Avremo dunque in semifinale due squadre tedesche come non succedeva dal 2020, una sola squadra spagnola come un anno fa, una francese dopo tre edizioni senza. La Premier inglese è fuori. Aveva preso per sé 7 posti su 12 nelle finali dal 2018 in avanti, stavolta fa un balzo all’indietro, fa un balzo fino alla stagione della pandemia chiusa nella bolla in Portogallo, oppure potremmo dire fino al triennio 15-17, quando una sola squadra si qualificò per le semifinali [il Manchester City] su 12 posti disponibili.
C’è il Bayern che torna in semifinale dopo tre eliminazioni consecutive ai quarti. Sfiderà il Real Madrid: fra le iscritte erano le due squadre con più Coppe, 20 in totale, eppure non si sono mai affrontate in una finale e non accadrà neppure questa volta.
C’è il Borussia Dortmund che non gioca una semifinale dal 2013 contro il PSG che la mancava dal 2021. L’ultima volta che in semifinale non c’erano né Messi né Ronaldo né Guardiola, la Coppa dei Campioni finì in Baviera.
COSA DICONO IN GERMANIA
Die Zeit sotto sotto comincia a crederci. Scrive che il Bayern non può più essere la numero 1 di Germania, ma può essere la numero 1 d’Europa. La Süddeutsche Zeitung racconta la partita contro l’Arsenal in due fasi, “prima un confronto di scacchi, poi uno scambio di colpi come nella boxe”.
Thomas Tuchel ha sottolineato l’anomalia di un gol di testa segnato dal magnifico Kimmich. La Süddeutsche Zeitung evidenzia invece come “le ultime settimane da allenatore di Thomas Tuchel potrebbero concludersi a Wembley”. Dice che di lui “ci stiamo innamorando tardi”, più o meno come Die Welt che adesso lo chiama “un eroe all’improvviso”.
MANCHESTER CITY VS REAL MADRID
[4-5 dcr] Questa è una partita che si può guardare da due sponde. La partita perfetta per il nostro calcio così ideologico, spaccato in due, diviso tra chi sostiene che si debba trovare la vittoria cercando qualcosa in più del risultato e chi ride in faccia ai maligni e ai superbi, chi dice che il calcio è semplice eccetera eccetera. Tutto è sempre bello fermo, immobile, cristallizzato, nessuno che cambi idea, ognuno difende la propria ossessione, ciascuno crede di leggere quel che accade con la lente delle proprie convinzioni, sorvolando su quella che forse è la realtà dei fatti [Forse è la parola preferita da Slalom nel 2024, dopo il tuttavia del 2023]: se il calcio è un’arte, certe faccende sono una questione di gusti personali. Amen.
Questa è una partita che si può guardare da due sponde. Dall’Inghilterra per esempio vedono una serie di rigori che è stata la più strana del mondo, dice Barney Ronay sul Guardian. È successo nel giro di pochi minuti che Bernardo Silva abbia prodotto uno spiloffio senza grazia e senza ragione, cercando il centro della porta con un tiro informe. Non era un cucchiaio. Era una forchetta per il brodo. Mateo Kovacic ha colpito il portiere. Un portiere – Ederson – ha segnato. Modric, il sublime Modric, ha sbagliato. Tre difensori sono stati scelti da Ancelotti per andare a calciare e uno di essi, Antonio Rüdiger, ha segnato il gol decisivo con un tiro che dovrebbero insegnare nelle scuole calcio.
“A questo punto – dice Ronay – era difficile non chiedersi esattamente come il City fosse riuscito a perdere. Senza dubbio ci sarà da distribuire le responsabilità, anche se sembra ingiusto alla fine di una partita che facilmente poteva cadere dalla parte del City. Ma questa è proprio quel tipo di serata per cui è stato preso Erling Haaland”.
Ecco, ci siamo. Vista dalla sponda inglese, questa è la partita in cui la solita mole di gioco prodotta da una macchina di Guardiola ha trovato in Haaland un granello che l’ha inceppata. Cinque tiri di cui uno in porta. Cinque passaggi in 90 minuti, dice il Guardian. “Eppure – continua Ronay – in realtà ha giocato abbastanza bene per i suoi standard recenti. Ha fatto un po’ di bullismo con Nacho, usando la sua fisicità come arma pressante, cosa che non sempre accade. Resta il fatto che Haaland non ha ancora segnato un gol per il City in nessuna delle partite chiave giocate nelle ultime due primavere”.
È STATA TUA LA COLPA Erling Haaland
Così Jamie Carragher dalle colonne del Telegraph vince il premio 2024 “Io ve lo avevo detto”.
