Cosa resterà di questi anni 10

 

longform week-end
Cosa resterà di questi anni 10

 

Saluteremo dalla nostra finestra
il tempo che passa
Gianmaria Testa


2010
La Coppa dei Campioni dell’Inter. Di nuovo il fattore M, ancora, vincente. Milito, Mourinho, Moratti, Madrid. La notte di Madrid adesso è la gioia libera di Massimo Moratti, stretto in tribuna tra due presidenti, Abete e Platini, ma lui padrone di questa notte indimenticabile. Aveva vent’anni quella sera del Sessantacinque, suo padre alzò per la seconda volta la coppa al cielo, la fotografia sta nell’album di famiglia e nella sede sociale, nell’album dei tifosi, nei ritagli dei giornali del tempo: «Inter figlia di Dio» fu il titolo blasfemo del settimanale Milaninter uscito in edizione straordinaria quella sera e sventolato dalla folla dei tifosi in piazza Duomo. Il cardinale Colombo protestò con l’editore, Inter figlia di Moratti è il titolo di oggi, senza lamenti clericali e famigliari. Un bambino di sessantacinque anni che finalmente può portarsi a casa il giocattolo più bello. Da giovane lo chiamavano Paperino per il suo fare e dire simpatico e sghembo, imprevedibile e un po’ ganassa, all’ombra di un padre imperioso e di una madre rigorosa e dolcissima, in mezzo a un parentado fitto di fratelli e sorelle. Ieri sera era davvero il Massimo dei Moratti ma di sicuro avrà ripercorso con la memoria quella notte del Sessantacinque, avrà ripensato alla gioia che era di Angelo e di Erminia ma anche sua e di Gianmarco e di Adriana e di Maria Rosa detta Bedi e di Gioia, ma non così forte, totale, quasi esclusiva come stavolta al Bernabeu. Ha vinto la sua Inter, senza dire per favore, contro tutti e contro tutto, ha vinto e basta, sul campo. | Tony Damascelli, il Giornale, 23 maggio 2010


Il Roland Garros di Francesca Schiavone. Pensa ormai da sola, Francesca, e questo mi rammenta una nostra conversazione, vecchia di nove anni, in cui ebbe a confessarmi di tenere un diario, e addirittura di scrivere poesie. Lasciamo perdere le poesie, che ogni italiano scrive invece che acquistare libri, ma il diario sempre le è stato utile, dapprima per più di un confronto con un professionista quale Parmigiani e infine con se stessa, così come consigliano, se sono onesti, gli stessi psicologi. Non proveniva certo da magnanimi lombi, la Schiavone, non nobili quanto la sua contemporanea, contessina Alberta Bonacossa, incapace nel difendere le glorie di famiglia, sino a vendere di recente il club avito. Le origini della attuale finalista erano certo modeste, simile a quella di un’altra nostra eroina, Lucia Bassi, partner in doppio di quella Lea Pericoli che si segnalava oggi nella tribuna Vip per i suoi applausi. Così come Carla Fracci, non meno mobile e plastica di Francesca sul palcoscenico, la tennista era figlia di un modesto tranviere. Un brav’uomo che spinse la sua umiltà, un giorno, a chiedere allo scriba se mai potesse suggerirgli un qualunque sponsor, che desse una mano alla sua piccina. | Gianni Clerici, la Repubblica, 4 giugno 2010


I Mondiali di calcio a casa di Mandela. Mandela è il porto delle nostre cattive coscienze, lì trovano riparo e consolazione. Persi Gandhi e Che Guevara, ci rimane soltanto lui. A differenza di Castro e di qualunque amato papa si è anche liberato del potere, vivendo questi ultimi anni da puro spirito, zoppicante icona che possiamo amare senza timore che finisca per tradirci. A differenza dei Kennedy e di Martin Luther King non ci ha consegnato un destino di lutto anticipato. Lo abbiamo messo da vivo negli spot pubblicitari, nelle canzoni e sulle magliette. Le sue frasi sono finite dovunque. Un locale notturno toscano, per invitare a raggiungerlo prendendo lo svincolo di Torre del Lago, ha scritto sui cartelloni: «Non vi è strada facile per la verità». Che un vincitore sia «un sognatore che non si è arreso» lo senti ormai dire dall’ultimo rimasto nella casa del Grande Fratello in tutte le edizioni continentali. L’abbiamo sfruttato e banalizzato, ma ci sono uomini (pochi) capaci di sopravvivere alla parodia e all’omaggio, al divorzio e alla solitudine, alla prigione e al trionfo. Mandela è, alla prova dei fatti, uno di loro. Per questo dobbiamo vederlo apparire: per ricordarci che qualcuno fatto come noi di ossa e rughe, speranze e declino, è andato al di là dei nostri limiti. Anche un uomo normale può fare qualcosa di straordinario e arrivare in fondo alla vita, fuor di retorica, “invictus“. | Gabriele Romagnoli, la Repubblica, 18 giugno 2010


