La successione a Camilleri in Ferrari

La successione a Camilleri in Ferrari

 

  Hamilton s’è ripreso la sua Mercedes e l’ha portata là dove gliel’aveva lasciata parcheggiata George Russell. Davanti a tutti. O quasi. Nelle libere di ieri in Abu Dhabi ha chiuso per 203 millesimi dietro il solito re del venerdì, Valtteri Bottas, che in genere squaglia nei giorni successivi parte della sua qualità. Come nel mondo dopo il congresso di Vienna, dietro l’Hamilton ritrovato e le due frecce nere, la Red Bull sta, prima inseguitrice, con Max Verstappen terzo e poi Alexander Albon. Tutto così rassicurante, tutto così normale. Compreso l’ottavo tempo di Charles Leclerc a oltre un secondo. Bandiera rossa nel finale: l’Alfa Romeo di Kimi Raikkonen ha preso fuoco. Si sono anche intraviste due delle novità più attese della stagione 2021: Mick Schumacher ha provato la Haas per 23 giri, Fernando Alonso ha fatto un’esibizione a bordo della Renault. 

 

  Per la Ferrari questo è il week-end del distacco da Vettel. Arriva dopo l’addio di Camilleri e senza Binotto ai box. Alessandra Retico scrive su Repubblica che “ha il pieno supporto dei vertici, compreso il vicepresidente Piero Ferrari, e sostituirlo non avrebbe neanche senso”, nemmeno adesso che si è defilato l’ad che era il suo massimo sostenitore. In una lettera ai dipendenti, John Elkann ha ribadito che la linea non muta. Ha scritto Bianca Carretto sulle pagine economiche del Corriere della sera che “secondo un’indagine effettuata da Rmc Motori su 6 mila tifosi, il 91% vedrebbe con favore il ritorno di Luca Cordero di Montezemolo”.

Andrea Cremonesi sulla Gazzetta dello sport  riferisce le prime indiscrezioni sul futuro numero 2. C’è il nome di Vittorio Colao, 59 anni, bresciano, ex Rcs e Vodafone; c’è il nome di Diego Piacentini, sessantenne, milanese, ex commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale per il Governo; c’è Luca Maestri, 57 anni, romano, vicepresidente e direttore finanziario di Apple; c’è Mike Manley, 56 anni, inglese, ad di Fca, infine Davide Grasso, numero 1 di Maserati. “Dovrà comunque garantire una presenza costante a Maranello e unire alla necessaria esperienza finanziaria con competenze nell’automotive e passione per le corse”.

Fulvio Solms sul Corriere dello sport-Stadio scrive che proprio giovedì scorso “nei corridoi della Ferrari si è materializzato Mike Manley, a.d. di FCA e senza ruolo della nuova Stellantis, che nel 2021 comincerà a operare come gruppo automobilistico PSA-FCA. Manley ha la fiducia di Elkann ed è in ottimi rapporti con Carlos Tavares, prossimo a.d. di Stellantis: il suo profilo sembra assolutamente compatibile con la successione di Camilleri”.

 

Stefano Vergine sul Fatto quotidiano scrive stamattina che il merito maggiore di Camilleri in Ferrari è aver consentito un risparmio fiscale di 193 milioni di euro in un anno, perché “è riuscito a far pagare un’aliquota effettiva (tax rate) che tantissime piccole e medie aziende italiane si sognano: solo il 17%. Il merito – leggiamo – non è tanto del fatto che Elkann abbia deciso di spostare la holding che controlla il gruppo Ferrari in Olanda, ma di una specifica agevolazione concessa dall’Italia. A settembre del 2018, nello stesso mese in cui Camilleri è stato nominato amministratore delegato in seguito alla scomparsa di Sergio Marchionne, Ferrari Spa ha infatti firmato un accordo di patent box con l’Agenzie delle Entrate italiana. Si tratta di uno sconto fiscale per le aziende che fanno soldi grazie allo sfruttamento di marchi e brevetti. In sostanza viene concessa un’agevolazione con l’obiettivo di evitare lo spostamento all’estero di beni protetti da copyright”. Il Fatto la definisce “una benedizione per i conti del gruppo”. 

