calcio italiano
Il gol di Cissé, che due mesi fa era in Seconda Categoria
0-1 | Il secondo marcatore più giovane nella storia dell’Atalanta, con 18 anni e 187 giorni, si chiama Moustapha Cissé e due mesi fa stava giocando in Puglia, in Seconda Categoria, il penultimo gradino della piramide del calcio italiano. L’Atalanta lo ha scovato là, lo ha portato nella sua squadra Primavera, gli ha visto segnare tre gol in tre partite (doppietta al Milan, uno al Napoli). Gasperini lo ha prima aggregato al gruppo e ieri l’ha fatto esordire.
Cissé giocava nella Rinascita Refugees, a Copertino, squadra composta esclusivamente da ragazzi stranieri e un solo italiano. La loro storia è raccontata da Biagio Valerio su Repubblica Bari.
“Un nome significativo perché prende spunto dalla cooperativa Rinascita che si occupa di servizi sociali ed è presieduta da Gianmarco Negri. Arrivato a sedici anni in Italia, il ragazzo proveniva da Conakry, la capitale della Guinea, dopo una vita difficile e la scomparsa del padre. Nel Salento ha trovato una nuova dimensione e il calcio, quello sport nel quale eccelleva anche in Africa ma senza trovare possibilità di farsi notare. A Copertino, invece, la guida sapiente di un mister senegalese, il 42enne Niang Baye Hassane che, dopo un lungo periodo trascorso a Lecce dove ha svolto ogni genere di lavoro (anche il “vu cumprà”) si occupa di mediazione linguistica e progetti di accoglienza”.
I Refugees sono neopromossi. L’anno scorso erano finanche più giù, in Terza Categoria, dove più giù non si può. Ora sono al secondo posto in classifica e qualche giorno fa hanno battuto una squadra di Prima Categoria in Coppa Italia.
“La storia del giovane guineano adottato dal Salento – scrive Repubblica Bari – incomincia due volte, dunque. Quando arriva in Italia e entra nello spogliatoio dei Refugees e quando, osservato attentamente da emissari giunti da Bergamo, si trasferisce al nord. Da febbraio ad oggi fa in tempo a tirar fuori gol e meraviglie con la Primavera e Gasperini si convince subito. La società libera uno slot da extracomunitario pur di tesserarlo, una operazione inusuale per un primavera. Ma, evidentemente, ci hanno visto giusto”.
Tuttocampo, portale che si dedica al calcio delle categorie inferiori, parla di “un goal che dà speranza a tutti i giovani dilettanti, è giusto sognare perchè tutto è possibile”.
Nell’altra metà del campo, nel giro di tre mesi, il Bologna di Mihajlovic è passato dalla miglior classifica degli ultimi quindici anni a una piattezza senza rimedio, risucchiato nel gorgo di quella media borghesia alla quale è negata l’ascesa, che si tratti di un posto tra le prime sei-otto oppure più banalmente una semifinale di Coppa Italia. Il Bologna, il Torino, il Verona, le genovesi: tutte squadre da scudetto in un passato remoto.
Italo Cucci sul Corriere dello sport-stadio commenta: “L’urlo del Dall’Ara è una preghiera. Si è sentito – commovente – prima e dopo l’ennesima sconfitta. Se si può dire, è una preghiera orgogliosa. Senza ipocriti toni lamentosi. Anzi, è una pretesa. I tifosi vogliono un Bologna da combattimento, non una squadra dignitosa da mezza classifica che non ti dà mai emozioni, nessuna libidine di vittoria, nessuna paura di retrocessione. Amministrazione controllata, calcio approssimativo, tiremm innanz si dice a Milano, qui semmai si prende esempio dalla più antica società sportiva e si dice Sempre Avanti da centovent’anni. E invece, immobili. Inespressi. Quando al 43’ ho visto Orsolini sbagliare un gol fatto ho pensato che il bravo ragazzo è come il Bologna: vorrei ma non posso. Potrei ma non voglio – obietta qualcuno, informatissimo, ché su piazza gli informatissimi si sprecano – immaginando che giocatori e dirigenti stiano facendo le scarpe a Sinisa che per i posapiano è un rompiballe, un fastidio, un punteruolo, e prima se ne va e meglio è. E infatti gli informatissimi dicono che Saputo è venuto apposta per chiudere la pratica. I Friedkin qualcosa per crescere l’han fatto, a Roma; Saputo, a Bologna, è come Orsolini. Vorrei ma non posso”.
