Cinquant’anni di calcio portoghese senza dittatura

GLI ANNI CON IL QUATTRO .

MAPPE

 

L’Equipe dedica stamattina due bellissime pagine con un bellissimo bianco e nero al cinquantesimo anniversario della sollevazione dei partigiani contro la dittatura di Salazar in Portogallo, raccontato anche da un punto di vista calcistico. Il giornalista Régis Dupont è stato a Oporto, Coimbra e Lisbona per un reportage, cominciando la sua visita dal balcone del Museo della Gendarmeria, aperto ai visitatori per una mostra temporanea. Uno dei rari luoghi della città – scrive L’Equipe – a non essere affollato dai turisti

Qui Marcelo Caetano, successore di Antonio Salazar alla guida della più antica dittatura dell’Europa occidentale, dovette rifugiarsi il 25 aprile 1974, trascinato dalla rivoluzione dei garofani che portava il suo nome: il regime dello Stato Nuovo fondato nel 1933 cadde come un fiore appassito. 

Ci furono cinque morti in tutto, in serata e a poche centinaia di metri di distanza: quattro vittime di proiettili sparati da scagnozzi della polizia politica, più uno di loro. La sera della giornata di liberazione era iniziata con la trasmissione alla radio Renascença della canzone Grandola, bandita dal potere. 

Anche il calcio entrava in un mondo nuovo. Ne è testimone l’ex centrocampista della nazionale Toni. Ricorda: «Abitavo a 60 metri dallo stadio Da Luz. Il tempo era nuvoloso, ci eravamo allenati la mattina e chiamai un amico ristoratore con il quale avremmo cenato quella sera, io e Humberto Coelho, compagno di squadra al Benfica. Aprì il locale solo per noi due. Le autorità chiedevano alla popolazione di restare a casa, ma non c’era un clima di guerra. I veicoli blindati in strada erano pochi, potevamo spostarci. Il giorno dopo andammo all’allenamento come previsto. Ma per una volta, nello spogliatoio, non parlavamo della prossima partita, perché sapevamo che le nostre vite sarebbero cambiate per sempre, saremmo usciti da una notte lunga più di quarant’anni».

IL CASO EUSEBIO

La dittatura di Salazar aveva  interferito a lungo sulla libera circolazione dei calciatori. Il caso più rilevante ha riguardato Eusébio, la stella del Benfica al quale venne negata la possibilità di giocare all’estero nei suoi anni migliori. Oggi pare incredibile solo immaginarlo, a dirlo si passa per matti eretici. Eppure c‘è stato un periodo in cui Eusébio era meglio ‘e Pelé. Il numero uno, il miglior calciatore del mondo. Anni Sessanta. I giornali del tempo si chiedevano chi fosse più grande fra il portoghese e il brasiliano, esattamente come l’età contemporanea è stata segnata dal dualismo Messi o Ronaldo, Ronaldo o Messi.

Un dilemma vecchio mezzo secolo di cui si è persa la memoria, gli archivi dei giornali sono bellissimi per questo. Fabrizio Falconi, giornalista e scrittore romano, se n’è ricordato quando nel 2002 ha scritto il suo romanzo Cieli come questo [Fazi editore]. La grandezza di Eusébio è ricostruita in un dialogo che si tiene di fronte a un gagliardetto rosso del Benfica che penzola dallo specchietto retrovisore di una macchina.

“Perché questo scudetto?”.
“È di Lisbona, il Benfica”.
“Lisbona. Ci sei stato?”.
“Sì, una sola volta, purtroppo”.
“E te ne sei innamorato?”.
“Sicuramente. Ci sono stato durante i lavori che fecero per l’Expo del 1998. Cantieri ovunque, strade dissestate, caos…”.
“Eppure…”.
“Eppure… Che città, e poi è la città del Benfica. L’arte del football”.
“Io non ci capisco niente di football”.
“Non conosci Eusébio?”.
“Eusébio chi?”.
“Il più grande calciatore del mondo”.
“Non ne so niente. Ma non era Pelé?”.
“Pelé? No, Eusébio era un’altra cosa”.

Un’altra cosa.
Una superiorità che in Italia sono sicuramente disposti a sottoscrivere a Napoli, dove esiste una barriera di freddezza verso Pelé dovuta alla rivalità con Maradona. Eppure Maradona non c’entra. L’atarassia calcistica nei confronti del brasiliano è antica, nasce prima del 1984, data di fondazione della religione del Maradona è mmeglio ‘e Pelé. Al culto globale verso O Rei, negli anni Sessanta, Napoli era estranea. Meglio Eusébio, si diceva in città. 

Il 25 novembre del 1966 esce al cinema Operazione San Gennaro, film di Dino Risi ambientato e girato a Napoli. La trama, per chi non la conoscesse: un’improbabile banda capeggiata da Nino Manfredi prova a rubare il tesoro del santo per un’organizzazione internazionale. In una delle scene principali, la banda entra al Duomo e chiede al santo il permesso di sottrargli le sue ricchezze, stimate intorno a 30 miliardi di lire dell’epoca. Oggi il valore del tesoro è invece inestimabile.

Per strappargli l’autorizzazione, a san Gennaro viene promesso che con quei soldi sarà fatto del bene anche alla città. Cosa? Be’, tra l’altro sarà comprata una stella del calcio per il Napoli. “Così vinciamo la Coppa dei Campioni”. Ma la stella citata nel film non è Pelé, già due volte campione del mondo. La stella citata nel film è Eusébio.

[Questa storia è stata raccontata fino alla noi agli abbonati della vecchia newsletter – ma oggi è festa e nei giorni di festa si tramandano le vecchie storie intorno al focolare]

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