Le sette ore di ciclismo più difficili da interpretare

 

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Le sette ore di ciclismo più difficili da interpretare

 

  ▻   La Milano-Sanremo è come il Roland-Garros. È una corsa dove il più forte non sempre vince. Prima che dalle nostre parti si affacciasse Rafa Nadal, era così per il torneo di tennis sulla terra rossa. Parigi ha lo Slam con più numeri uno al mondo che non lo hanno mai conquistato. È l’unico tra i quattro sfuggito a Connors, Edberg e Becker. Lo hanno mancato pure Newcombe, McEnroe, Rafter, Hewitt, Safin, Roddick, Murray, fino a Medvedev. Dentro mettiamoci pure Ríos che li ha scansati tutti e Medvedev che ha ancora la carriera davanti. Fanno 12 numeri uno su 27 – tutti caduti sulla superficie che ha premiato di più gli specialisti, alcuni nonostante l’insufficienza di carati.

La Sanremo va nella stessa direzione. È una corsa così facile che per molti diventa impossibile. Negli ultimi 40 anni ha nel suo albo d’oro nomi che non sono mai più saliti su un podio in un’altra Classica, da Pierino Gavazzi a Marc Gómez, da Gabriele Colombo a Gerald Ciolek e per ultimo Arnaud Démare

È questo l’elemento che stamattina fa mettere in discussione la vittoria di Tadej Pogacar, nella forma della vita, lui che ha già vinto due Tour de France, una Liegi e un Lombardia all’età di 23 anni. Sono giorni, questi, in cui gli osservatori si dividono tra chi pensa che eguaglierà  Merckx e chi è convinto che lo supererà. Eppure, oggi porta la sua ruota alla partenza della corsa che Eddy ha vinto 7 volte, con il rovello di come fare a vincerla. Alla maniera del povero Federer a Parigi, una quindicina d’anni fa. 

 

Nel duello contro van Aert, Pogacar veste il ruolo che aveva van der Poel un anno fa. Inventarsi qualcosa. Partire da lontano. Anticipare la trama della corsa bloccata fino al Poggio, dove forse non riuscirebbe a fare la differenza. Attaccanti contro velocisti è il copione antico della Sanremo. Che può finire in molti modi, se hai voglia di inventarne uno. Nella prima edizione del 1907, in una volata a tre, Giovanni Gerbi detto il Diavolo Rosso, ne tirò fuori finanche uno estremo. Fece cadere il francese Garrigou facendo un favore a Petit Breton e dividendo con lui il premio. Fausto Coppi nel 1946 uscì dal gruppo subito dopo il via e staccò tutti infischiandosene del resto. Merckx se ne è scappato due volte in discesa lungo il Poggio (1969 e 1972), come gli outsider De Wolf nel 1981 e Gomez l’anno dopo, come Moser nel 1984 e Kuiper nel 1985. Saronni invece sarebbe scattato proprio in cima al Poggio, la parte di strappo da 167 metri più adatta a quelli che chiamavano finisseur. A quello script si sono rifatti Bettini nel 2003 e Gerrans nel 2012. 

 

Enzo Vicennati su Bici Pro scrive: Lo scenario che si va delineando in vista della Sanremo ha un doppio svolgimento. Da una parte c’è la solita corsa, quella con i velocisti che tenteranno di opporsi allo scatto sul Poggio. E poi c’è la Sanremo di Pogacar, che sembra volersi inventare un copione tutto suo. Bisogna andare indietro al 1996 di Gabriele Colombo per trovare una Sanremo decisa da un attacco sulla Cipressa”.

Ne ha parlato con Bici Pro Michele Bartoli, due volte quinto a Sanremo. Dice che Pogacar «deve fare la corsa dalla Cipressa perché è fortissimo, ma sul Poggio ritengo non abbia la strada per fare la differenza. Lassù non levi di ruota Van Aert. Al massimo fai una lunga fila, ma non li stacchi. Ma se la squadra porta tanti scalatori, allora il progetto cambia faccia. Se punti la Cipressa come se ci fosse l’arrivo in cima, allora la corsa esplode. Da solo non può neanche lui. Non è la Strade Bianche, in cui c’è una difficoltà dietro l’altra. Dopo la Cipressa è lunga andare al Poggio. Ma se parte, quelli forti non lo lasciano andare. E se si forma un gruppetto importante, allora è diverso. Ne porta via quattro, magari anche Van Aert (avrei detto Alaphilippe se non si fosse ammalato) e allora la storia cambia. Perché dietro ci sarebbero meno squadre per tirare».

