Tra lo sgabello di Oporto e lo sgabello di Monza, ci sono 2mila km e cinque anni di distanza. Una strada piena di curve, compresa l’ultima, a Lesmo. A piedi è molto di più di un cammino di Santiago. La prima volta, seduto sul vento e sull’Oceano, in penitenza ci stava Leonardo Bonucci e ce lo aveva messo Allegri. La seconda, seduto sulle spine, ci sta Allegri, e non si sa nemmeno bene chi è che ce lo abbia mandato. Una squalifica, formalmente. Ma chi stia davvero sottoponendo Allegri a questa misteriosa espiazione di un altrettanto misterioso peccato capitale, non si sa.
Forse sconta la superbia provata in cuor suo mentre vedeva Sarri e Pirlo fallire in Champions, com’era stato rimproverato a lui. Forse sconta l’invidia per Ancelotti, che al Real Madrid ha detto sì, e adesso guardalo. Forse sconta l’accidia, quei due anni trascorsi nelle dolci mollezze, senza far nulla, ad aspettare qualcosa che gli paresse alla sua altezza. Sulla lussuria non fate battute. Fatto sta che lo sguardo perso nel vuoto, dietro il vetro della tribuna di Monza, era peggiore di tutti gli sguardi mai colti in Arrivabene, passato dalla più malinconica delle Ferrari alla più malinconica delle Juventus – per giunta nello stesso posto.
Emanuele Gamba su Repubblica scrive: “Tutti puntano lo sguardo sulla stanzetta vetrata lassù in tribuna, box 57 (nella smorfia è il numero che indica il Gobbo), dove l’allenatore più contestato del mondo osserva il campo con sguardo pietrificato, probabilmente fissando il vuoto. Di sicuro, tra il vuoto e la Juventus non c’è molta differenza. Quest’ultimo catastrofico disastro – continua – sarebbe spiegabile soltanto se i giocatori fossero scesi in campo non per consolidare la posizione del tecnico, ma per affossarlo definitivamente. A vederli, il sospetto che giocassero contro l’allenatore è venuto a tutti. Allegri ha ancora presa sullo spogliatoio? È in grado di farsi seguire da calciatori che ha pubblicamente sfiduciato? Probabilmente non ha gradito le esternazioni di Bonucci dopo il ko col Benfica, se lo ha messo in panchina”.
Altri sgabelli non ce n’erano.
Guido Vaciago, direttore di Tuttosport, firma un editoriale assai puntuto e ricorda che se la Juventus sfilasse lo sgabello da sotto il sedere di Allegri, sarebbe la quarta volta in quattro anni che cambia allenatore, ma “avrebbe dei costi importanti, perché vorrebbe dire smentire l’enorme fiducia riposta in Allegri al punto di fargli firmare un contratto quadriennale, scelta inusuale per un allenatore. Oggi la Juventus e i suoi tifosi sono prigionieri di Allegri, di quel contratto e di quella coerenza societaria, perché anche volendolo non è così facile cambiare guida tecnica. E la Juventus, per la cronaca, non lo vuole. Cioè: all’interno del club se ne parla, ma non si trovano abbastanza motivi per rendere l’esonero anche solo un’ipotesi. E non solo per le ragioni elencate sopra, anche perché c’è il dubbio che un cambio di guida tecnica non rappresenti una svolta, in una stagione così strana e nelle quale non c’è tempo per allenare fino al Mondiale e, dopo la pausa, non ci sarà tempo di allenare dopo il Mondiale. Se Allegri viene confermato è perché la società crede nella sua capacità di risolvere i tre problemi. Da fuori, alla luce di quanto visto finora, è lecito avere dei dubbi. Più che #Allegriout è più un #Allegriboh”.
Paolo Condò, sempre su Repubblica, scrive che “la litania ormai usurata sulle assenze e sulle “categorie” dei giocatori ha convinto buona parte della rosa non solo di non essere da Juve, ma di non godere della stima del proprio allenatore”.