la classifica Milan 66, Napoli 63, Inter 60, Juventus 59, Atalanta e Roma 51, Lazio 49, Fiorentina 47, Sassuolo 43, Verona 42, Torino 35, Bologna e Empoli 33, Udinese 30, Spezia e Sampdoria 29, Cagliari 25, Genoa e Venezia 22, Salernitana 16
2-0 | Non era una partita che potesse aggiungere nuove verità definitive sul conto della Juventus, ma certe volte anche da quelle provvisorie bisogna lasciarsi accarezzare. Quattro giorni dopo il Villarreal, la Juventus non ha sbagliato l’appuntamento con l’antidolorifico che il campionato le offriva. “Una vittoria nel segno di Dybala”, titola la Stampa. L’argentino oggi è impegnato in un incontro con il club per parlare del rinnovo del contratto in scadenza.
Mario Sconcerti sul Corriere della sera dice che “con Dybala è una Juve diversa, in generale. Anche per la qualità più timida dell’avversario, ma soprattutto per caratteristiche tecniche. Dybala e Vlahovic stanno bene insieme, si completano, hanno uno quello che manca all’altro. Anche Morata è un attaccante importante, ma ha movimenti e pensieri di gioco consueti per un attaccante, mentre Dybala e Vlahovic si moltiplicano. Non so davvero quale sia l’ostacolo per la conferma di Dybala alla Juve, hanno diritti i giocatori, ne ha sempre qualcuno in più la società che ha già pagato molto a vuoto, ma certo quell’ostacolo non è tecnico. La presenza di Vlahovic non diminuisce il bisogno di Dybala, semmai lo aumenta. È la coppia classica del grande calcio, attaccante più fantasista”.
Roberto Perrone sul Corriere dello sport-stadio scrive che “Paulo Dybala è un lampo giallo al parabrise, come cantava Paolo Conte, come un raggio di sole che sbuca all’improvviso da un banco di nuvole e trafigge il parabrezza di un’auto che procede spedita. Dybala è a quota 13, tutto compreso. Nell’anno sociale 2020-2021 i gol furono 5. Quindi è a più 8 e, malgrado le tante assenze e i minuti passati fuori, non sono certo pochi. Però, alla fine, più che il suo genio, più che la sua capacità di incantare, di dare piacere nel vederlo mentre dipinge calcio come un pittore realista, alla fine bisognerà seguire i soldi. Paulo è finito nel lungo addio (o forse no) dei rinnovi contrattuali di questo scampolo di storia calcistica. Esistono anche le eccezioni.
E Paulo è un’eccezione, uno di quei calciatori che hanno un pennello nel piede. Paulo è uno di quei giocatori che colpiscono la fantasia, che sono lampi (ieri gialli, dipende dalla maglia), per cui non capiamo e neanche ci adeguiamo all’idea che vengano dismessi, abbandonati, perché vorremmo sempre averli davanti agli occhi, perché riescono a riempire il nostro bisogno di arte col pallone”.
Paolo Condò su Repubblica è più prudente e sostiene che “le vedove di Dybala hanno trovato nella (bella) rete alla Salernitana nuovi argomenti per sostenerne le ragioni dopo il vuoto di creatività che è costato l’eliminazione dal Villarreal”.
Paolo Tomaselli, ancora sul Corriere della sera, sottolinea che “non è così facile vedere a occhio nudo i mattoni che sta mettendo Max, perché da inizio stagione i giocatori davvero migliorati non sembrano poi molti. Ma è un dato di fatto che la Juve è imbattuta da 16 partite in campionato e che ora si è portata a un punto dall’Inter (che ha una partita in meno), con lo scontro diretto in agenda subito dopo la sosta allo Stadium. La vera novità dopo tre guide tecniche cambiate dopo tre eliminazioni premature, è la solidità dell’Allegri Bis, il governo della (lenta) ricostruzione: per la Juve potrebbe rivelarsi un vantaggio anche nella volata finale”.
