La prima pista del giovane Thoeni fu quella di Val d’Isère. Era molto atteso. Aveva vinto qualche gara meno nobile nei mesi precedenti, così al debutto in Coppa, l’11 dicembre del 1969, il giorno prima della strage di Piazza Fontana, aveva addosso gli occhi del suo mondo.
Thoeni non si scompose. Non sarebbe stato Thoeni. Uscì dal cancelletto dello slalom gigante, chiuse la prima manche a un centesimo di distacco dal francese Russel, trascorse impassibile il tempo dell’attesa per la seconda e si scatenò. Primo. Primo in Coppa del mondo alla prima gara.
«Avevo fiducia nelle mie possibilità e sono sceso senza preoccuparmi degli avversari. Non ho nemmeno avuto l’impressione di forzare più nella seconda manche che nella prima; forse era il tracciato, meno veloce, che mi conveniva meglio» spiegò con la lucidità di chi nella vita ne aveva vista tante, e invece ne aveva vista solo una.
Karl Schranz, austriaco, che fino a quel momento aveva già due ori mondiali e un argento olimpico, cinque vittorie in Coppa del mondo e altre sei ne avrebbe aggiunte, disse la sua così: «Thoeni scia meravigliosamente. Ho proprio l’impressione che sarà difficile per tutti batterlo quest’anno».
Il Corriere della sera si domandò: “Abbiamo dunque ritrovato davvero un campione? È forse presto per affermarlo con sicurezza. Ma un atleta ricco di stile e di grinta, serio nella preparazione, taciturno eppure senza complessi, capace delle imprese più difficili, questo sì, lo abbiamo trovato. È sbocciato in un momento delicatissimo, quando cioè abbiamo perduto, per questa stagione, lo sfortunato Detassis fratturatosi a Cervinia”.
L’anno prima, ai Giochi di Grenoble, aveva vinto la medaglia d’oro Franco Nones. Ma era sci nordico. Un campione nello sci alpino l’Italia lo aspettava dai tempi di Zeno Colò, che nel frattempo aveva compiuto 49 anni, e secondo il rito che nei secoli dei secoli nello sport e fuori lo sport si perpetua, ai giornali diceva che non esistono più i giovani di una volta.
«Chi fa dello sport deve dar tutto per lo sport. Deve sentire l’amor proprio. Deve sacrificarsi come oggi, forse, nemmeno è più concepibile. Io se non sciavo, lavoravo. Da boscaiolo, senza trattori, senza ruspe, gli alberi li trasportavamo a forza di braccia. Scomodo, duro, però si diventava robusti. E, per allenamento, inforcavo la bicicletta. Salite da mozzar il fiato. Ma servivano, erano utili. Ora la vita è più lieve, ed è giusto che sia così. Ma c’è chi ha un carattere duro e le piccole agiatezze non lo disorientano; e’ c’è pure chi ha un carattere meno arcigno e. nelle agiatezze, si culla».
In una intervista a la Stampa in quei giorni, Colò brontolò un po’ su questi nuovi stili di cui tanto si parlava, «stile a uovo, stile a canguro, va bene, ma sono posizioni logiche, tenendo conto dello stato delle episte. Quando correvo io, uno magari si metteva nella posizione a uovo, naturalmente senza sapere di essere un antesignano. Vi restava per cinquanta metri, poi una cunetta, un avvallamento, una buca, lo costringevano a cambiare, se voleva rimanere in piedi e giungere alla fine». Insomma: come la fate lunga. Ma una cosa la disse, Zeno Colò, quando gli domandarono della mediocrità della scena mondiale dopo il ritiro del leggendario francese Jean-Claude Killy. Colò evidentemente aveva l’occhio. Rispose: «Attenti a Thoeni».
Il giorno dopo la vittoria in Val d’Isère, Massimo Di Marco sulla Gazzetta dello sport scrisse: “È un ragazzo, soltanto un ragazzo di diciotto anni. Ma è come se ne avesse trenta, ci ha detto Jean Vuarnet, l’uomo che sta dirigendo la nostra rinascita. È come se avesse già fatto centinaia di gare. Mi ricorda mio cognato, Bonlieu, e in parte anche Perillat. Ma Thoeni ha qualcosa di più, la potenza atletica. Se non avesse scelto lo sci, sarebbe diventato un campione dell’atletica leggera”.