2011
La rivalità Guardiola-Mourinho. Nel film I duellanti, piccolo capolavoro di stile che nel 1977 rivela il talento del debuttante regista Ridley Scott, l’incontro fra Armand D’Hubert (Keith Carradine) e Gabriel Feraud (Harvey Keitel) avviene perché il primo ufficiale, inviato dal comando dell’esercito napoleonico, deve scortare il secondo in prigione per aver preso parte a un duello, pratica vietatissima. Le modalità della notifica, però, non piacciono a Feraud, che si inalbera, sollecita a D’Hubert scuse che non arrivano e infine lo sfida a incrociare le spade, tacciandolo di vigliaccheria in caso di rifiuto.
Seguendo la trama è del tutto evidente come la ragione sia dalla parte di D’Hubert e il torto (marcio) da quella di Feraud, ma non è questo a farci collegare la storia dei due ufficiali alla rivalità fra Pep Guardiola e José Mourinho. È l’interazione delle personalità. D’Hubert è algido, nobile, superiore e distante come Guardiola. Feraud è orgoglioso, tignoso, sanguigno ed eccessivo come Mourinho. Quando si affrontano, poi, è come se ciascuno indossasse una corazza che ne estremizza le virtù e i vizi, finendo di definire il proprio ruolo in commedia. Pep si erge a profeta della sportività assoluta, il cavaliere senza macchia e senza paura che porge la mano all’avversario prima e dopo la battaglia; Mou pare invece l’epigono calcistico di quel ministro italiano – Rino Formica – che definì la politica «sangue e merda», perché questo dice la pancia dei tifosi, non a caso innamorati pazzi di lui.  
Parlare di Mou con Guardiola è quasi impossibile, perché il duello mentale col portoghese nelle due stagioni in cui si sono incrociati in Spagna l’ha sconquassato, consigliandogli addirittura il famoso ritiro sabbatico a New York, interludio senza precedenti nelle traiettorie dei grandi allenatori. Tutto pur di non sentir più parlare di Mourinho. C’era però una nota sincera nella risposta che diede in una vigilia di Clasico del 2012, quando lo sorpresi chiedendogli se un giorno di vent’anni dopo – citazione da Alexandre Dumas – sarebbe uscito volentieri a cena con Mourinho per riparlare dei loro duelli. Sia Pep sia José utilizzano il coaching prima delle conferenze stampa importanti: un loro collaboratore li bombarda con le domande più scomode e cattive che potrebbero arrivare in sala stampa, in modo da prepararli a rispondere in modo adeguato. La mia domanda, che non era né scomoda né cattiva, soltanto umana, prese visibilmente in contropiede il tecnico catalano, che prima biascicò «certo adesso sarebbe impensabile, ma fra vent’anni…» e poi, come toccato da ispirazione improvvisa, disse sicuro: «sì, mi piacerebbe, penso che avremmo entrambi molte curiosità da soddisfare». | Paolo Condò. I Duellanti (Baldini + Castoldi) 


La rivalità Messi-Ronaldo. Per oltre un decennio, sopra le teste di tutti gli altri, il calcio è stato la lotta tra Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, come se il resto contasse solo relativamente. Un dibattito che si è inasprito anche a causa dell’avvento dei social e dei cambiamenti nella comunicazione, con un linguaggio sempre più polarizzante che ha contribuito a creare due tifoserie partigiane, tanto da rendere inconciliabili queste due figure. Come il giorno e la notte, non sembra possibile mettere insieme Messi e Ronaldo, farli coesistere in qualche altro punto dello spazio che non sia all’interno della domanda chi è il più forte? O ancora peggio chi è il più forte di sempre? La necessità di metterli in contrapposizione in ogni singolo aspetto, stimolata anche dalle evidenti differenze tra i due, ha creato una narrazione sbilanciata. Oggi il materiale su Ronaldo e Messi è sterminato, ma si finisce sempre per ridurre tutto all’uno o all’altro, addirittura riguardo alla loro generosità. | Marco D’Ottavi, l’Ultimo uomo