Juventus-Inter ci aspetta alla ripresa, Gigi Garanzini su la Stampa dice: “Alzi la mano chi, meno di due mesi fa, avrebbe mai immaginato che in palio potesse esserci il sorpasso della Juve. Non al vertice, questo no o non ancora: ma con vista sul comando della classifica. Sono rimaste in quattro a giocarsi lo scudetto. Ed è tale la crisi nerazzurra che, a dispetto di una partita da recuperare, proprio l’Inter si direbbe al momento la meno accreditata”.
prospettive Per lo scudetto | Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport analizza che cos’hanno di buono le quattro squadre in corsa e quali sono le zone d’ombra. Il Milan: empatia, gioco, gioventù. “Non c’è squadra così connessa emotivamente al proprio mister e con lo spogliatoio più unito. Questa empatia aiuta nella sofferenza e nella difesa dei tanti 1-0. Non c’è squadra che abbia un’identità tattica più solida. Per questo i Kalulu entrano e sembrano subito titolari”. L’Inter ha “lo scudetto al petto, cioè l’esperienza al vertice e il mestiere di tanti campioni navigati. Ma anche la memoria di un gioco dominante che nel girone d’andata l’ha portata al governo”. Il Napoli ha Osimhen, “una rosa ricca di qualità tecnica e di alternative e alla carica unica dell’ambiente. Ma l’ambiente rientra anche nella parte oscura, perché può trasmettere una pressione esagerata e assorbire male le cadute. Non è un caso che il Napoli abbia fatto più punti in trasferta. Non è squadra caratterialmente granitica”. La Juventus ha Vlahovic e Dybala. La sua versione sull’argentino: “I tifosi juventini che, in pochi minuti, hanno visto Dybala segnare alla Salernitana e poi spalancare la porta a Vlahovic, che ha sprecato, si saranno chiesti: ma quattro giorni fa la Joya stava così male da non poter soccorrere più a lungo l’impotente Juve di Champions?”.
Marilicia Salvia sul Mattino domanda: “Lo sapete qual è stata, finora, la media gol di Ciro Mertens in campionato? Uno ogni 132 minuti. E quella di Osimhen? Uno ogni 132 minuti. Uguale identica. E sapete per quanto tempo questi due gemelli del gol, questi due fuoriclasse, il capocannoniere più prolifico della storia del Napoli e quello che promette di diventarlo, hanno giocato insieme, in una stessa partita, in questo campionato, a parte i 45 di sabato al Maradona? Un solo minuto. Il tempo di un cambio, praticamente mai. Certo, ci si sono messi di mezzo gli infortuni e le alterne vicende della condizione fisica dell’uno e dell’altro, come è ovvio che accada nell’arco di una stagione. Eppure la svolta netta e decisiva che l’ingresso di Ciro ha impresso l’altro pomeriggio a metà partita non è casuale. Devono giocare insieme Ciro e Victor, sono complementari, uno attira su di sé i difensori e l’altro segna, uno s’inventa una magia e l’altro si esalta: io l’ho sempre detto, no io l’ho detto prima di te, ma non importa, ciò che conta è che finalmente è successo, ci ha scommesso una buona volta Spalletti, abbiamo visto quanto funziona alla grande questa strana formidabile coppia”.
Antonio Giordano sul Corriere dello sport-stadio racconta come Spalletti ha cambiato il Napoli nell’intervallo della partita, inserendo il belga, riposizionando Lobotka e Anguissa senza più Fabian Ruiz in campo, chiedendo l’accerchiamento dalle corsie esterne. Il Corriere dello sport-stadio segnala un’offerta da 100 milioni del Newcastle per il nigeriano.
3-0 | Il gol che apre nei primi minuti la partita sta diventando la specialità di Tammy Abraham. In alternativa la casa offre il gol che la chiude negli ultimi minuti. È un tipo con una certa urgenza, come si vede. A questo modo ha deciso il primo derby a cui ha preso parte e Matteo Pinci su Repubblica celebra la “prima volta per questo ragazzo di 24 anni che da bambino amava il teatro e a Roma ha trovato il proprio palcoscenico, incendiando la folla con gestualità vistosa per un pallone recuperato, un angolo conquistato”.
Abraham è adesso a 15 gol in serie A, suo record in un singolo campionato (come con il Chelsea 19/20). Da inizio 2022, solo Robert Lewandowski (con 12) ne ha fatti piú di lui (9). Ugo Trani sul Messaggero, “la Lazio è come se non si fosse presentata. Autentica mattanza nel primo tempo, lucido controllo nella ripresa. Sarri, dopo il successo discusso dell’andata, si è dovuto inchinare a Mourinho che al ritorno lo ha anche sorpassato in classifica. La Partita l’ha vinta proprio Josè, strategicamente perfetto. L’ha studiata e l’ha conquistata di forza. E con qualità”. Luca Valdiserri sul Corriere della sera sottolinea le differenze con l’andata: “La Roma ha cambiato tantissimo. Prima di tutto il modulo, da 4-2-3-1 a 3-4-2-1, aumentando il numero di centrocampisti e incursori. Poi quattro interpreti: Smalling per Vina, Sergio Oliveira per Veretout, Zalewski per El Shaarawy e soprattutto Pellegrini (che all’andata era squalificato) al posto di Zaniolo. Una scelta dal peso specifico altissimo ma che è stata, alla prova dei fatti, quella più giusta. Sarri, al contrario, ha pensato bastasse copiare la squadra, cambiando solo il portiere. Strakosha al posto di Reina è stato l’inizio del tracollo. Il portiere albanese, in scadenza di contratto, ne ha combinate di tutti i colori”.