Il giovane Thoeni era accreditato di un 11”8 sui 100 metri, senza preparazione specifica, con un paio di scarpette di gomma e senza i blocchi di partenza.
Giorgio Viglino su la Stampa commentò: “Diciott’anni, pochi anche per uno sport come lo sci che brucia sempre più presto i suoi protagonisti, e che costituiscono anche un primato assoluto. Non vinceva Colò a quell’età, prima ancora della guerra che doveva ritardare l’epoca dei suoi successi, ma nemmeno lo sapevano fare il fenomeno Sailer o il fuoriclasse Killy. E i tempi, tranne che per Killy, erano più facili con pochi avversari da controllare, divisi com’erano gli altri da un vero abisso di classe e tecnica. Il ragazzo ha saputo resistere all’emozione di quelle lunghe terribili ore tra la prima e la seconda manche, ha trovato il coraggio per scendere con la potenza e la scioltezza di sempre nella vittoriosa seconda prova. Non ci sono riserve di sorta su questa clamorosa affermazione, che era stata anticipata in chiusura della stagione passata dalla vittoria proprio a Val d’Isère nella Coppa dei Paesi Alpini, e nell’estate dai successi ottenuti a Thredbo in Australia. Thoeni è un fenomeno atletico maturato naturalmente nel suo ambiente. Dallo sci non lo hanno distratto né la lontananza da Trafoi, il paesino dov’è nato ai piedi dello Stelvio, per compiere gli studi, né la prudenza del padre, che dopo avergli insegnato a sciare, dopo averlo perfezionato agonisticamente, ha voluto convincersi delle sue reali possibilità nello sport, prima di fargli interrompere quest’anno gli studi liceali. Il campione c’era però e maturato nell’ambiente giusto, lo sci italiano rinnovato dalla conduzione di Jean Vuarnet”.
| l’allenatore Monsieur Vuarnet sarebbe poi diventato nello sci quello che Jean-René Lacoste è diventato nel tennis. Da campione a marchio, prima atleta, dopo imprenditore e manager, personaggio totale, nato in Tunisia, aveva scoperto la neve a Morzine e aveva capito che faceva per lui. Sei anni prima dell’ascesa di Thoeni, aveva vinto il titolo olimpico in discesa libera.
Dopo anni di delusione, la federazione italiana del presidente Conci fece piazza pulita. Hermann Nogler se ne andò ad allenare la Svezia, dove si diceva avessero un ragazzino formidabile, un certo Ingemar Stendarg, Stenkranz, Stenmond, boh, una cosa del genere, e si racconta che fu il giornalista Massimo Di Marco, inviato della Gazzetta dello Sport e anche fondatore della rivista Sciare, a suggerire Vuarnet. Qualche anno fa, a Maria Rosa Quario per il Giornale, Di Marco raccontò che «andai a trovarlo per proporgli l’incontro, per me si trattava di uno scoop giornalistico nella sua casa di Avoriaz. Era una stazione creata dal nulla grazie a una delle idee geniali di Vuarnet, che ne era diventato il padrone. Ci arrivavano vip da tutto il mondo, era fra le poche delle Alpi dove si poteva atterrare con un aereo privato. Jean era davanti al camino a fumarsi la pipa. Mostrò interesse, aveva già le idee chiare su cosa servisse per creare uno squadrone».
La federazione italiana gli offrì un contratto da cento milioni di lire. Vuarnet aveva uno staff di tecnici valtellinesi con sé e un giovanissimo Mario Cotelli come vice. “Vuarnet – ha scritto Quario – era uomo di montagna, ma parlava come un ministro. Costò tanto, ma fruttò molto di più. La sua gestione moderna fu copiata da tutte le altre nazioni e ancora oggi nessuno ha trovato un modo migliore per mandare avanti una squadra di sci”.
