L’Inter è un asset, esultiamo

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E dunque alla fine è successo davvero. Steven Zhang ha lasciato l’Inter nelle mani di Oaktree. Una svolta enorme. La società campione d’Italia finisce nella cassaforte di un fondo per l’incapacità del suo proprietario di ripagare un debito, per una inadeguatezza finanziaria su cui nessuno aveva vigilato. E l’Italia che fa, come la prende? in un paese normale si dovrebbe aprire almeno una discussione. Un sistema virtuoso dovrebbe sentirsi preso da un fremito di inquietudine, un rimorso, un moto di responsabilità, un senso di colpa. Non succede nulla di tutto questo. Anzi. L’Inter è un asset, alleluja. È una parola sufficientemente straniera e misteriosa per sembrare affascinante.

L’Inter è americana, esulta infatti da qualche giorno la Gazzetta, nemmeno un minuto di lutto. Le radici dei titoli sono piantate nel vecchio immaginario dello zio Paperone che nuota in una vasca piena di dobloni. Era del tutto luccicoso a suo tempo pure il futuro nel segno di Suning. Il suo sbarco in serie A venne raccontato come quello di un soggetto dalle disponibilità pressoché illimitate, quanto bastava per passar sopra il legame con il governo cinese. Fu il Guardian a chiedersi come mai in Italia nessuno si facesse delle domande.

Francesco Bertolino spiega sul Corriere della sera che con l’Inter Oaktree intende comportarsi da investitore «paziente». Il fondo andrà a cercare risparmi col bisturi”.  Oaktree guarderà con pazienza pure il fascicolo stadio e si metterà alla ricerca di nuovi azionisti, di minoranza o di maggioranza. Per l’Inter – dice il Corriere della sera – Oaktree non avrà fretta: il fondo è stato opportunista nel prestare soldi a Zhang, lo sarà anche nello scegliere l’attimo per vendere con il massimo profitto possibile. La gestione del fondo di Los Angeles non sarà insomma di breve periodo. Dall’album di famiglia dell’Inter sono invece destinati a uscire tutti i sette rappresentanti di Suning nel consiglio di amministrazione

Vista da New York, la città di Wall Street, questa faccenda fa invece impressione. Tariq Panja, firma del New York Times, ha scritto su X: Milan e Inter, due grandi squadre del calcio sequestrate dai fondi avvoltoio a distanza di anni l’una dall’altra: prima il Milan di Elliott e ora l’Inter di Oaktree. Entrambi i club avevano proprietari cinesi. All’Inter in qualche modo è stato permesso di continuare a operare come uno Zombie e ha vinto il campionato.

Tuttavia, resta incrollabile l’ottimismo con cui Milano racconta sé stessa e i fatti suoi: una volta sono i magnifici Giochi dell’autonomia, un’altra volta le grandi ambizioni europee di Armani nel basket, o l’acquisto milionario di Paola Egonu per la pallavolo: sempre lo stesso ottimismo di quando sono passati Erick Thohir, Yonghong Li e Bee Bee Taechaubol. 

Beppe Severgnini, per esempio. Stamattina firma sul Corriere della sera un intervento nel quale scrive che c’è “poco o nulla di preoccupante: la società ne ha viste tante. All’ottimismo spingono alcune considerazioni. Iniziamo dalla geografia. Pensate a quante proprietà sono cambiate negli ultimi anni. Potrebbe accadere anche stavolta, senza aspettare troppo: dall’America all’Arabia Saudita o agli Emirati. Sembra impossibile da quelle parti si lascino scappare un’occasione così. Perché l’Inter c’è, funziona, gioca bene ed è pure bella.

Al proprietario dell’Inter è stata appena portata via la sua proprietà, ma va tutto bene, va tutto benissimo. Severgnini dice che c’è poi una considerazione filosofica che suggerisce di star tranquilli”. La presenza di Marotta in società. “Marotta for president! Guardatelo – dice Severgnini – ascoltatelo, studiatelo: è l’Helmut Kohl del calcio italiano

È sobrietà. Speriamo che Marotta non si offenda. Magari si sentiva più come Ratzinger. 

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