Il Vangelo del tennis secondo Netflix

Inutile fare la guerra, quando sai che la perderai

Marco Giusti

 

È disponibile su Netflix la serie Break Point dedicata ai protagonisti del tennis, una produzione pensata e prodotta nella scia del fortunato Drive to Survive, reclamizzato come uno degli strumenti che hanno cambiato la traiettoria della Formula 1, aprendola così a un nuovo pubblico, soprattutto americano. Cosa funziona e cosa non convince di questa operazione che ha unito ATP e WTA. 

 

Il perfetto flixtennista tiene l’armadietto dello spogliatoio aperto. La porta invece è socchiusa. Così quando entri, provi anche l’illusione che stai sorprendendo qualcuno. Meglio ancora se è la porta della camera d’albergo. Ti fa sentire cosa dice a cena alla sua ragazza, oppure al telefono a mammà, si commuove quando c’è da commuoversi, sfascia una racchetta quando c’è da alterarsi. 

La perfetta flixtennista ti racconta che in campo dà il 110 per cento e che odia perdere. Anche quando gioca a carte. Ti parla dei suoi sogni da bambina, dei suoi incubi, certo che ne ha, ti racconta del suo percorso di emancipazione se viene da un paese lontano dove eccetera eccetera. Benvenuti allora nel Castillo de Papel, il castello di carta di uno sport che negli ultimi trent’anni ha costruito arene grandi come mai prima, ha gonfiato i montepremi con i milioni delle televisioni, ha visto passare i migliori giocatori e le migliori giocatrici di sempre, ma che forse adesso teme la strada segnata, teme di scartare di lato e cadere. Il dopo Federer e il dopo Serena sono cominciati, per il dopo Nadal è questione di poco. Se devi pescare, devi andare dove stanno i pesci. E i pesci – si è sparsa la voce – stanno sulle piattaforme. 

 

Gli scacchi hanno trovato il tesoro nella regina Beth. Per la diffusione ha fatto più lei di Kasparov, Karpov, Spasskij e Fischer messi assieme. Drive to Survive è stato il ponte della Formula 1 verso un pubblico vergine, per età e per estrazione, fino a trovare in Max Verstappen l’incarnazione del Pilota Nuovo, alla fine di un flusso indistinguibile tra la realtà dei box e lo streaming, tra lo streaming e la pista. La MotoGP è su quella strada, il tennis l’ha imboccata. Escono domani i primi cinque episodi della serie Break Point, gli altri cinque arriveranno a giugno, a ridosso del torneo di Wimbledon, con la massima esposizione globale. 

 

|  «Tutti pensano al proprio giardino, hanno paura di cambiare, vogliono conservare i propri privilegi. Anche gli Slam stanno capendo che i tempi sono cambiati, ci muoviamo in

uno scenario globalizzato. Dobbiamo essere uniti, perché i nostri avversari sono all’esterno: gli altri sport, o Netflix. Il tennis oggi piace a tutti, tutti lo vogliono vedere, è questo il momento di cambiare per renderlo più forte» | Andrea Gaudenzi presidente dell’ATP, intervistato da Stefano Semeraro, Il Tennis Italiano, gennaio 2023

 

UN NUOVO PUBBLICO  ►  Il perfetto flixtennista, dice il Daily Mail, è proprio quel Nick Kyrgios che apre la docuserie con il primo episodio, mentre il gigante dello streaming solleva il coperchio sulle invettive esplosive di un uomo che fracassa le sue racchette. Oppure che confessa il suo processo di autodistruzione, fermato un giorno all’improvviso dopo una partita contro Nadal. 