2012
I 7 Tour di Armstrong cancellati. Al ciclismo serviva qualcosa a cui attaccarsi, un appiglio che potesse far passare la mareggiata di sospetti e disincanto. Questo fu Armstrong, la sua storia, la sua rinascita, il suo miracolo. La storia del texano era una favola moderna. Il quarto posto alla Vuelta del 1998 una ripartenza, il successo al Tour de France del 1999 qualcosa di straordinario. E non solo per la sua trasformazione da uomo da corse di un giorno a fenomeno dei grandi giri. A rendere speciale Armstrong era altro: era un sopravvissuto. Al cancro. Una storia perfetta, “troppo bella per essere vera”, iniziò a dirsi dopo il primo periodo di naturale affascinazione. Chiacchiere indegne, dicevano. Come si può mettere in dubbio l’onestà di un simbolo, dell’uomo che aveva battuto il cancro, era tornato e aveva vinto? Impossibile. Istituzioni e gran parte della stampa fecero muro attorno all’americano. Si creò una dittatura di bel pensiero, di positivismo sentimentale. Il problema di Armstrong però non è stato quello di doparsi, o meglio non solo, è stato soprattutto quello di aver sfruttato la drammatizzazione della sua storia per creare un personaggio di redento, di mecenate della pietà. Il cancro vinto come sinonimo della purezza atletica e sportiva, come vessillo di onestà. Su questo ha costruito una carriera da intoccabile. Perché mettere in discussione quella storia era impossibile, perché il cancro è una brutta bestia, miete vittime come una guerra e passare dalla parte dell’accusatore equivale a mettersi di propria iniziativa davanti a un plotone di esecuzione. La sua fondazione Livestrong, sebbene abbia effettivamente svolto un lavoro prezioso per la ricerca su questa malattia, è stata dall’atleta sbandierata a stampa e federazione come un passepartout per dichiararsi moralmente superiore al resto del gruppo, quasi come una minaccia a tutti: se toccate me, toccate chi sta facendo del bene a tanti malati. Perché se è fuori discussione il suo contributo (economico) per la scienza, la sua umanità verso chi stava male, la speranza che è riuscito a dare a tanta gente, è altrettanto vero che tutto questo Armstrong l’ha sempre rivendicato, se ne è fatto vanto e scudo. | Giuseppe Battistuzzi, il Foglio, 10 ottobre 2015


Il nuovo Calcioscommesse. Sono le tre e mezza del pomeriggio, a Skopje, e quella che Hristiyan ha in mente è una cena molto, molto lunga.
Hristiyan è Ilievski, il principale latitante del calcioscommesse. Lo cerca la polizia, e l’Interpol. Secondo la procura di Cremona è la pedina chiave, l’uomo che avvicinava i giocatori di serie A per “fare le partite”, li contattava tramite intermediari, li aspettava in albergo o nei ritiri con le borse piene di soldi, e li convinceva con le classiche «offerte che non si possono rifiutare». …  Si è rifugiato qui, in Macedonia, protetto dalla propria fama e da un manipolo di bodyguard che lo chiamano boss. La strada per arrivare alla «casa dell’amico» è uno sterrato contorto e brullo che prima di arrampicarsi sulla roccia attraversa il quartiere albanese della città. Un incubo balcanico di strade e palazzoni grigi. Se non fossimo dentro la sua Bmw X5 bianca lucente, Hristiyan sputerebbe ad ogni incrocio per il disgusto di vedere così tanti albanesi in giro. Ma siamo in macchina, quindi si limita a bestemmiare. Attraverso la tela di un borsello nero accarezza il corpo della pistola, piccolo calibro con intarsi in legno, e poi sibila qualcosa in macedone.   «A me e a Gegic (l’altro latitante di questa storia, ndr) ci hanno chiamato gli Zingari, Gipsy, come se fossimo una mafia. In realtà non siamo zingari e non siamo nemmeno un gruppo. Noi compriamo informazioni e scommettiamo. E basta. Mi chiamano i calciatori e mi dicono: “20mila su questo o su quel risultato”. E io lo faccio facilmente, perché la gente si fida». Chi sono i calciatori? «Una trentina, 90 per cento di squadre di serie B il resto di A. I nomi non te li dico, io non sono uno scarafaggio, io gli scarafaggi li schiaccio, come dice Tony Montana (Scarface, ndr). Lo conosci, no?» sorride, si china, solleva l’orlo dei pantaloni per mostrare il volto di Al Pacino che si è fatto tatuare sul polpaccio. «Comunque penso che prima o poi verrò in Italia. Io amo l’Italia. Mi farò un po’ di carcere, lo so. Ma non posso continuare a vivere qui, così. Chiarirò tutto e tornerò a casa mia, a Cernobbio». Arrivano i dolci. Ma Hristiyan continua a mangiare salsicce affumicate. E a commuoversi per “Caruso”. In carcere un sacco di gente gli farà delle domande, osserva il suo bodyguard. Proprio in quel momento un piccolo scarafaggio decide di attraversare la sala. Hristiyan lo guarda per un attimo. Lo raccoglie delicatamente. Lo mostra ai commensali. Sorride. Poi, lo schiaccia. | Giuliano Foschini e Marco Mensurati, la Repubblica, 11 marzo 2012