Mario Sconcerti sul Corriere della sera parla di una Roma eccezionale “in un derby che poteva segnare la fine della fiducia plebiscitaria in Mourinho. Invece tutto si moltiplica, la Roma è stata squadra come forse mai, dura, cattiva, pregiata. La punizione di Pellegrini è da fuoriclasse, Abraham è interessantissimo, ma la novità è stato il ritmo di gioco, quasi incessante. La Lazio ne è stata travolta, come avesse davanti un avversario alieno. Era invece la vecchia Roma, perfino senza Zaniolo tenuto fuori per scelta tecnica, più o meno quei titolari che Mourinho ha spesso guardato con sospetto. Forse è tardi per aspirazioni di classifica, ma dopo tanto si è capito che la Roma ha un presente e soprattutto un futuro”.
scene da derby | ① Verso la fine del primo tempo, Mourinho ha fermato gli olé della curva Sud sul palleggio della propria squadra. Nel timore che qualcuno potesse rilassarsi. Infatti Ibanez ha perso palla sotto l’area e stava per far nascere il patatrac. Paolo Condò su Repubblica scrive che “ci sono situazioni nelle quali José Mourinho continua a portare tutti a scuola. La gestione del derby è stata un capolavoro”. Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio commenta: “Mou è l’immagine di sé anche quando la sua parte dell’Olimpico comincia a irridere i laziali con gli olé e lui pretende che il coro si esaurisca in fretta perché sul campo l’avversario va rispettato: José non saprà perdere, ma sa certamente come si vince e come ci si deve comportare quando si è davanti e sopra”.
② Antonello Venditti in tribuna, nei pressi di Francesco Totti, che canta l’inno all’ingresso in campo della Roma e il pezzo che alla fine celebra la vittoria. Due pezzi suoi, come si sa. Così toccato dall’atmosfera, dal risultato, dai selfie richiesti, che in certi passaggi quasi pareva non ricordasse le parole.
1-1 | voci Damiano Tommasi, il preferito da Gianni Mura
➣ Confessi, aveva tutto per piacere a Mura: storia, carattere, diversità. «Sì se intende che sono stato il primo calciatore professionista a fare il servizio civile come obiettore di coscienza, che ho fatto il chierichetto a Vaggimal, nella mia parrocchia, e a Trigoria, dove servivo messa al cappellano della Roma, che non mi ha mai disturbato il fatto che mi chiamassero Anima Candida, tanto che ho chiamato così l’Amarone che produco tra Bure e Fumane. Vengo dalla Valpolicella, terra di vini, i miei erano tagliapietre, mio nonno morto a 99 anni, con il toscano tra i denti, mi portava tra i boschi a spaccare legna e a farne fascine. Mettiamoci pure che devo molto a don Milani, che la chat della scuola che ho fondato si chiama “Soci di sogni”. A Gianni i sognatori piacevano, soprattutto quelli concreti e ad occhi aperti».
➣ Il calcio ha voragini, ma non di romanticismo.