Era stato lui l’inventore della posizione a uovo prima di mettere sul naso di tutti gli occhiali che portano il suo cognome. Se ne andò dopo i Giochi olimpici di Sapporo 1972, perché era stata lasciata a casa la squadra femminile. Mario Cotelli ne raccolse l’eredità. Sarebbe nata la valanga Azzurra. Vuarnet si innamorò anche di Edith Bonlieu, sorella di François, anche lei sciatrice di alto livello, era andata alle Olimpiadi del 1956. All’insaputa del marito, era entrata nella setta dei Templi Solari e con il figlio minore Patrick prese parte a un suicidio di massa. Fu un dolore dal quale Vuarnet non si sarebbe ripreso mai più.
Sapporo. La vittoria più importante di Thoeni. Fausto Narducci su Sport Week di sabato scorso ha raccontato: “L’annuncio arrivò in Italia alle cinque del mattino del 10 febbraio ’72. Chi si svegliò all’alba per avere le prime notizie frammentarie dei Giochi Invernali giapponesi che sbucavano da una nebbia temporale apprese che Gustavo Thoeni con quel nome così italiano (ma esiste anche la versione Gustav) e quel cognome con la “oe” (ma esiste anche la versione con l’umlaut) ci aveva regalato la medaglia d’oro nello stesso giorno dell’unico altro trionfo di quell’edizione ottenuto dagli slittinisti Paul Hildgartner e Walter Plaikner, anche loro altoatesini. Il celebre orientalista Fosco Maraini che accompagnava la spedizione azzurra in Giappone spiegò che il nostro sciatore era in assoluto l’atleta più popolare del Villaggio per una semplice ragione: sembrava un samurai europeo. Un antidivo per eccellenza che parlava soltanto quando aveva qualcosa di importante da dire”
Narducci ricordava su Sport Week che “solo una volta ebbe un gesto di stizza: quando nello slalom olimpico di Innsbruck ‘76 fu battuto da Piero Gros, compagno della Valanga Azzurra di cui Thoeni era capitano fin troppo silenzioso. Fu Thoeni a inventare il passo-spinta, un accorgimento per mantenere la velocità con gli attrezzi lunghissimi di allora, che poi usarono tutti”.
L’ultima pista di Thoeni, in fondo ancora giovane, 29enne appena, fu in Austria, a Saalbach, 15 marzo 1980. I giornali dell’epoca non parvero granché interessati. Il suo addio venne licenziato in poche righe. Thoeni chiuse al 15esimo posto uno slalom vinto da Stenmark – Stenmark, cavolo, ecco come si chiamava il ragazzino: Ingemar Stenmark. Non fu nemmeno il primo degli italiani, perché 11esimo si piazzò Paolo De Chiesa. La Stampa raccontò che “la moglie Ingrid piangeva forse perché contenta di riavere il marito tutto per sé o magari perché Gustavo non è riuscito a fare la grande gara che meritava, degna del suo addio alle corse. Ma la piccola delusione non toglie al più grande campione che lo sci italiano abbia mai avuto: è stato sulle piste più di dieci anni. È talmente noto e da così lungo tempo che qualcuno se lo può immaginare quasi vecchio. Solo ora, alla fine della sua carriera, non è una impresa improba tirargli fuori qualche parola di bocca. In passato, quando vinceva tutto, con i suoi «si» e i suoi «no» — più timidi che banali — sono state costruite, con fatica e fantasia, centinaia di interviste. Per milioni di persone il suo nome significa montagne, neve e sci”.
economie | L’industria dello sci italiano è nata dietro le sue vittorie. La produzione di sci passò da 40 mila paia nel 1960 a 115 mila nel 1965, a 175 mila nel 1969, a 350 mila nel 1972. Ne fabbricavano sette ditte: Persenico Spalding, Maxel, Rossignol, Vittor Tua, Roy, Lamborghini, Freyrie. Ma poi c’erano tute, maglioni, caschi, occhiali, attacchi, racchette, scarponi, un segmento di mercato – quest’ultimo – nel quale l’Italia raggiunse il primato mondiale della produzione e dell’esportazione, un milione di paia prodotti da quando nel 1969 venne introdotto il modello con i ganci. Ai tempi di Thoeni i prezzi degli sci andavano dalle poche migliaia di lire per ragazzi alle centomila lire e oltre per i modelli dei campioni.