 

Lo sprint è una soluzione a cui stamattina pensano in pochi. Dominique Issertel su l’Equipe ricorda che una vittoria in volata manca dal 2016 (Arnaud Démare). La scorsa settimana, nella sua rubrica per il quotidiano fiammingo Het Nieuwsblad, Patrick Lefévère, il manager della Quick-Step, dubitava perfino dell’opportunità di portare l’olandese Fabio Jakobsen, sei vittorie nel 2022. 

Di fronte ai due fenomeni del ciclismo – leggiamo – veri spaventapasseri delle ultime settimane, i velocisti si aggrappano ai loro punti di riferimento e sperano

Sperano nelle solite cose. Aspettare il Poggio, tenere le ruote, superare la cabina telefonica che sta alla curva a sinistra, appena prima della discesa, puntare dritti su via Roma senza farsi staccare, anche 4 secondi sono fatali. 

Dal 1980 la Sanremo è stata vinta nel 43% dei casi dai velocisti, ma dal 2012 la tendenza è stata invertita. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera dice che chi la vuole vincere sta accucciato nel plotone per 230 chilometri (il Turchino ormai è un cavalcavia) e mette il naso fuori negli ultimi 60 quando all’orizzonte spuntano i Capi. Sette ore a testa bassa (circa: dipende dal vento e dal nervosismo del gruppo), 40 mila colpi di pedale, la bici che corre tra i 43 e i 45 all’ora, il cuore che batte in media 130 colpi al minuto. Se il ciclismo ha ancora una logica tecnica, nei pronostici dovrebbe prevalere Van Aert, specie se la gara si deciderà sul Poggio, a 10 chilometri dal traguardo, come succede spesso per mancanza di coraggio, fantasia o forza. In una salita non ripida di appena sei minuti che si fa spingendo rapportoni, Wout scarica sui pedali potenze più alte e difficilmente potrebbe farsi sfuggire anche il più veemente attacco di Pogacar che invece ha bisogno di rampe oltre il 10% e più spazio per fare la differenza. Nella discesa sull’Aurelia se la giocherebbero alla pari, in volata il belga vale un grande sprinter ma lo sloveno comunque è un cagnaccio, specie se si arriva in un gruppo ristretto

Con la consapevolezza, dice Bonarrigo, che su viale Roma potrebbe spuntare anche un outsider, un Ciolek, un Gerrans, un Goss. Con tutto il rispetto, nessuno se lo augura.

 

Ciro Scognamiglio sulla Gazzetta dello sport dice che ormai si vedono segnali di Pogacar ad ogni angolo. Come il fatto che nel suo cognome ci sia la stessa «radice» di Poggio, oppure che per il calendario cinese sia l’anno della Tigre proprio come fu il 1998, quando nacque. Dovunque si scorgono indizi propizi al Cannibale 2.0, mentre pure alla vigilia lui, tra i compagni Covi e Ulissi, riesce a restare serafico.

Elisabetta Borgia, psicologa dello sport, consulente della Trek-Segafredo e della federazione, ha detto a Filippo Lorenzon per Bici Pro che «le prestazioni di Pogacar degli ultimi anni sono di altissimo livello, difficilmente contenibili. E questo tende ad avvilire i suoi avversari. Però è umano anche lui. Tadej è riuscito a infondere quello che in psicologia è chiamato “senso d’impotenza auto acquisito”. Tradotto: se quello scatto lo fa un altro corridore, gli altri proverebbero a seguirlo, si staccherebbero lo stesso, ma insisterebbero un po’ di più».

Pier Augusto Stagi sul Giornale lo definisce un corridore che sembra essere sempre in un parco giochi, desideroso di provare tutto quello che c’è: dalle montagne russe agli autoscontri

Il Covid o la bronchite che girano parecchio nel gruppo in questi giorni hanno messo fuori causa parecchi possibili rivali: dall’ultimo vincitore Jasper Stuyven, all’australiano Caleb Ewan, dal campione del mondo Julian Alaphilippe a Sonny Colbrelli, signore di Roubaix.