La perfetta flixtennista, dice Sports Illustrated, è allora Ons Jabeur, la prima donna africana e araba a imporsi nel circuito, a giocare la finale di uno Slam, a spingersi nella top-10 fino all’attuale numero 2. Il tennis cerca nuovi mondi e deve farlo con un altro linguaggio. Prepariamoci. Il sito dell’ATP ieri ha tenuto a lungo in apertura una intervista a Morgan Riddle, la fidanzata dell’americano Taylor Fritz, presentato non come il tennista numero 9 del mondo, ma come la star della serie Netflix Break Point. Ecco. Così, a tre notti di distanza dalla partenza dell’Australian Open, abbiamo imparato che miss Riddle ha contribuito a portare lo sport alle masse attraverso i suoi canali di social media, in particolare TikTok”. Lei dice che prima di conoscere il suo Taylor, non sapeva niente di tennis. Alla lettera. Aveva sentito parlare di questo svizzero, questo Federer, ma non sapeva chi fosse Nadal, perché in casa sua si è sempre giocato solo a hockey, sua sorella, suo padre, tutti. E così sia. Andiamoci a prendere il pubblico dell’hockey, e soprattutto quello di TikTok. 

 

LE RETICENZE  ►  Stracciarsi subito le vesti, porta a perdersi un pezzo della comprensione della scena. Alcune firme inglesi di tennis hanno visto i primi cinque episodi in anteprima e ne hanno scritto in questi giorni. Più o meno convergono tutte su un punto: se conoscete il tennis, e lo seguite, Break Point non fa per voi, né per un corrispondente di mezza età che ha messo negli occhi chissà quante partite in vita sua. È così vero che la serie all’inizio si preoccupa di spiegare le regole del gioco, prima di presentarci nel secondo episodio la storia d’amore tra Matteo Berrettini e Ajla Tomljanović, senza precisare che nel frattempo è finita. 

Non c’è quasi traccia della storia pazzesca vissuta da Djokovic in Australia nello scorso gennaio, né troverete raccontata a sufficienza la rimonta leggendaria di Nadal contro Medvedev in finale a Melbourne. Loro due, come Federer, come Serena, non sono entrati nel flixcircus. Non vedremo Casper Ruud e Holger Rune venire quasi alle mani negli spogliatoi al Roland-Garros, né Simona Halep licenziare bruscamente il suo allenatore. Nessuno in Break Point cerca di fondare un sindacato alternativo e separatista all’ATP e alla WTA, nessuno si domanda dov’è Peng Shuai, nessuno chiede a Zverev delle accuse di violenza privata sulle sue compagne. 

 

| Stuart Fraser sul Times ha scritto che i creatori della serie hanno cercato mirabilmente di aggirare la mancanza di un coinvolgimento sostanziale dei grossi calibri, promuovendo Break Point come uno sguardo sulla transizione verso una nuova generazione di stelle che sta prendendo il sopravvento. La sensazione – ha scritto il Times – è che questo progetto sia in definitiva un esercizio di pubbliche relazioni igienizzato. È una lamentela simile a quella ascoltata nelle fasi iniziali di Drive to Survive. Dopo siamo passati alla contestazione opposta: troppo drama, troppa finzione, troppo tutto. A meno che il prossimo lotto di cinque episodi di giugno non corregga il tiro – dice il Times – si tratta di un’opportunità perduta

Il Times è del parere che le cose più interessanti siano la rappresentazione del bizzarro scenario dentro la famiglia Nadal, con zio Toni ormai coach di Auger-Aliassime che volta le spalle a Rafa, e il personaggio di Nick Kyrgios, l’unica scintilla in una serie che manca di profondità e intrighi. Eppure, il drama dovrebbe essere il pane quotidiano. 

| Simon Briggs sul Telegraph dissente pure dal giudizio su Kyrgios. Ha scritto che Netflix ha trasformato in un peluche uno sportivo controverso come il pugile Tyson Fury e il campione di biliardo O’Sullivan. Qui non c’è alcun segno del feroce backstage visto in Drive To Survive. Forse perché intorno alla Formula 1 si sono allineati tutti i pianeti o forse perché nel frattempo Max Verstappen & His Gang hanno minacciato di mettersi in sciopero, lamentandosi per la forzatura di false rivalità. Per dirla semplicemente – ha scritto il Telegraph – dov’è l’odio?