In una pagina del 20 gennaio 1973 con la quale il Corriere d’informazione raccontava questo improvviso boom, Pietro Radius scrisse che “da quando gli italiani hanno scoperto lo sci, con mezzo secolo di ritardo sugli altri paesi alpini, la neve ha incominciato a fruttare miliardi. Un milione di sciatori, in massima parte inesperti, ma ben decisi a non sembrarlo, si precipitano su campi e campetti non appena le vacanze invernali, i ponti o i fine settimana lo permettono, e vi lasciano le tredicesime, i premi di produzione, le indennità, gli una tantum e le ossa rotte”.
I maestri erano 1464 nel 1964 e diventarono tremila. Ma non bastavano. A Cortina si tenevano lezioni anche notturne, le poste venivano illuminate dalle fiaccole. Un’ora costava tremila lire.
“Una bella fetta dei miliardi dello sci – scriveva il Corriere d’informazione – finisce nelle tasche di imprenditori, spesso improvvisati, che in maniera non sempre chiara costruiscono e gestiscono gli impianti di risalita: skilift, seggiovie, cabinovie. Sono i miliardi meno facili da calcolare, da seguire, da giustificare. I guadagni sono tali che parecchi impianti sono stati ammortizzati in una sola stagione. Il che spiega perché l’Italia, che fino al 1945 non aveva neppure uno skilift, oggi ne possiede oltre duemila e alla fine degli anni ’70 sarà in testa alle nazioni europee, come per le autostrade”.
Thoeni non era più un campione. Era un fenomeno di costume. Felice Andreasi ne faceva un’imitazione che all’inizio lo infastidì e che poi gli diede il senso di quello che era diventato. Erano anni nei quali Thoeni era raccontato come un blocco di ghiaccio. Nel febbraio del 1972 su la Stampa Tino Neirotti scrisse: “La prima volta che ho visto Gustavo Thoeni — il giovane finanziere di Trafoi che oggi, vent’anni dopo Zeno Colò, ha conquistato una medaglia d’oro nello sci alpino — ho avuto il dubbio che potesse essere sordomuto. È stato pochi giorni fa, sull’aereo che in undici ore ci ha portati da Parigi in Giappone. Se ne stava in fondo al Boeing 707, seduto tra suo cugino Rolando e un allenatore, silenzioso, con gli occhi al soffitto. Gli parlavano e lui guardava come assente, gli parlavano ancora e lui rimaneva sprofondato nel suo mondo segreto. Mai una parola né un turbamento, neppure quando i suoi compagni e i loro accompagnatori intonarono vecchi cori alpini mentre l’aereo volava sulla Siberia. I colleghi che lo conoscono bene e lo hanno seguito in tutte le competizioni dicevano che questo è il suo temperamento un misto di timidezza, di ritrosia e di diffidenza. Il medico della squadra professor Tuccimei mi spiegava che egli è sensibilissimo, come un cavallo da corsa, ma senza apparenti reazioni psicosomatiche. Un giorno l’ho visto ridere. Era al ristorante del villaggio olimpico ed Erwin Striker raccontava barzellette. Guardando il taccuino trovo 107 domande rivolte a Thoeni da persone diverse, anche da suoi amici. Le risposte per ottantaquattro volte sono composte di un monosillabo solo: no, sì, mah”.