 

L’immaginifico Alexandre Roos scrive su L’Equipe che oggi abbiamo appuntamento per la seduta di psicoanalisi più bella dell’anno, per le sette ore più audaci sul divano a masticare noia e domande esistenziali, a scrutare il cielo in basso e a strapiombo sulle pianure lombarde e piemontesi, in attesa del passaggio di una cometa, un piacere fugace, una radura. La Milano-Sanremo non sarà mai la classica più spettacolare del calendario, un circo di watt, un allineamento di pendii ripidi con altri più folli, non obbedisce al moderno teorema secondo il quale la moltiplicazione delle difficoltà rende bella una gara. Il suo equilibrio è più sottile, il suo registro unico. I suoi detrattori la troveranno sempre noiosa, rideranno del fatto che si possa accendere la tv solo per l’ultimo quarto d’ora, quando i suoi estimatori adorano la dolcezza obsoleta di un pomeriggio nel quale ci si lascia cullare dal suo ronzio, aspettando i pezzi da mettere a posto, con il rifiuto dello zapping frenetico e lo spettacolo a ogni costo. Amare Milano-Sanremo è amare Chateaubriand, sonnecchiare sulle sue Memorie, palpebre pesanti ma alla ricerca di una frase di genio. Soprattutto, i corridori avanzano in questa follia di 300 km come noi avanziamo nella nostra vita, piegandoci nel grigiore di tutti i giorni, nella speranza che la luce brilli all’uscita del tunnel del Turchino o che un giardino fiorito ci sia più avanti, verso Sanremo.

 

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Slalom 8 agosto 2020

voci La bellezza della Sanremo secondo Sagan che non l’ha mai vinta

  ➣  In tredici anni di carriera, cosa è successo nel ciclismo?

«Sicuramente le cose sono molto cambiate… Ho iniziato a vincere da giovane, nelle gare di un giorno o piccole corse a tappe. E poi arriva Egan Bernal che vince il Tour de France, la corsa più grande del mondo, a 21 anni. I vincitori delle epoche precedenti ne avevano trenta. Dopo un po’ ecco Tadej Pogacar, 21 anni. Allo stesso tempo cambia la gara. Diventa molto più aggressiva. È molto meno controllata. Prima, in una Classica, ogni squadra lavorava per proteggere il proprio leader. E negli ultimi quindici chilometri si faceva la grande battaglia finale per Tom Boonen o per Fabian Cancellara. Adesso nessuno controlla più niente». 

  Come mai ?

«La corsa non ha più alcuna logica. Puoi definire una strategia prima della partenza, ma devi essere pronto a improvvisare e reagire molto più di prima, in base ai movimenti l’uno dell’altro».  

  ➣  Rifiuti il ciclismo scientifico basato su dati, sensori di potenza, biomeccanica, aerodinamica, che si è imposto negli ultimi anni?

«È la grande evoluzione incontrata durante la mia carriera. Ci sono molti più allenatori, ragazzi che preparano i corridori, che impostano programmi molto personalizzati per portarli al miglior livello. Questo ha cambiato alcuni comportamenti: prima facevamo il gruppetto di velocisti nelle tappe di montagna, con una sessantina di corridori. Ora è impossibile. È tutto più individuale. Non sono portato per questo ciclismo scientifico, non siamo dei robot. Siamo esseri umani in bicicletta. Devi pensare, devi decidere da solo cosa è buono o cattivo nella tua tattica. Misurare la potenza è una cosa. Ma il modo in cui corro, le decisioni che prendo, cosa devo improvvisare, è un’altra cosa. Puoi essere il più potente del mondo, è inutile se non sai andare in bicicletta».

    ➣  A proposito della definizione di lotteria per la Sanremo. Ricorderà sicuramente la frase di Eddy Merckx, che ha vinto sette volte la corsa: – Conoscete persone che hanno vinto sette volte una lotteria?

