La pallacanestro è un imbroglio. Finto a destra e vado a sinistra
Guardo là e passo lì. È un grande scherzo
Sasha Djordjevic
PANORAMI
Il quadro dei Mondiali di basket dell’estate prossima è completo. La Serbia è stata la 32esima e ultima nazionale a qualificarsi ieri sera, grazie alla vittoria per 101-83 sulla Gran Bretagna – Analisi di un panorama assai mutato, con quattro paesi esordienti e con i vicecampioni del mondo argentini rimasti fuori, per la prima volta dal 1982.
C’è un mondo assai cambiato che butta il pallone in un canestro. Un mondo che andrà a giocare per il titolo in Indonesia, per la prima volta, un posto da 273 milioni di abitanti, una platea che ha un peso olimpico solo nel badminton e nel sollevamento pesi, una miniera ancora inesplorata dal carrozzone dello sport-ertainment. Insieme con l’Indonesia, apparecchieranno la tavola al basket anche Giappone e Filippine, con la differenza che loro avranno anche la propria Nazionale fra le 32 partecipanti, l’Indonesia no. Il posto di diritto per gli organizzatori era vincolato alla qualificazione per i quarti di finale della Coppa d’Asia.
Così le esordienti ai Mondiali del prossimo agosto saranno quattro e non cinque: Capo Verde e il Sud Sudan di cui Slalom ha parlato nei giorni scorsi, la Georgia e la Lettonia. Altri cinque paesi tornano dopo un’attesa dai nove anni in su: Finlandia, Libano, Egitto, Messico, perfino la Slovenia. Nove squadre su 32 non erano agli ultimi Mondiali di quattro anni fa. Un ricambio del 28 percento.
Non c’è nessuno sport che possa presentarsi più inclusivo della pallacanestro, più incline ad allargare la propria mappa e piazzarci sopra dei puntini nuovi. È una sorpresa per lo stesso basket. Ai Mondiali del 2019 le esordienti furono due, ma in realtà i movimenti di Montenegro e Repubblica Ceca non potevano dirsi delle epifanie assolute, erano solo squadre apparse in precedenza sotto un altro nome. Il ricambio però fu di 13 paesi su 32.
Quattro esordienti c’erano state ai Mondiali 2010, anche in quel caso con l’asterisco, solo formalmente, perché tra le quattro era presente la Serbia, erede diretta della vecchia grande Jugoslavia, insieme con Iran Giordania e Tunisia. Un ampliamento degli orizzonti più massiccio di quello attuale si incontra solo nel 1986, ma si tratta di un altro inganno. Fu la prima edizione extralarge, le partecipanti passarono da 13 a 24 rispetto a quattro anni prima, era fatale registrare un allargamento della platea con 6 prime-volte: Angola, Grecia, Malaysia, Olanda, Nuova Zelanda, Germania.
Unendo tutti questi puntini, viene fuori il quadro di uno sport che non è mai stato così universale e che non ha rivali.
Gli ultimi Mondiali di calcio hanno avuto appena un paese debuttante: il Qatar che li organizzava. Quelli di pallavolo lo stesso, un solo esordio, lo stesso Qatar, con una platea mutata rispetto all’edizione precedente del 20 percento [5 paesi su 24]. I prossimi Mondiali di pallanuoto non hanno ancora completato il quadro delle qualificate, per ora non avranno nessuna debuttante, torna l’Iran dopo 25 anni. I Mondiali di pallamano del mese scorso hanno accolto il solo Belgio come novità, quelli di hockey su prato due nazioni, il Cile e il Galles, mentre l’hockey su ghiaccio non si apre a una prima-volta dal 1960, era l’Australia, ma si trattava di Mondiali che coincidevano con le Olimpiadi, i criteri di qualificazione erano diversi.
Il Mondo Nuovo della pallacanestro potrebbe avere una spiegazione nel Mondo Nuovo della NBA. Ventisei nazionali su 32 hanno almeno un giocatore nel campionato americano.
Canada 23, Australia 10, Francia 8, Germania e Spagna 6, Serbia 5, Turchia 4, Grecia Croazia Montenegro Slovenia e Repubblica Dominicana 3, Georgia Giappone Lettonia e Lituania 2, Angola Messico Brasile Finlandia Nuova Zelanda Filippine, Portorico e Sud Sudan 1.
L’Italia pende dalle labbra di Banchero, per capire se si unisce a Fontecchio a Gallinari.
Sei nazioni sono arrivate ai Mondiali senza giocatori nel torneo più bello del mondo: Venezuela, Capo Verde, Iran, Giordania, Cina e Libano.