Solo pochi giorni fa parlava di Erling Haaland come di “un finalizzatore di livello mondiale ma non un giocatore di livello mondiale” sottolineando come il norvegese sia stato dominato da William Saliba, Virgil van Dijk e Antonio Rüdiger uno appresso all’altro.
“Pensate ai migliori attaccanti della Premier League degli ultimi 20 anni – Thierry Henry, Luis Suárez o Harry Kane – e alla loro grande influenza sulle partite più importanti, indipendentemente dal fatto che abbiano segnato o meno. Tutti loro avrebbero potuto giocare per qualsiasi squadra al mondo e contribuire con un tasso di gol più che impressionante”.
E invece Haaland?
E invece Haaland, secondo Carragher, “non è ancora allo stesso livello di questi attaccanti, le sue ultime partite contro difensori centrali di alto livello confermano che nonostante tutta la sua brillantezza all’interno dell’area di rigore è un work in progress. Da quando è arrivato al City è stato una brillante curiosità”.
Nel suo intervento a un certo punto Carragher si lamenticchia un po’. Sostiene che allora qua non si può più dire niente perché “qualsiasi analisi su un giocatore moderno viene immediatamente considerata una critica anziché un’osservazione”.
Se si potesse parlare serenamente di tutto, finanche di Haaland, “chiunque osservasse regolarmente Haaland – sia un tifoso neutrale o uno del City – dovrebbe riconoscere che quando non segna, non fa molto altro. Funziona perfettamente per il City poiché è raro che non segni. La percentuale di vittorie del City quando Haaland segna è dell’88% e non hanno mai perso. Nella maggior parte delle sue gare, il City ha così tanto possesso palla che Haaland può concentrare le energie per trovare la posizione giusta e ricevere un assist. Ma quando il livello degli avversari cresce, diventa un problema diventa. Quando Haaland gioca e non segna, la percentuale di vittorie del City scende al 49%. Le sue 41 partite senza gol includono nove sconfitte. È un calo enorme”.
Carragher spiega che “il norvegese non pressa alto, non trattiene particolarmente bene la palla, non dimostra una fisicità eccezionale in profondità, non lega il gioco con i centrocampisti. È un vero e proprio numero 9 nella tradizione della vecchia scuola: il tipo di attaccante che pensavamo fosse estinto”.
Il Telegraph ricorda quando nei suoi primi anni al City, Guardiola dava l’impressione di non essere convinto di Sergio Aguero e nelle partite più importanti lo lasciava spesso in panchina. Voleva di più da lui.
“Quel che distingue Haaland da Aguero e da tutti i prolifici goleador del passato – si legge – è la stranezza della sua cadenza, una dimensione così straordinaria da rendere insignificanti eventuali difetti nella valutazione dei risultati del City. Haaland ha segnato 52 gol in 53 partite nella scorsa stagione. È in corsa per arrivare a 40 quest’anno. Probabilmente raggiungerà quota 250 in tempi record. Quando offri numeri del genere, conta qualcos’altro? Questa è la domanda che mi pongo ogni volta che fa una partita tranquilla. Ma ciò che diventerà sempre più significativo, man mano che la sua carriera avanzerà, è cosa ne pensi Haaland stesso. Dove vuole che si sviluppi il suo gioco? Gli interessa davvero che sia giudicato esclusivamente in base ai gol? Se un allenatore pretendesse di più da lui fuori dall’area di rigore, avrebbe le capacità per farlo? Haaland ha solo 23 anni e dà l’impressione di avere una carriera già tracciata. Se il suo unico interesse è battere i record di gol, non ha bisogno di cambiare nulla. Se ha serie ambizioni di vincere il Pallone d’Oro e giocare per il Real Madrid, potrebbe avere un problema”.
Cose da Real Madrid
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Vista da Madrid, questa è una partita che sta dentro il canone. È stata una di quelle cose che fa solo il Real, ha scritto il decano Alfredo Relaño su As. Una partita da 18 calci d’angolo contro 1 ha preso un’altra strada perché Lunin è un portierino che in carriera aveva già parato 9 rigori su 18. Dal bordo campo di Amazon Prime, intorno a mezzanotte qualcuno ha sottolineato – forse Cannavaro, forse Seedorf – che un ex terzo portiere come Lunin si trasforma in uno specialista perché alla fine degli allenamenti sono loro che restano di più in campo, per far esercitare gli attaccanti. Lunin aveva studiato. Altrimenti non sarebbe rimasto in piedi sulla forchetta di Bernardo Silva.
