RUOTE
Benvenuti nel luogo dove è più marcato il confine tra il senso dell’aggettivo vecchio e il senso dell’aggettivo antico, dove non sono sinonimi, non del tutto, nient’affatto, anzi, benvenuti nel luogo dove l’antico va protetto e il vecchio va scartato. Benvenuti nel luogo dove i cantori sono antichi e la tappa di trasferimento è vecchia, le leggende orali dei campioni vanno nel primo cassetto e le loro abitudini nel secondo, dove le strade già battute sono tutte da percorrere di nuovo, ma nuove sono le selle, i manubri, le ruote. Nel reame di Mamma Bicicletta, il culto del passato è sacro, sono le sue scorie che vanno a smaltimento.
Se fosse un corridore, il Tour de France che parte da Firenze porterebbe sulla schiena il numero 111. Quello della sua edizione. Lo hanno dato a Richard Carapaz, terzo nel 2021, lo stesso anno dell’oro olimpico, ma mai una tappa vinta in terra di Francia, mentre alla Vuelta e al Giro sì. È un passo avanti: il #110 nel Tour 110 non c’era, e neppure il #109 nel Tour 109. Il #108 al Tour 108 fu di un ceko che non si piazzò in nessuna tappa fra i primi 100 [Petr Vakoč], mentre il #107 nel Tour 107 corso in pandemia era sulla schiena di Jasper Stuyven. Fu il primo Tour di Slalom, e ci fece l’onore di seguirlo Jacques Sedenteur, un tipo antico, per l’appunto, ma vecchio mai.
UNO SPORT MOLTO CAMBIATO
A ciò che è nuovo, a ciò che segna uno scarto e una rottura in questo sport così cambiato, L’Équipe ha dedicato nei giorni scorsi tre doppie-pagine nelle quali ha esaminato il presente fra noi e il futuro che arriva, tre puntate sul luogo in cui sta andando questa vecchia malattia che chiamiamo ciclismo: si trovano QUI, QUI e QUI – perché questo è lo sport nel quale una firma storica come Philippe Bruynel può scrivere su Le Monde un ritratto di Raphaël Geminiani, 99 anni, l’uomo sopravvissuto alla malaria presa in Africa mentre Coppi ne moriva, “un testimone privilegiato del ciclismo del XX secolo”, ma allo stesso tempo Alexandre Roos ci racconta il XXI, il “crescente potere degli agenti, gli squilibri finanziari, il reclutamento sempre più precoce dei giovani ciclisti, la nuova era che sta scuotendo la piramide”; e poi ancora “le migliaia di dati analizzati per decidere la strategia di gara e il reclutamento dei ciclisti, un nuovo modello predittivo che mira ad anticipare tutto finendo per ridurre la quantità di incertezza e la suspense”: il ciclismo-videogioco lo chiama, oppure il ciclismo della calcizzazione perché i procuratori fanno e disfano pure qua.
In mezzo a 16enni che già firmano per squadre dell’élite, “spesso sostenute da uno Stato, come accade nel mondo del calcio” [la UAE Emirates per non fare nomi], in questo ambiente che i tecnici francesi chiamano una scossa elettrica oppure il selvaggio West, vanno ancora in scena duelli, trielli, qualche volta dei pentelli all’altezza delle storie che ci hanno tramandato, tutti sceriffi contro una sola malvivente fuorilegge: la noia. Infatti la noia è bandita.
È un ciclismo nuovo, anche sulla strada. Chiede di essere capito e reinterpretato, senza restare attaccati alle figurine che a loro volta si attaccavano con la colla, al falso fascino del Gavia sotto la bufera di neve. È il ciclismo nel quale i direttori sportivi decidono la composizione di un treno per tirare la volata al loro velocista con un approccio matematico, “in base alla topografia del percorso – raccontava l’altro giorno Roos su L’Équipe – in base alle condizioni meteorologiche, alla direzione del vento, ai coefficienti aerodinamici, persino alla qualità dell’asfalto”. E ovviamente in base al numero di watt che un determinato corridore produce. Ecco perché li vediamo al traguardo smanettare subito sui loro aggeggi, al polso o sul manubrio, per pigiare il tastino OFF, “anche se sono in agonia”, azzerano il loro contatore per avere dati esatti sui carboidrati e i grassi consumati, così il nutrizionista conosce immediatamente il protocollo giusto da seguire a cena.