«Sì, l’ha detto Eddy e Fernando Gaviria l’ha ripetuto in modo diverso. Gli hanno chiesto se avrebbe mai vinto la Sanremo. Ha risposto che se qualcuno l’ha vinta sette volte, allora può capitare che qualcuno ce la faccia una volta sola». 

    ➣  È una classica monumento che le manca.

«Ci provo da dodici anni. Non so nemmeno più quante volte sono arrivato secondo o terzo, due, tre volte? Troppi podi e nessuna vittoria. È la gara in cui non è il migliore a vincere. Ci vuole fortuna. Come a Roubaix, dove puoi facilmente morire. Ma è anche una definizione di ciclismo. A Sanremo si può attaccare sul Poggio, uscirne con due o tre corridori che non vogliono collaborare. Il gruppo ti raggiunge, ti supera, finisce con uno sprint di gruppo. Così vincerà in volata chi era sessantesimo al Poggio. Questo è ciò che la rende una gara speciale, molto bella» intervista di pierre callewaert, l’Equipe Magazine

 

La partenza dal Velodromo Vigorelli

 

     Sul Foglio Sportivo stamattina Marco Pastonesi scrive che si parte dal Vigorelli, non in ricordo delle volate di Maspes nel salotto buono di casa. Ma lo si fa per rianimare la pista, esaltare Milano, celebrare (la) Sanremo, inneggiare alla bicicletta. Partire dal Vigorelli significa onorare la geografia del ciclismo e la storia dei corridori. La Milano-Sanremo è la corsa che parte in inverno e arriva in primavera, è la corsa verso il mare, è la corsa del Turchino (un mago o un colle?) e dei capi (delle piccole salite o dei grandi campioni?), è la corsa più imprevedibile pur nella sua prevedibilissima conclusione in volata, è la corsa che si fa di gran carriera (45 all’ora) e che vale una carriera (il Mondiale dei velocisti), è la corsa che a Masone vive di un risotto libero e gratuito, popolare e stradale, preparato da un gruppo di appassionati dell’Oltrepo Pavese e condiviso fra “suiveur” e addetti, affettati e Bonarda, cicloturisti e motociclisti, riunioni e ricordi. Insomma: la filosofia della bicicletta, il senso del ciclismo. Ecco la Milano-Sanremo. Se non si poteva pensare a una partenza più affettuosa (Maspes, l’Antonio, sarebbe stato d’accordo), non si può immaginare un arrivo così incerto (Maspes, l’Antonio, ci avrebbe scommesso)

 

| voci Che Ganna sarà

  ➣  Si parte dal velodromo Maspes-Vigorelli, sede leggendaria dei record dell’ora di Olmo, Coppi, Anquetil, Baldini, Rivière: lei, specialista della pista, campione olimpico e mondiale al coperto, magari sentirà un brivido particolare. «Sono stato là diverse volte, mi sono allenato con la Nazionale, è un anello storico, anche nelle dimensioni, ha davvero una bellezza speciale».

  ➣  Ha in testa il record dell’ora, il giorno, il luogo? «Ho in testa il record, il periodo potrebbe essere quello dopo il Tour, ma devo sentire tutto a posto, avere la testa e le gambe piene. Stiamo scegliendo la pista con il team che Ineos mi ha messo a disposizione, quella di Grenchen in Svizzera ci sembra per ora la più veloce».

  ➣  Esordirà al Tour de France e cercherà anche la prima maglia gialla, quella della crono di apertura a Copenaghen: lo sente il peso e il mito di quella maglia? «Sono sempre stato più “uno da Giro”, ho sempre avuto la maglia rosa in cima ai miei pensieri. Il Tour ho iniziato a seguirlo negli anni di Froome e, certo, la maglia gialla avrebbe un valore enorme. Ma è lunghissima fino a luglio».

  ➣  Prima c’è la Roubaix. «Prima c’è tanto da fare, tanto da correre, da sudare. E c’è questa Sanremo. Ci vediamo in via Roma. Ci metteremo un bel po’ ad arrivare, sette ore di bici. Sembrano eterne, ma a un certo punto, arrivati sul mare, il tempo scivola via velocissimo. Corsa strana, diversa da ogni altra. Chi dice di non averla mai sognata, mente». intervista di cosimo cito, la Repubblica

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