Tappa-15. Il Mortirolo è una calata nell’orrido

  Dopo due settimane di Giro d’Italia, Tadej Pogacar ha finalmente trovato un avversario. Solo che non è in gruppo, non è sulle strade d’Italia, ma si manifesta in video, da remoto. Jonas Vingegaard è risalito in bicicletta. si sta riprendendo dall’infortunio di un mese fa, quando per un lunghissimo pomeriggio il ciclismo temette addirittura per la sua vita. Tim Heemskerk, l’allenatore del danese, ha fatto il punto con L’Équipe sul recupero. Non si sbilancia, dice che se Vingegaard nons arà al 100 percento, al Tour non lo vedremo. Ma ci prova, ci sta provando, ci proverà. I dodici giorni trascorsi all’ospedale di Vitoria-Gasteiz con uno pneumotorace e una frattura della clavicola sinistra, gli hanno fatto perdere tono muscolare e flessibilità. È anche vero che atleti di livello mondiale come lui si riprendono più rapidamente di noi divaneur. Jonas è tornato a casa, si è riposato, ha ripreso con qualche esercizio, a fine aprile è passato al ciclismo indoor, molto lentamente, per essere in grado di uscire, e finalmente si è ributtato in strada nello Jutland. I telefonini dei passanti lo hanno scoperto. L’ultima maglia sta cercando di aumentare la sua resistenza aggiungendo ore di allenamento e intensità, Heemskerk dice che nelle gambe non ha ancora autonomia per cinque ore di fila, così il lavoro è spacchettato. Le ossa, i polmoni e la pelle stanno guarendo. Esce di mattina per un’ora, un’ora e mezza. Se non c’è dolore, ne fa altre due, due e mezza nel pomeriggio. Ogni dieci minuti in più è il benvenuto, dice il suo allenatore. Quando a Heemskerk chiedono se il danese sarà al Tour, risponde che nessuna persona su questa Terra può prevedere dove sarà tra due settimane. 

 

  Potrebbe essere scaltrezza, e non prudenza. Eppure non c’è altro avversario all’orizzonte per Pogacar, arrivato alla 14esima tappa del Giro d’Italia con un vantaggio sul secondo in classifica [3:41] che nessuno aveva dal 1990, dall’anno di Gianni Bugno maglia rosa dal primo all’ultimo giorno [4:16]. È stato battuto da Filippo Ganna nella cronometro di Desenzano, dove “passano tram senza binari, con due lunghissimi trolley. Sembrano grilli. Il lago! Calmo, malinconico, ceruleo, fra le montagne lontane. Oh, il mio cuore è sui laghi! Qui, quando un giorno potrò concedermi il meritato riposo, verrò a prendere una tazza di tè; a questo caffè che ha i tavolini sull’imbarcatoio. Son curioso di sapere che fine abbiano fatto i panini imbottiti che, alla partenza da Milano, davano strani rigonfiamenti alle maglie dei ciclisti” [Achille Campanile, Benigno e Battista al Giro d’Italia].

Alessandra Giardini su Bicisport di Ganna dice che sei vittorie a cronometro come lui le ha ottenute Jacques Anquetil. E c’è soltanto un altro corridore che aveva meno di 28 anni, come Filippo, quando ha visto la sua sesta crono al Giro: Eddy Merckx. Parte come un ossesso, è tutt’uno con la sua bici. Nella prima parte trova un po’ di vento contrario, ma l’agilità di Pippo è impressionante, viaggia a 108-109 pedalate al minuto. La seconda parte sembra disegnata da lui, non smette di pedalare neanche in curva: aerodinamico, leggero. Corre tra gli applausi e l’urlo della gente che lo vede da lontano, bianco rosso e verde. Perfetto nel suo gesto tecnico, inarrivabile. Credevamo di aver visto il meglio. Poi quel pianto ci ha detto di molto di più del fuoriclasse Filippo Ganna.

 

La salita verso Livigno sembra altro terreno ideale per Pogacar dopo il secondo posto. 

Pierre Menjot su L’Équipe ha prima divagato [siamo abbagliati dal Lago di Garda intorno al quale passavano uno a uno i corridori della cronometro, siamo innamorati di questi borghi lombardi con le loro viuzze] e poi ha messo in fila le vette da paura di una domenica con quasi 2.400 metri di dislivello, due volte la scalata del Passo di Foscagno [14,6 km al 6,3%] verso il Mottolino [4,6 km al 7,7%], col Mortirolo di mezzo. Alberto Ferraris su Bicisport ha ricostruito gli storici passaggi. Alle sue spalle ieri tutti si dicevano soddisfatti della propria prestazione a cronometro, da Thomas a Martinez, da Ben O’Connor a Tiberi.

Eh, ma chi lo attacca?

Tiberi è stato il solo in deu settimane a provarci, a Prati di Tivo, ma probabilmente stavolta non ha voglia di rischiare di saltare: prferirà difendere il piazzamento e la maglia bianca. 

