olanda si riparte stamattina, il Tour de France passerà il confine di Francia solo domani. Oggi se ne va a spasso sulle strade delle Grandi Classiche dell’Ardenne, con una partenza da quella Valkenburg che ha il sapore della Amstel Gold Race e arrivo a Liegi, “un tracciato che sarà un mix delle due corse” avverte L’Équipe, e voi capirete che oggi pomeriggio non c’è altro di meglio da fare che piazzarsi davanti uno schermo, guardarsi il Bemelerberg, il Cauberg, Geulhemmerberg, il Mont-Theux, la Côte de la Redoute, la Côte des Forges e la Roche-aux-Faucons negli ultimi quaranta km.
“Le ragazze che vogliono giocare un ruolo nella classifica generale – dice l’Équipe – saranno costrette a scoprire sé stesse. Dovremmo aspettarci una grande battaglia”.
ADDII
La lanciatrice ballerina che incantò Picasso
Galina Zybina era una lanciatrice con una tecnica da ballerina classica. Una lanciatrice di tutto. Fu oro europeo, oro e argento olimpico nel ‘52 e nel ‘56 nel getto del peso, fu bronzo europeo ‘50 nel giavellotto e bronzo europeo ‘54 nel disco. Ha battuto cinque volte un record del mondo e Carlos Arribas su El Pais le rende un’ultima carezza alla notizia della sua morte all’età di di 93 anni, a San Pietroburgo.
Arribas racconta che domenica, alla festa finale dell’Olimpiade in casa Adidas a Parigi, una giovane donna dalla voce meravigliosa cantava un gospel che gli ha fatto venire la pelle d’oca. Quando l’hanno presentata, tutti hanno scoperto che si trattava di Yemisi Ogunleye, l’oro del getto del peso. “E non si sa cosa impressionasse di più in chi applaudiva la tedesca, se la sua voce o la sua snellezza, 1,83 metri e 67 chili, parametri che non stonano più con il morfotipo atletico che viene associato alle lanciatrici. Tutti le immaginano enormi, più grandi, più forti”.
Invece questi sono tempi nuovi, nei quali il lancio con la tecnica rotatoria mette l’accento su altezza e velocità. Contano più della massa o del volume. Galina Zybina è stata una pioniera del genere. La tecnica era decisiva anche per lei, settant’anni fa. Quando le chiedevano della sua sottigliezza rispondeva che «la tecnica è qualcosa che deve essere costantemente perfezionata. Per sviluppare una grande velocità, ogni movimento deve essere eseguito perfettamente. È un lavoro meticoloso, che molte persone oggi non vogliono fare più», sono le sue parole tratte da un’intervista di qualche anno fa al giornale russo Sport-Express.
«È più facile pomparsi i muscoli con gli anabolizzanti. Così sono emerse certe lanciatrici che sembrano dei comodini o delle cassettiere. E sono sparite le atlete di taglia piccola e magra come me o come Nadezhda Konyayeva. Sa quanto pesavo quando ho vinto a Helsinki? 69 chili. Per una lanciatrice di peso è impensabile. Ma presto sono arrivate le cassettiere. E le ragazze che un tempo riuscivo a battere a occhi chiusi, all’improvviso hanno iniziato a lanciare a 18 o 19 metri. Boooo. Chissà cosa avranno mangiato».
Ma nessuna di loro, nessuna dice Arribas, ha lasciato un segno in Picasso come fece Zybina. Quando il pittore chiede di incontrarla, lei gli mostrò in giardino come tirava. Lo fece con un mattone. «Nel 1954 la Komsomol della gioventù comunista mi mandò in Francia. C’erano 16 persone nella delegazione: musicisti, fisici, matematici. Ero l’unica atleta. Abbiamo incontrato degli studenti francesi. Abbiamo visitato 24 città in 24 giorni, una sorta di Tour de France. Quando siamo passati per la città di Vallauris, nel sud, qualcuno ci ha suggerito di fermarci a casa di Picasso. Io non avevo idea di chi fosse Picasso ed ero esausta per il viaggio. Ho deciso di fare un pisolino sull’autobus. Dopo un po’ l’interprete è tornata e mi ha detto: Galia, aiutami. Il resto delle delegazione si era messa in fila per salutarlo, ma lui si era animato solo alla notizia che c’era pure una campionessa olimpica. Non ne ho mai incontrata una, voglio conoscerla, aveva detto. Era piccolo, rapido. Mi guardò a lungo. Alla fine mi chiese: – Non vuoi dimostrarmi come si lancia il peso? Gli risposi che non lo portavo certo con me. Allora un uomo che stava lavorando gli consegnò un mattone. Sollevai la mia gonna stretta alla francese e lo lanciati oltre il muro. Picasso applaudì. Disse che era tecnica degna di un balletto. Mi toccò la mano ripeté: bellissimo. Mi salutò regalandomi un vaso con sopra il suo marchio».
Zybina era nata a Leningrado nel 1931, era bambina ai giorni dell’assedio. Suo padre era un soldato, le aveva insegnato a segare la legna da ardere e ad accontentarsi di un bicchiere di latte, 125 grammi di pane per tutta la famiglia e brodo di rapa. Il record del mondo le venne portato via da Tamara Press, allenata come lei da Viktor Alekseyev: 18,59 nel 1965. E qui le parole di Zybina hanno un’eco nel presente.
«Fu uno scandalo. Tamara e Irina, sua sorella, erano ermafroditi, operate all’età di tre anni. Tutti i dirigenti lo sapevano e quando iniziarono i controlli di genere nelle competizioni, nel 1966, si ritirarono. Tamara, non è colpa tua se sei nata così, non ti biasimiamo – le ho detto quando ho riferito del suo caso in una riunione. La colpa è dei dirigenti».
Zybina aveva sposato il comandante dell’incrociatore Aurora, la nave che diede inizio alla Rivoluzione del 1917. Partecipò a quattro Giochi. A Roma era in pedana dopo essere diventata mamma. La esclusero dai Giochi del ‘68 perché nel frattempo era diventata la seconda sovietica, la seconda, non più la prima, e la tennero fuori.
Che bellezza che esistono i Carlos Arribas che sanno queste cose e le raccontano.
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RUOTE 13.30 Tour de France Femmes, tappa-4 – su Eurosport1 14.00 Tour du Limousin, tappa-2 – su Discovery+. 16.30 Giro di Danimarca, tappa-1 – su Eurosport1 TENNIS 17.00 ATP e WTA Cincinnati, primo e secondo turno – su Sky EUROGOL 21.00 Supercoppa Europea: Atalanta vs Real Madrid – su Sky |
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