Forse non è un caso neppure che la mutazione tocchi così profondamente l’Africa, il continente dove la NBA ha investito in una Lega trans-nazionale per far crescere la qualità del gioco e per tenere sott’occhio i giocatori emergenti. Investire sotto l’ombrello della NBA significa allargare, non conservare. Così è rimasta fuori dai Mondiali la Nigeria, il paese più rappresentato in America con 9 giocatori. È rimasto fuori il Camerun di Siakam, dove è nato Joel Embiid – chiamato a decidere adesso, se intende partecipare con Francia o USA, le altre due nazioni che gli hanno dato un passaporto.
La Repubblica Dominicana si è qualificata per la terza volta consecutiva dopo 36 anni di assenza. L’ha fatto provocando lo shock più grosso, l’eliminazione dell’Argentina, battuta per 79-75 al Polideportivo Islas Malvinas di Mar del Plata. I domenicani erano sotto di 17 punti a 12 minuti dalla fine della partita. Hanno completato un’improbabile rimonta davanti a 8.000 spettatori sotto la guida di Nestor Che García, tornato in patria dopo aver lasciato proprio l’Argentina. Idolo? Jean Montero, 19 anni, sembrava un veterano, 18 punti segnati nel secondo tempo, nove nel quarto periodo, dei 22 complessivi. La difesa dominicana ha tenuto Gabriel Deck, Facundo Campazzo e Nicolás Laprovíttola a soli 8 punti nell’ultimo quarto.
Così è rimasta fuori l’Argentina, finalista nell’edizione scorsa senza nemmeno un giocatore da NBA: salterà il torneo per la prima volta dal 1982.
La Georgia sta celebrando l’impresa di Toko Shengelia, Giorgi Shermadini e Thad McFadden. Una sconfitta con tre punti di scarto contro l’Islanda è stata sufficiente a passare le qualificazioni. Non dite a Petrucci che Shengelia ha segnato 25 punti in trasferta contro l’Olanda di giovedì, è andato a giocare in Eurolega per la Virtus Bologna, è tornato per la partita decisiva. Il suo Ct sta dicendo in queste ore che non ha mai visto nulla di simile in vita sua e lo chiama il più grande patriota del mondo. Chi vuole, fa.
L’America ha fatto crescere il mondo, il mondo si sta prendendo l’America. Sono ormai dieci anni di fila che gli USA accolgono nel loro campionato più di 100 giocatori stranieri. Non c’è squadra che non ne abbia uno. A marzo del 2020 la squadra di Oklahoma, i Thunder, ha fatto qualcosa di inedito iniziando la sua partita contro Dallas con un quintetto senza americani. Aveva in campo un canadese (Gilgeous-Alexander), un haitiano-canadese (Dort), un dominicano (Horford), un francese (Maledon) e un serbo (Pokusevski).
Per arrivare fin dove siamo, è stato necessario passare tre decenni fa per un accordo internazionale. Inizialmente chi espatriava in America, sapeva di dover cambiare il proprio status da dilettante in professionista. Significava la rinuncia a ogni torneo con la Nazionale, come accadde al povero Fernando Martín, il secondo a salire su una caravella per salpare come un colono inconsapevole verso le lontane Arene di Portland.
Salutò il basket internazionale come lo aveva sempre conosciuto – Europei, Mondiali, Olimpiadi – e non riuscì a giocarci mai più, morto prematuramente a 27 anni in un incidente d’auto. Tre stagioni più tardi – era il 1989 – il basket americano e il resto del mondo trovarono un accordo, lo chiamarono green card, come il permesso di residenza. Le differenze di status erano cancellate, 56 nazioni votarono a favore, contraria l’URSS, contrari gli USA, perché la federazione non voleva cedere potere alla NBA. Il segretario generale internazionale Boris Stankovic disse: “Con questo accordo siamo entrati nel XXI secolo”. Di certo stava entrando in America un cavallo di Troia. Se i giocatori europei non lasciavano più nulla sul tavolo in cambio dei dollari, perché avrebbero mai dovuto dire di no, come invece aveva fatto Dino Meneghin con gli Atlanta Hawks nel 1970?
Quelli che giocano al posto del Dream Team
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I veri USA non li abbiamo visti ancora, nelle qualificazioni. The Athletic ha scritto che “la parte divertente inizia ora”, un pezzo ripreso stamattina anche da l’Équipe. Quando l’allenatore dei Warriors Steve Kerr è stato sorpreso da una telecamera mentre diceva alla guardia Alex Caruso «ci piacerebbe averti» , dopo una partita contro i Bulls, non stava parlando di Golden State, ma della Nazionale. Kerr sarà il Ct degli USA ai Mondiali, Joe Vardon scrive: “Sa che le squadre vincono con grandi guardie che sono pure robusti difensori”.