2013
L’arresto di Pistorius. Casa di Oscar non pareva quella di un killer. C’erano i suoi amici che restavano spesso a dormire, perché lo spazio era tanto, quattrocento metri quadrati, due piani, salotto con divano lungo, poi i suoi cani, Enzo e Silo, e c’era la sensazione di avere a che fare con un ragazzo che non avrebbe mai calpestato le formiche. Ma che non si tirava indietro davanti a una prova fisica. Oscar t’invitava: andiamo a fare una nuotata in piscina? Si toglieva le gambe (protesi) e si buttava. Poi ti domandava: che fai stasera? andiamo a ballare? Ti portava in discoteca e ti faceva fare anche bella figura. Non beveva, soprattutto se si stava allenando, anche perché aveva tendenza ad ingrassare. Attorno aveva sempre nuove ragazze, negli ultimi tempi molte modelle. Sapeva sedurti, era affabile. Se t’incontrava all’università di Pretoria, non metteva mai la sua macchina nel parcheggio riservato all’handicap. A San Pietroburgo d’inverno con più di mezzo metro di neve Oscar in jeans giocava con i ragazzi a tirarsi palline e quelli che non lo conoscevano gli chiedevano: mai non hai freddo alle gambe? Se la gente accanto a lui iniziava ad alzare il tono della voce, con fare pietoso, lui scherzava: «Non sono sordo, solo amputato». Con Monzon, Tyson, O. J. Simpson avvertivi una prepotenza, un codice sbagliato di virilità. Avevano gesti da macho: Tyson davanti a tutti si tirò giù le mutande, per far vedere il contenuto al suo avversario. E se la moto non partiva lui la prendeva a calci. Monzon ti guardava con il ghigno dell’indio che ha appena scuoiato la preda, O. J. Simpson con l’arroganza del superatleta che ritiene che tutto gli spetti. Oscar no, non aveva modi da assassino. Come tutti i sudafricani era andato a caccia e aveva armi, ma non ostentava nessuna voglia di grilletto. Vederlo uscire oggi a capo chino, con il viso nascosto dal cappuccio della felpa, come un presunto colpevole, fa male. Ti chiedi: ma io chi ho conosciuto? chi ho frequentato? con chi ho passeggiato a Pretoria? … 
Da Blade Runner a Blade Gunner in un giorno. Da angelo a diavolo in ventiquattro ore. Era l’eroe buono, ora è il bastardo cattivo. Da Supereroe a Supercriminale. Uno psicopatico, ossessionato dalla gelosia e dalla violenza. Uno a cui ora vengono attribuite nefandezze e mostruosità. È accusato di omicidio premeditato, non basta come atto terribile? Per dieci anni è stato il simbolo di come ci si può rimettere in piedi, anche quando ti tagliano le gambe, un esempio di disponibilità al dialogo. Invitato a dare speranza a chi è a terra o a letto. Ora Oscar Pistorius viene smantellato e demolito in fretta, dipinto come una personalità inquietante. Tutti fanno a gara per scovare episodi e difetti, come se il fatto che abbia ucciso non sia già abbastanza grave. Deve scendere dal piedistallo, deve essere abbattuto. Deve sembrare ancora più squallido di quello che è un uomo che spara ad una ragazza indifesa. Possibile che gli eroi diventino falsi quando tutti possono calpestarli e non quando fanno cose sbagliate? | Emanuela Audisio, la Repubblica, 15 e 16 febbraio 2013