Maria Grazia Marchelli sul Corriere della sera, in occasione della terza Coppa del mondo, scrisse: “Il primo paragone è, mi sembra, quello con Annemarie Proell, l’austriaca che ha conquistato, anche lei, il suo terzo mappamondo di cristallo. Gustavo e Annemarie tecnicamente sono agli antipodi: lei una discesista per eccellenza, piuttosto impacciata fra le strette porte di uno slalom; lui perfetto nel guidare gli sci in curve di qualsiasi raggio, meno nel farli scorrere alla massima velocità in discesa libera e perciò contestato da molti appassionati di sci. Il secondo paragone è quello con i grandi sciatori che lo hanno preceduto: Killy e Schranz soprattutto, cioè i vincitori delle altre edizioni della Coppa del mondo. Gustavo non è uno sciatore polivalente né un mattatore. Vince solo quando se lo può permettere (come nello slalom dell’ultimo Kandahar) ma non mette a repentaglio il risultato stagionale né puntando alle discese libere, dove non è all’altezza di specialisti puri come Collombin o Russi e dello stesso Zwilling, dotato quest’anno di sci particolari, né rischiando in gare di slalom gigante o slalom dove il punteggio fa premio. … La tecnica è nello sport come in altre attività umane, uno strumento fondamentale della vittoria. Ma questa alla fine nasce dalla volontà, dallo spirito, dall’autocontrollo. In questi giorni molti in Italia quasi facevano il tifo per David Zwilling, antagonista fino alla fine di Gustavo Thoeni. Zwilling si è battuto molto bene ma resta un atleta che allo sci non ha portato niente di nuovo, sul piano dell’eccellenza tecnica. Gustavo è un innovatore e un caposcuola. Oggi il suo modo di sciare e di affrontare le curve fa testo perché è il più razionale, quello che permette di seguire la linea di curva più redditizia – non necessariamente la più breve – con la massima economia di forze e il massimo dell’equilibrio. Ma la questione se il campione di sci debba essere tale in tutte le specialità o eccellente soltanto in una o due di esse è vecchia quanto lo sci, e tutto sommato per nulla interessante da risolvere. Gustavo Thoeni è il grande campione di oggi e tanto basta”.
Parola di Thoeni
«Quando correvo erano anni d’avventure, di scoperte per me. Potevo viaggiare, esplorare il mondo di cui avevo letto qualcosa nei libri di scuola. Oggi è normale che i giovani viaggino. Trent’anni fa uno che veniva da un paesino piccolo e sperduto come il mio, Trafoi, ai piedi dello Stelvio, non aveva queste possibilità. La città era lontana. Oggi i montanari assomigliano sempre di più ai cittadini, nel senso che hanno interessi che li accomunano, poi ci sono i computer, Internet, i telefonini, i soldi. Da ragazzo, a scuola mi appassionava Napoleone, nello sport mi colpì moltissimo Cassius Clay, ma il cuore batteva per i mie due miti sciistici: Jean-Claude Killy e Toni Sailer. Killy aveva fascino ed era bravissimo, forse il migliore. Di Sailer si sentiva parlare, ma vedere mai. Non c’erano le gare di sci in tv, e così mio padre mi procurò delle riviste austriache per farmi vedere il campione che aveva vinto tre ori ai Giochi di Cortina del ‘56, e che tanto aveva colpito la mia immaginazione di bambino»
intervista di leonardo coen, la Repubblica, 28 febbraio 2001
«Sono nato praticamente con gli sci ai piedi: i primi me li costruì mio nonno. Erano di legno e mi ricordo che ci giravo per casa. Avrò avuto tre anni, forse anche meno. Poi sono cresciuto, ovviamente in simbiosi con sci. Trafoi era un paese piccolissimo, immerso nelle montagne. L’unico svago, da ragazzi, era sciare. Andavamo in gruppo, senza maestro o allenatore, inventavamo nuovi percorsi: era un modo come un altro per scoprire l’ambiente che ci circondava e diventare grandi. Non ho mai avuto paura con gli sci ai piedi. Sarà anche perché, fortunatamente, non sono mai incorso in gravi cadute. Ero un tipo prudente, almeno quando non conoscevo la pista. Poi, una volta presa confidenza col tracciato, mi scatenavo. E per scendere il più veloce possibile ho spesso messo da parte le emozioni che mi dava la competizione e il paesaggio circostante»
intervista di cheo condina, il Manifesto, 4 febbraio 2005
«Abbiamo trasformato lo sci da hobby per pochi in sport di massa. Abbiamo costretto le stazioni invernali ad aggiornare gli impianti, la gente in quegli anni aveva i soldi e spendeva. I nostri successi “chiamarono” la tv e i media».