Gli USA giocheranno a Manila, la città del terzo Ali-Frazier, 1975. Grant Hill sta tenendo i rapporti con le grandi stelle della NBA per capire chi vuole presentarsi per questo nuovo Thrilla. I super-campioni hanno la testa ai Giochi di Parigi, non è detto che tutti abbiano voglia di esserci anche in questa tappa intermedia.
Il cammino di qualificazione senza i Big non è stato un tappeto di fiori. Se gli USA non avessero battuto l’Uruguay giovedì scorso, sarebbero andati all’ultima giornata di qualificazione in Brasile senza avere la certezza del posto. E in Brasile hanno perso. Tutti i giocatori americani che hanno fatto il lavoro sporco nei 451 giorni dedicati alle qualificazioni sono marginali nella NBA, giocano la G League oppure – certo – vincono la gara delle schiacciate: Mac McClung era con la canottiere della Nazionale nella finestra di qualificazione in agosto. Ha dato una mano Joe Johnson, quel Joe Johnson, 41 anni e 18 stagioni NBA alle spalle. L’elenco dei partecipanti è pieno di figure di secondo piano, senza glamour. Se vedremo un Dream Team a Manila, lo dobbiamo a loro. In mezzo a loro anche David Stockton, figlio di John.
Anche il Ct era di passaggio, Jim Boylen, licenziato dai Bulls nel 2020, oggi consulente degli Indiana Pacers. Non fa nemmeno parte dello staff di Kerr per le finali, ma dice che l’esperienza gli ha restituito entusiasmo, lui dice di aver ritrovato la sua voce.
Prima che i Dream Team si presentino alle fasi finali dei grandi tornei, le squadre degli USA sono un via-vai. Dal 1990 hanno indossato quella maglia 277 giocatori differenti.
E l’Italia?
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Dan Peterson, la Gazzetta dello sport: “Ecco il capolavoro di Pozzecco: ha dato spazio a giocatori non titolari nelle loro rispettive squadre di club. E fa debuttare i giovani. Contro la Spagna, ha esordito Davide Casarin (19 anni) di Verona; tre giorni prima era toccato a Riccardo Visconti (24 anni) di Pesaro. Da oggi in poi, questi due ragazzi avranno un’ottica diversa sulle rispettive carriere. Avranno più fiducia, più autostima, più credibilità. Un ciclo virtuoso che non solo aumenta il loro valore (tecnico e patrimoniale) ma quello di tutto il basket italiano.
La lezione è chiara: se un allenatore dà fiducia al giocatore italiano è probabile che verrà ripagato. È stato così per coach Pozzecco che tra i 12 giocatori schierati contro la Spagna ne aveva solo due titolari nei rispettivi club: Diego Flaccadori con Trento e Marco Spissu con Venezia. Gli altri 10 escono dalla panchina e molti di loro sono usciti dalla panchina anche contro la Spagna, ma hanno fatto vedere che sono molto più che semplici cambi”
voci Guglielmo Caruso
Caruso, contro gli spagnoli 9/10 da 2, 0/1 da tre. E’ stata la sua serata quasi perfetta?
«Una partita così non l’avevo nemmeno sognata quando ero bambinetto e giocavo le mie prime partite. Pensare di essere preso in considerazione per l’azzurro sembrava quasi una storia da libro d’avventura. Invece eccomi qui, con una vittoria bellissima. 19 punti sono tanti ma li condivido con Bortolani, Casarin, Flaccadori e gli altri. Mi hanno passato palloni stupendi».
➣ Quanto deve ringraziare Varese per questa sua crescita prepotente?
«Tantissimo. Credo di aver fatto nella vita sempre delle scelte coraggiose e di essere stato ripagato. La prima fu quando da ragazzino ho lasciato Napoli e il suo caldo sole per Torino. Lì ho capito di poter fare il giocatore di basket. Poi, il volo successivo in aereo è stato ancora più lungo, perché ho deciso di accettare la borsa di studio dell’Università di Santa Clara. Un’esperienza formativa a livello umano e cestistico, e di nuovo il sole come nella mia città. Quindi Varese. Lo scorso anno per un infortunio quasi non ho visto il campo, poi quando sono stato meglio ho iniziato a mettere insieme minuti».
➣ Nel suo futuro invece cosa , di nuovo un aereo per gli Usa?
«Sarei un presuntuoso a dire che il mio obiettivo è quello. Ho ancora tanta strada da fare con Varese. Certo che, se penso agli italiani che già hanno avuto l’esperienza della NBA, mi piace fare come quando ero bambino; allora sognavo la Nazionale, ed è arrivata. Domani sognerò la NBA».
intervista di fabrizio fabbri, Corriere dello sport-stadio