 

la classifica Hamilton 332, Bottas 205, Verstappen 189, Pérez 125, Ricciardo 112, Leclerc 98, Sainz jr 97

 

  Chiude così il Mondiale pandemico. Umberto Zapelloni sul Foglio sportivo traccia un bilancio che giudica positivo. La bolla – giudica – ha retto. Inoltre, scrive, “dal primo gennaio a capo di Liberty Media ci sarà Stefano Domenicali, un manager cresciuto in pista, diventato uomo con la Formula 1: se c’è una persona che può restituire sapori e atmosfere senza trascurare il progresso questo è lui. La Formula 1 è in buone mani”. Si domanda, anche lui, se sia invece in buone mani la Ferrari.

Considera: “Manca la controprova che sia quella giusta la linea scelta da Mattia Binotto con la benedizione del presidente-assente John Elkann e di Louis Camilleri, l’amministratore delegato che l’altro giorno ha lasciato l’incarico per motivi di salute. Il 2020 della Ferrari è stato imbarazzante, alla fine si è scoperto che pure da ferma la SF1000 aveva dei problemi rallentando i meccanici ai pit stop. Dagli inizi degli anni Ottanta non finiva così indietro nel Mondiale costruttori, dal Duemila a oggi solo in sei stagioni non è riuscita a vincere neppure una gara. La Ferrari vola in Borsa, ma scivola in pista. La proprietà crede ancora in Binotto e nella sua linea. L’Harry Potter di Maranello ha ancora la piena fiducia. Meritata? Ce lo dovranno dire i risultati, l’unico metro di giudizio valido nello sport. La persona è valida, umanamente e professionalmente, ma la struttura andrebbe rinforzata”.

  Come? Ha un’idea Bernie Ecclestone, che a novant’anni compiuti non è Teresa Batista. Non è stanco di guerra. Casomai è stanco di cambiare pannolini al bimbo di cinque mesi. Ha mollato tutto alla Liberty Media ma segue, consiglia, orienta. Se qualcuno si facesse vivo offrendogli un ruolo, altro che, direbbe sì. LO dice chiaro e tondo, tondo e nero, a Stefano Mancini in una intervista per la Stampa, trovando il modo di intervenire sulle vicende della Ferrari. «Ho sempre creduto, scusi se glielo dico, che il problema siano gli italiani: vogliono tutti comandare e hanno le loro idee. Non dico che si debba mandarli via come si fa con i corrotti, ma bisogna tirare dentro tedeschi, francesi, inglesi, gente che pensa in maniera diversa. Quello che accadde con Jean Todt è emblematico: gli italiani non lo volevano. Li convinsi io a prenderlo, poi le cose andarono per il verso giusto».

Ecclestone non crede granché in Binotto («È in una posizione molto scomoda. Non so se abbia mai voluto davvero diventare team principal. È un ingegnere e si è sempre occupato di questioni tecniche. Quello di cui c’è bisogno a Maranello è di un bravo manager che piazzi le persone giuste nei posti giusti») e pensava che l’uomo giusto potesse essere Flavio Briatore. Non ha la stessa fiducia di Maranello in Charles Leclerc («Non credo che vedremo nulla di spettacolare») e per Schumacherino dice di augurarsi che «gli perdonino gli errori e si dimentichino tutti di come si chiama». Amava la F1 di Lauda e Prost, lo ribadisce, e non gli è mica tanto piaciuta quella roba dei piloti che si inginocchiano perché secondo lui Hamilton «al di fuori delle piste ha affrontato certi temi nel verso sbagliato. Avrebbe potuto fare un sacco di cose in silenzio dietro le quinte». In genere si hanno novant’anni perché hai novant’anni. 

 

in tv oggi ore 14 Sky Sport 1 e F1: Qualifiche GP Abu Dhabi | domenica ore 14.10 Sky Sport 1 e F1: GP Abu Dhabi

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