Questi fantasmi smagriti dalla fatica e dalla dieta portano le indicazioni incollate sulla bici, con i chilometri in cui bisogna bere la tale bottiglia, oppure mangiare il tale gel, sapendo bene in quanto tempo agirà questa o quella sostanza. C’è pure gente che va a sbirciare, perché dall’assunzione di una bustina o di un sorso d’acqua, i geni dell’analisi riescono a capire quali sono le intenzioni di gara, la strategia, a quale km van der Poel attaccherà. Ci sono team che hanno preso a utilizzare dei codici interni, un certo colore significa questo, un emoticon vuol dire quest’altro, così sono meno facili da interpretare. Si fanno test sul DNA, sui mitocondri, sui lattati. È vecchio ormai, non è antico, “il luogo comune – dice Roos – del ciclista che mangia tre piselli e basta”. Qui si misura invece la capacità glicolitica, si fanno ecografie ai muscoli con ultrasuoni ad alta frequenza, viene testato finanche il sudore, perché consente di stabilire quanto sodio viene perso durante una corsa: i piani per la reidratazione sono più scientifici.
“Il miglioramento della scienza della prestazione – ha scritto L’Équipe – è il segno di una professionalizzazione essenziale che da un lato tutela i corridori, la loro salute, dall’altro canto riporta in vita l’immagine dei topi da laboratorio che girano sulle ruote con il cervello scollegato, sotto la supervisione di camici bianchi, di medici Frankenstein che si destreggiano con i loro dati fisiologici, rafforzando nella percezione l’idea di un flirt con i limiti della legalità”.
Eppure, questo mondo che ha per bene supremo una maglia gialla, questo stesso mondo parte oggi da Firenze e attraversa nei prossimi tre giorni Emilia-Romagna e Piemonte per una cosa fuori dal tempo, un omaggio, una carezza alla storia, un ringraziamento postumo a chi s’è dedicato alla bellezza disperata della fatica, sulle strade della grandezza di Nencini, Bartali, Coppi, Pantani, nel centenario del primo Tour de France vinto da Bottecchia. È la Francia che mette al centro dei suoi pensieri l’Italia. Noi non lo avremmo fatto mai.
ARTEFICI
SI’, MA CHI VINCE?
L’Équipe parla fumettisticamente di Fantastici Quattro, “e come gli appassionati di cinema sanno, non hanno tutti gli stessi superpoteri”. Dunque non hanno tutti in testa lo stesso piano. Remco Evenepoel è la Torcia, può prendere fuoco e lanciare fiamme. Cercherà di prendere la maglia a Bologna, domenica 30. È il suo primo Tour all’età di 24 anni e la cronometro di venerdì in Borgogna è un occhiolino che gli organizzatori di ASO gli hanno fatto. La sua squadra non è abbastanza attrezzata per proteggerlo in montagna: le sue opportunità sono strette nella cornice della prima settimana. Così pensa Paolo Bettini e questo ha detto al giornale francese.
Primoz Roglic è come la Donna Invisibile, può creare dei potenti campi di forza per poi eclissarsi, sparire. Si presenta da leader assoluto della sua squadra per la prima volta dal 2020, sul colle di San Luca ha vinto tre volte il Giro dell’Emilia, deve solo imparare ad azzannare nel giorno in cui è il più forte: non gli succede ancora, quasi mai, eppure siamo arrivati a 34 anni.