| David Kane sulla rivista Tennis ribadisce che Break Point presenta buona parte di ciò che sappiamo già in un pacchetto confezionato in modo lussuoso, dalle sfumature blu-grigio. È una meditazione su coloro che abitano il purgatorio del tennis. Eppure, aggiunge, spunti polemici ce n’erano. La colpa è del montaggio o di coloro che hanno smussato i bordi più appuntiti di questi atleti così complessi? Forse Break Point non è pensato per essere incisivo. I veri tennisti sanno che il loro sport ospita un numero infinito di personalità intriganti e non hanno necessariamente bisogno di una docuserie per scoprirlo. Se Break Point ha la funzione di attirare il grande pubblico nella tenda del tennis, può essere considerato un successo, ma il prodotto finale lascia nostalgia per il vecchio circo.

| A Daniel D’Addario di Variety è piaciuto. Parla di eccellente documentario sul tennis post-Serena e post-Roger. Break Point svolge un buon lavoro nel bilanciare impulsi contraddittori, facendo grande televisione su uno sport che non è mai stato facile portare sullo schermo

La rivista americana Sports Illustrated ha trovato la serie abbastanza buona, a volte incredibilmente buona, ma non siamo noi i giusti destinatari, ha scritto Jon Wertheim. Questo alla fine potrebbe anche giovare al tennis. Per tutto il tempo della visione – dice l’esperto di tennis di Sports illustrated – non ho potuto fare a meno di pensare che le persone nelle varie divisioni marketing si saranno dette: – Come ne usciremo dalla fine dell’era Federer-Nadal-Djokovic-Serena? Lanciamo una serie Netflix che si concentri, quasi esclusivamente sui giocatori di 20 anni, con interi episodi senza nemmeno menzionare le stelle dell’altra generazione. Ma per essere una serie drammatica, Break Point è stranamente leggera. Trasformerà il tennis? Improbabile.  

 

LE PROSPETTIVE  ►  Bisogna chiedersi allo stesso tempo che cosa sta diventando lo sport e che cosa sta diventando Netflix. Angela Watercutter su Wired ha scritto che la cancellazione di una serie come 1899 manda un segnale sul fatto che le piattaforme di streaming continueranno probabilmente a produrre contenuti di nicchia, ma sempre più spesso resteranno incompiuti. Una volta Netflix era il luogo in cui le serie più strane e oscure avevano lo spazio e il tempo per prosperare. L’azienda ora si trova nella posizione di dover operare come le reti televisive che l’hanno preceduta. Oggi lo streaming è arrivato allo stesso punto di svolta. La buona notizia è che servizi come Netflix stanno creando una serie di gemme nascoste che il pubblico potrebbe scoprire in un secondo momento; la cattiva è che non è detto che le piattaforme vogliano portar avanti queste serie.

Quanto allo sport, la famosa età della disintermediazione è diventata l’età dei filtri. La cultura digitale offre ai campioni la possibilità di parlare ai tifosi senza passare dai media tradizionali. L’informazione è stata sopraffatta dalla comunicazione.

| Il nuovo numero di Rivista Undici ragiona proprio sullo sport smaterializzato. Tommaso Naccari si chiede per esempio perché gli sportivi su Instagram sono così noiosi. L’idea è che le figure pubbliche debbano lanciare un messaggio, sono diventate delle pagine istituzionali, che raccontano poco il campo e molto ciò che di importante hanno da dire al mondo questi giovani ventenni. Tendenzialmente non molto. Persino il Pallone d’Oro Karim Benzema, da una rapida scrollata da parte di un alieno al suo profilo Instagram, potrebbe sembrare una via di mezzo tra un goffo padre e un influencer in rampa di lancio che ha deciso di portarsi a casa in un pomeriggio i contenuti per sei mesi all’angolo tra Montenapoleone e via della Spiga

 

I nostri adolescenti – potenziale pubblico di Drive to Survive e di Break Point – sono meno ingenui di come vengono disegnati. Noi li inseguiamo con gli highlights e con la Superlega, loro dribblano e sono altrove. Noi siamo arrivati a usare i loro filtri e loro sono già andati su Be Real, alla ricerca di una ipotesi di una nuova forma di verità. 

Tranquilli, allora. Break Point e TikTok non ci tolgono niente. Se poi dovesse arrivare nel tennis qualcosa di simile a quella Sprint Race che in Formula 1 fa tanto Netflix, ce ne accorgeremo. Magari ci accorgeremo che funziona pure. 

 

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Slalom 14 dicembre 2021

 

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