Dice Relaño che “il finale è stato felice, ma la partita è stata una tortura per i tifosi del Real Madrid. La macchina del City ha travolto il Real Madrid con quel gioco di possesso palla e di attacco senza fretta e senza sosta, una marea che sale e sale fino a portare via il castello di sabbia. Il Real Madrid ha fatto un esercizio difensivo totale, un sacrificio collettivo in condizioni estremamente difficili, se si considera che mancavano Militao, Alaba e Tchouameni, oltre a Courtois”. Il giurato spagnolo del Pallone d’oro scrive: “Detesto vedere il Real Madrid impantanarsi, ma non posso fare a meno di elogiare l’abilità con cui ha fermato una squadra superiore fino ai rigori”.
È quella che Jorge Valdano, cuore madridista, ha battezzato la Casta dei Campioni. Anche El Pais considera che il Real è il re dell’angoscia, ma un altro cuore madridista come Manuel Jabois, firma delle pagine culturali sul quotidiano progressista di Spagna, si unisce alla convinzione che partite del genere sono decisamente tipiche della storia merengue.
“Un esercito di zoppi, stanchi e uomini esausti per aver tenuto il culo in area e aver corso dietro alla palla, ha cospirato fatto ancora una volta l’impossibile. Così funzionano queste due bestie, il Madrid preistorico e l’ultima evoluzione della specie City: i loro gol nascono da momenti grigi e senza tempo, momenti in cui distolgono lo sguardo dal campo e controllano il cellulare. Avevano iniziato così la loro partita, molto lentamente, studiandosi a vicenda con la palla ferma tra i piedi. Due bufali che si guardano, ricevono il respiro e l’incoraggiamento dell’altro, addomesticati, potenzialmente violenti”.
Anche questa impresa all’Etihad Stadium entra a far parte “della leggenda delle tante vittorie che il Real Madrid ha ottenuto in Europa. Una resistenza prima piena e poi fiaccata, soffocata, stufa del pallone e dei giocatori del City, ma pur sempre una resistenza; una resistenza che sembra immunità. Modric aveva sbagliato il primo rigore e Modric non può mai dire addio al Real Madrid in Champions League in quel modo. Così Antonio Rudiger, che sembra sia stato al Real per venti stagioni, ha segnato il rigore decisivo. Questa squadra trema sempre durante la settimana di primavera. «Cos’è stato?», ha detto un ragazzo svegliato dal sonno quando ha sentito le urla in un edificio di Madrid dopo il gol di Rudiger. Il padre laconico gli ha risposto:«Il solito».
PUZZLE
▥ La Gazzetta dello sport: “La magia di Ancelotti. Ora anche la Spagna ama il catenaccio” – Filippo Maria Ricci ha scritto: “A gli enormi meriti di Carlo Ancelotti possiamo aggiungerne un altro, che personalmente ci fa sorridere parecchio: far sì che i media spagnoli elogino il caro vecchio catenaccio. Questo è successo ieri sera tra radio e tv, con tanti amanti del calcio totale made in Spain convertiti in discepoli del “bloque bajo” come dicono qui, elegante maniera di definire la difesa nella propria area che ieri il Madrid ha applicato con ordine, scienza e dedizione per 120 lunghissimi minuti”
▥ Corriere dello sport-stadio: “L’unicità di Carlo” – Ivan Zazzaroni ha scritto: “Il culo di Carlo, e so che non si offenderà. Perché è unico, in tutto. È vincente, stratega, non è un artigiano, è l’Allenatore. Sa soffrire, lo accetta, sa attaccare e difendere, e alla fine arriva lui. Ancelotti è il calcio nella sua globalità, nella sua complessità e nella sua semplicità. Il calcio del ManCity è questione di musica. Anzi, di ritmo e in definitiva di trance. Credo che sia difficile giocare meglio di come ha fatto ieri sera la PepStation”.
▥ Il Napolista: “Mattarella faccia Ancelotti senatore a vita, è uno degli ultimi simboli del made in Italy” – Massimiliano Gallo ha scritto: “Carlo Ancelotti è uno di quegli uomini convinti che la specializzazione sia importante ma che conti meno senza l’intelligenza. E intelligenza vuol dire adattamento alla situazioni. Vuol dire saper essere incudine e martello a seconda delle circostanze. E a Manchester, contro l’armata Guardiola che ha una squadra e una panchina di extralusso, Ancelotti è riuscito a far capire ai suoi che sarebbe servita intelligenza. Oltre al sacrificio di rimanere in the box. A chiudere ogni varco. Perché è da stolti andare a cercare la bella morte quando si può sopravvivere” [tutto qui]