Jonas Vingegaard è la Cosa. È qualcosa, ma non lo sa bene, o forse non lo sappiamo noi, due mesi dopo la spaventosa caduta al Giro dei Paesi Baschi, quando giravano notizie brutte, ma proprio brutte brutte. Aveva promesso di venire al Tour solo se avesse recuperato il 100 per cento della condizione. È qua. Cosa siamo legittimati a pensare della Cosa? Philippa York, migliore scalatrice del Tour di 40 anni fa, pensa che sia consigliabile stare inizialmente lontano dai guai, testare la gamba, aspettare fino all’ultima settimana, quando la condizione dovrebbe essere migliore.
Ma se i Fantastici Quattro si dovessero ridurre a uno solo, i Fantastici Quattro sarebbero tutti compressi nella persona di Tadej Pogacar, Mr. Fantastic, il genio della scienza, l’uomo che si allunga e si accorcia, si deforma a piacer suo, usa il corpo in tutte le sue potenzialità, come se fosse fatto di gomma. Secondo Marc Madiot, il direttore generale della Groupama-FDJ, faremo bene a non lasciare il televisore in questi primi giorni italiani di corsa, perché saranno i soli in cui ci sarà una corsa. Nel solco del suo comportamento al Giro, Tadej Pogacar darà subito una ripassata a tutti, per sfruttare la condizione con cui è arrivato a Roma, per neutralizzare il pericolo che poi vada scemando in avvicinamento a Nizza. Madiot dice che piega il Tour in quattro giorni, vedrete se non è così.
PAROLE
POGACAR PARLA DI POGACAR
➣ Cosa ha fatto dopo essere arrivato a Roma?
«Mi sono rilassato un po’ e ho mangiato del buon cibo. Non sono tornato in Slovenia perché avevo da fare a casa, a Monte-Carlo. È importante staccare, permette di riconnettersi meglio, dopo. A volte basta solo scendere dalla bici. Perciò mi piace uscire, vedere gli amici a casa, mangiare un gelato (sorride). Dopo il Giro ho guardato tante belle serie. Ma il tempo passa velocemente, così ho ripreso pian piano la preparazione per il Tour»
➣ È stato difficile ripartire dopo il Giro?
«Non proprio. Non vedevo davvero l’ora di salire sulla bici. La prima settimana ho pedalato un po’, un caffè e ritorno a casa. Rapidamente ho iniziato a sentirmi bene in bici e ho fatto dei buoni allenamenti, ho testato un po’ le gambe e non mi sono mai sentito meglio di così. Non vedo davvero l’ora di iniziare per capire se sono migliorato rispetto al Giro. In allenamento mi pare di sì, sento di aver fatto progressi»
➣ La sua forma attuale è come sperava che fosse?
«È meglio di quanto mi aspettassi»
➣ Dove pensa che si possa decidere il Tour?
«All’arrivo a Nizza, con la cronometro. Gli ultimi tre giorni saranno molto, molto difficili, e qualche velocista potrebbe essere tornato a casa prima di Nizza, non lo so (Ride). Ovviamente ci saranno dei calcoli. Alcuni corridori vorranno risparmiare energia per l’ultimo giorno perché questa cronometro è davvero brutale. E allora la gara cambia»
➣ Tatticamente, come gestirà la sua corsa?
«Vedremo. Già i primi due giorni sono impegnativi, soprattutto la seconda tappa con la salita al colle San Luca. Avremo già un’indicazione di chi sta bene»
➣ Pensa di dare il massimo subito, come ha fatto al Giro?
«Al Giro ha funzionato. Vedremo quando sarà il momento, non posso parlarne troppo (Ride). Non sai mai come sono i tuoi avversari. Non sai mai quando arriverà la tua giornata nera. L’anno scorso ero in ottima forma ma non ero al 100%: un giorno stavo benissimo e un giorno no. I nostri corpi sono imprevedibili»
Tutti pensano che sia un’ovvietà dire che lei vincerà il Tour. C’è più pressione?
«Tutti pensano che vincerò il Tour ogni anno, e non ho vinto gli ultimi due»
[intervista a L’Équipe – per intero QUI]
I CONSIGLI DI SLALOM PER IL TOUR DE FRANCE
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