➣ La scherzavano con il tormentone «Ho sciato male» e freddure come «Gustavo non può che indossare i calzetthoeni».
«Li mettevo eccome, i calzetthoeni. Li mettevo anche di… lana gros. Tormentoni? Semmai erano tormenthoeni. No, non ero infastidito. Forse solo all’inizio, poi ci ho fatto il callo».
➣ Rino Gaetano l’ha citata nella canzone «Nuntereggae più», in tripletta con Niki Lauda e Mike Bongiorno.
«Forse anch’io ero diventato un simbolo…».
➣ La definiamo sudtirolese o altoatesino?
«Questo è Sud Tirolo: l’Alto Adige si lega al Trentino. Però alla distinzione non bado».
➣ Eva Klotz: l’ha mai votata?
«Lei ce l’ha con l’Italia. Del resto, con il padre che ha avuto… Mediamente, qui tanti vedono bene la Klotz. Io non amo gli estremismi, ma qualche volta il suo partito l’ho votato».
➣ Lo sa che tanti si chiedono quanto lei abbia l’Italia nel cuore?
«Ho vinto per l’Italia e ho portato il tricolore. È un’emozione forte, soprattutto oggi che si dovrebbe pensare di più al senso del Paese».
intervista di flavio vanetti, Corriere della sera, 20 agosto 2017
➣ Lei si sente italiano?
«Io sono italiano».
➣ Südtirol o Alto Adige?
«Tutti e due. È la stessa terra».
➣ Ora vogliono eliminare «Alto Adige». Messner dice che è giusto.
«È sbagliato. Io sono profondamente legato alla nostra piccola patria alpina; questo non mi impedisce di essere profondamente legato all’Italia. Anche i siciliani sono orgogliosi della loro meravigliosa isola; ma non sono certo meno italiani per questo».
➣ Lei con le sue vittorie portò l’Alto Adige in Italia.
«All’inizio qualche giornalista alimentava un pregiudizio negativo nei nostri confronti. Ci consideravano dinamitardi. C’era stata una lotta per un’autonomia reale: un tempo per noi italiani di lingua tedesca era molto difficile avere una carica negli uffici pubblici. Ma la mia generazione non ha mai avuto problemi. Siamo una zona di confine, mio papà Giorgio ha fatto il maestro di sci a Bormio e a Madesimo, con i lombardi ha sempre avuto un bel rapporto. Io ho gareggiato per l’Italia in tutto il mondo, e mi sono sempre trovato benissimo. E ho portato con orgoglio la divisa della Guardia di finanza. Essere italiani è una fortuna clamorosa. Non esiste al mondo un Paese così ricco di storia e di bellezza. All’estero lo sanno; e ci invidiano».
➣ Da chi ha imparato l’italiano?
«Una nostra cugina aveva sposato un calabrese e si era trasferita a Gioia Tauro. Ma lui morì, e lei tornò qui a Trafoi con due bambini. Giocavamo insieme: così loro impararono il tedesco, e io l’italiano. Adesso ci sono meno occasioni di incontro».
➣ Come mai?
«In ogni valle c’erano militari italiani, alpini, carabinieri, che frequentavano i bar, a volte trovavano moglie, e si fermavano; mentre i giovani altoatesini andavano a fare il militare in Piemonte o al Sud. Invece adesso tanti ragazzi che non lavorano nel turismo parlano male italiano. È un peccato».
➣ Si racconta che nell’inverno 1951, quando lei nacque, a Trafoi caddero sette metri di neve, e il medico arrivò all’ultimo momento con gli sci.
«Leggende. In effetti però era nevicato molto. Fu un parto difficile: in casa, con mia mamma Anna che aveva quasi quarant’anni. Il dottore ci salvò entrambi. Ero il primo figlio».
➣ Come immagina l’Aldilà?
«Non lo immagino. Mi lascerò sorprendere».
intervista di aldo cazzullo, Corriere della sera, 7 febbraio 2021
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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