Alessandro Autieri su Al Vento ha scritto che Pogačar non ha ucciso la corsa. A forza di rosicchiare quaranta secondi qua e là, è arrivato a quasi quattro minuti di vantaggio, sarebbe facile giocare in difesa.Pogačar non è uno così. Non ha bisogno di scoprire la guardia per sferrare il colpo del KO ad avversari già tramortiti, ma mi rifiuto di credere che non voglia dare un ultimo sfoggio della sua classe folgorante. E oggi c’è la più bella tappa del Giro d’Italia: oltre 220 chilometri brutali, con quasi 6.000 metri di dislivello, l’arrivo su una pista da sci inutilmente asfaltata

Tadej dice che «il pugno del KO definitivo dovrà essere sul Monte Grappa, è l’ultima tappa [di montagna]. Oggi ho preso altro vantaggio il che è positivo, ci permette di essere più tranquilli». Sottintende forse che oggi non accadrà nulla? Che non cercherà l’impresa, accontentandosi di guadagnare altre manciate di secondi? E così anche nelle prossime tappe magari, facendosi scortare fino a Roma e pensando poi al Tour de France? Magari intende tutto questo e non può dirlo. Magari è davvero già sazio così: a brevissimo, per dire, diventerà il ciclista in attività con più giorni in maglia rosa. Io, però, non ci credo che si accontenti”.

Secondo L’Équipe, la tappa di oggi avreebbe caratteristiche simili a quelle delle ultime due esperienze in cui Tadej è saltato, l’anno scorso al Col de la Loze, due anni fa al Col du Granon. Ma c’era Vingegaard – che adesso invece pedala nello Jutland. 

 

Tappa-15: Manerba del Garda › Livigno (Mottolino)

 

LA CORSA PRIMA DELLA CORSA |  LE STRADE DEL GIRO

La prima calata nell’orrido

 

Giovanni Battustuzzi su Giro di Ruota ha ricostruito la scoperta del Mortirolo.

Fino ai primi giorni di giugno del 1990 il Passo del Mortirolo lo conoscevano in pochi. E anche quei pochi, quelli che abitavano nella zona, non lo chiamavano Mortirolo. Il Passo del Mortirolo era il Passo della Foppa. Così lo chiamavano i cartografi, così lo chiamavano gli storici, così lo chiamavano i militari. E storici e militari il Passo della Foppa lo conoscevano bene: lì nel corso della Prima guerra mondiale ci avevano combattuto a lungo. E nel corso della Seconda guerra mondiale di scontri tra nazifascisti e partigiani ce ne erano stati parecchi. Poi ritornò a essere solo e soltanto luogo di alpeggi, conosciuto e apprezzato dagli allevatori per la bontà del clima e dell’erba che donava un ottimo sapore al latte e quindi al formaggio.

L’asfalto arrivò negli anni Settanta. Fu verso la metà degli anni Ottanta che a Vincenzo Torriani, il patron del Giro d’Italia, iniziarono ad arrivare segnalazioni di una salita “impressionante”, “difficilissima”, “mostruosa”.

In molti e molte volte invitarono Vincenzo Torriani a fare un giro nelle zone per osservarla dal vivo. Nel settembre del 1987 il patron del Giro fece un’esplorazione. Salì in automobile dal lato di Edolo, scese verso Grosio. La trovò difficile, selettiva, cattiva. Per due volte la considerò troppo difficile, troppo selettiva, troppo cattiva. Sorprendente per uno che aveva inserito il Muro di Sormano al Giro di Lombardia.

Nel 1988 il Passo della Foppa fu suggerita a Carmine Castellano, allora il più stretto collaboratore di Torriani dall’ex cit della Valanga Azzurra di sci, Mario Cotelli. Carmine Castellano ne parlò con Torriani. Capì che il vecchio patron era già a conoscenza della sua esistenza. E così nell’estate del 1989 decise che era venuto il momento di azzardare.

 

▛  KM 155  Il Mortirolo

Ad accorgersi per primo del pericolo è stato il cartografo Cesare Sangalli, l’uomo che conosce forse meglio di chiunque le strade italiane, dato che da 38 anni disegna i tracciati del Giro. Un passo a 1.852 metri di quota, apparentemente nulla di eccezionale dopo Pordoi. Ma è bastato un esame più approfondito, con verifica sulle carte militari, per capire che quel valico era diverso da qualsiasi altro. 

Impressionavano le pendenze: del 15 per cento salendo dal lato di Vezza d’Oglio, e addirittura del 20 per cento nella picchiata verso la Valtellina. Roba da inchiodarsi sui pedali, per chi si doveva arrampicare; roba da ammazzarsi, per chi doveva scendere; come minimo, roba da brividi.

Parecchi ciclisti l’hanno vissuta alla stregua di un incubo, la tappa del monte Mortirolo – di cui, per inciso, impressionava già lo stesso nome, per non parlare di quelli, tremendamente allusivi, di certe località che lo precedevano e seguivano: Incudine e Mazzo.

Di questa specie di calata nell’orrido si sono potute rendere conto solo le persone che si erano inerpicate a piedi lungo quella dozzina di chilometri, nelle ore che avevano preceduto l’arrivo del Giro. E che pertanto hanno avuto il privilegio di vedere un ciclismo «dal vivo». Non certo i telespettatori, a causa delle riprese dall’elicottero, che appiattivano ogni prospettiva e che non potevano suggerire neppure una lontana idea di che cosa significhi vedersi sparire davanti una curva, mentre si vola a 90-95 all’ora, in bilico su due ruotine larghe un centimetro e mezzo. Alcuni chiedevano a gran voce, tra la folla di Aprica, se non fosse stato un azzardo eccessivo inserire una simile montagna nella gara. E aggiungevano che le esigenze di spettacolarità non dovrebbero oltrepassare la soglia di ciò che si può domandare, in termini di risorse davvero umane, a un atleta

[di marzio breda, Corriere della sera, 4 giugno 1990]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.