«Mura oggi sarebbe sempre più apprezzato, perché su alcuni temi è stato un precursore: sul colore delle maglie, sui canali dove si vede il calcio, sulle sue modalità e orari di gioco, sulla Superlega, su chi crede ai meriti e non ai privilegi. Vedo che mio figlio ormai il pallone lo segue su Instagram, gli basta qualche video. È tutto molto frastagliato. Almeno Gianni si è evitato il fallimento del Chievo, la favola del quartiere di Verona gli piaceva molto. Io vedo due crisi forti: nell’aspetto finanziario, dove il calcio ha mostrato una bulimia di fondi, difficile da colmare, e nel suo mancato ruolo sociale, dove oggi lo sport è un’occasione di carriera e non un progetto comune. Con la palla devi anche far correre la fantasia e il romanticismo, altrimenti è solo statistica. Mura lo sapeva. Tanto che a fine anno mi sono scritto un alfabeto di nomi per ricordarlo. Era la sua specialità: non dimenticarsi di nessuno. È quello che dovrebbe fare una collettività». – intervista di emanuela audisio, la Repubblica
“C’eravamo conosciuti per caso: nella sua rubrica di Repubblica «Sette giorni di cattivi pensieri» aveva scritto un branco di pesci invece di banco. Glielo feci notare, lui mi rispose che se si tratta di pesci grossi si può dire branco, aveva ragione. Di lì cominciò la nostra amicizia” – di paolo mezzelani, L’Arena
in tv oggi ore 14.30 Rai Sport: Mura Am(o)ur, documentario di Emanuela Audisio
dubbi e domande | «Mio padre Ugo era nato milanista. Tanto che uno zio molto tifoso il giorno del battesimo gli legò un nastro rossonero al pisellino. Mio padre si è chiesto per tutta la vita cosa sarebbe successo se fosse nata una femmina»
Ricky Tognazzi citato da Antonio Dipollina, la Repubblica
Il ritorno del razzismo negli stadi
Per gli insulti razzisti a Maignan e Tomori, sabato allo stadio di Cagliari, è stata aperta un’inchiesta da parte della procura federale. Contatti con la Digos per acquisire tutte le immagini. Maignan ha dedicato un post su Instagram ai razzisti: una scimmia con il dito medio sollevato.
“Ci sono due cose da dire. La prima, rivolta ai tifosi, è che denunciare il gruppo che ulula a un avversario non significa attaccare una tifoseria o, peggio ancora, una citttà. Al contrario: significa difendere il suo buon nome dagli incivili che lo stanno sporcando. La seconda, rivolta ai giocatori, è che in presenza di insulti razzisti a un avversario vi dovete schierare con lui, non con chi vuole umiliarlo. È una scelta di campo, ed è ineludibile” – di paolo condò, la Repubblica
“Ci sono altre cose, queste belle, oltre ai cori suini di Cagliari. L’ombra paurosa della guerra non riguarda il gruppo di vigliacchi che nello stadio sardo ha vomitato la propria ignoranza razzista contro Maignan e Tomori, dopo avere fatto sentire lo stesso puzzo con Kean e Matuidi e Zapata, cambiando la maglia degli avversari i grugniti restano uguali ma è l’omertà complice del pubblico la cosa più miserabile di queste vicende” – di tony damascelli, il Giornale
E adesso pensiamo un pochino anche alla Nazionale?
Ci siamo, eh. Ci siamo quasi. La settimana che decide se l’Italia andrà ai Mondiali d’autunno in Qatar oppure no, se resterà fuori per la seconda edizione di fila. Ieri sera a Dazn ne hanno parlato Marco Parolo e Andrea Barzagli, entrambi in campo nello spareggio andato male contro la Svezia a San Siro nel novembre del 2017. Secondo Parolo le due situazioni non sono paragonabili, perché intorno al gruppo di Mancini c’è una positività che cinque anni fa, alla vigilia, non esisteva. Un patrimonio di certezze che è eredità del titolo europeo vinto a Wembley.
Eppure, qualcosa scricchiola, dice Guglielmo Buccheri su la Stampa, sottolineando che l’intera difesa titolare di quei giorni rischia di restare fuori dalla prima partita di giovedì.
“Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini e Spinazzola erano la retroguardia considerata titolare agli Europei. Come ridisegnerà Mancini la difesa azzurra? Ricordando anche il ko di Toloi, probabile ballottaggio Florenzi-De Sciglio (in ritiro al posto di Di Lorenzo) sulla destra, Bastoni-Acerbi o bastoni-Luiz Felipe in mezzo, Emerson sulla sinistra. Un assist arriva da Tuchel, tecnico del Chelsea: «L’Italia mi deve un favore, ho fatto riposare Jorginho». Applausi a scena aperta”.
Bonucci non gioca due partite di 90 minuti da tre mesi. Chiellini non mette di fila tre uscite intere dall’estate. Acerbi manda segnali di vulnerabilità. Per non dire di Donnarumma: ieri il PSG ha perso di nuovo, subendo tre gol dal Monaco. La certezza è Bastoni. Forse meritava una chance questo Rugani recuperato da Allegri.
Gigi Garanzini su la Stampa avverte: “Perdersi l’appuntamento in Qatar sarebbe un’ulteriore mazzata per l’intero movimento, e tanto vale saperlo prima di andarcelo a giocare”.