2014
Il Tour di Vincenzo Nibali. A chi somiglia Nibali? Quale altro ciclista italiano del passato evoca? Me l’hanno chiesto tre colleghi di tre nazionalità diverse, facendomi venire il dubbio che questo sia un argomento caldo. La prima risposta è: a nessuno, fino in fondo. Anche perché Nibali dimostra che le aree geografiche specializzate non sono più quelle di una volta. La seconda risposta, più seria, facendo zapping fra numeri e ricordi, è questa: Gimondi all’85 per cento, Motta al 15. Nibali (1,80 per 64 kg) ha la statura di Motta (1,80 per 68 kg) e di Motta ha anche il gusto dell’azzardo, del grano di follia, del colpo che sembra impossibile ma intanto perché non provarci? Motta era più veloce allo sprint, ed è proprio la carenza in volata che accomuna Nibali a Gimondi. Quello che di Nibali si nota subito è l’eleganza, che mi ha fatto pensare al cirneco, un cane autoctono spuntato più di duemila anni fa intorno all’Etna. Vincenzo l’hanno ribattezzato lo squalo perché è nato a Messina, peraltro su un mare non molto ricco di squali. Era e resterà lo squalo (le requin, el tiburon, the shark), è un soprannome che fa presa, ed è anche il primo pesce in un bestiario ciclistico che comprende aironi, aquile, falchi, stambecchi, camosci, pulci, condor, tassi. Nibali non è un ciclista che prende alla pancia, e di lì altri organi interni. Non ha l’aura da arcangelo caduto, non ha tatuaggi, bandane, orecchini. Non fa trasparire rabbia, emozione, sembra non sapere cosa fare delle braccia, sul traguardo. Una volta mima il ciuccio, un’altra indica il cuore, un’altra ancora tiene le braccia lungo i fianchi. Spesso è sull’attenti. Ci sono macchine che informano sui battiti cardiaci, sulla potenza espressa in salita, sulla soglia della fatica. Non ci sono più corridori che fumano o che bevono vino rosso al Tour. Sono tutti programmati, pesati, monitorati, guidati via radio o istruiti dal computer sul manubrio. Non ci sono, ed è un bene, macchine che misurino la dignità, la costanza, la serietà, la capacità di sacrificarsi, il coraggio e la fantasia. Non ci sono macchine che danno la proporzione dei sogni che si sognano da bambini o da adulti. Ed è un bene che non ci siano, perché tutte le cose che ho elencato le possono valutare solo gli uomini, se vogliono, e gli uomini si sa che possono sbagliare. | Gianni Mura, la Repubblica, 11 luglio e 28 luglio 2014


2015
Pennetta-Vinci, due italiane a New York | mosaico
È la rivincita di un tennis ragionato, molto made in Italy, che si è fatto strada nella tonnara di picchiatrici-urlatrici che è diventato il tennis moderno. Forse la più grande sorpresa dello sport di tutti i tempi (pensateci), probabilmente una delle imprese più esaltanti dello sport italiano, da conservare nello stesso scaffale dei trionfi del calcio, di Federica Pellegrini, di Valentino Rossi [1]. Due atlete senza muscoli e centimetri impressionanti, hanno giocato un tennis delizioso, intelligente, vario, frastornando in semifinale la numero 1 e la numero 2 del mondo. Così riportando il tennis alla normalità, cioè a servizio, risposta, dritto, rovescio, volée [2].  Tecnicamente sono due atlete diverse. Roberta gioca il tennis di un tempo: fantasia, tocco, la perfezione della volée. Sembra uscita da un manuale classico. Flavia ha uno stile più moderno, ma quello che le accomuna è la grinta, l’impegno, la passione che mettono in quello che fanno. È straordinario poi vederle sempre protagoniste a 32 e 33 anni. La verità è che loro due sanno “ragionare” di tennis in campo, mentre le tante bambine prodigio di oggi spesso sanno solo picchiare tanto che finiscono per picchiarsi da sole [3]. Pennetta: «A 19 anni ho preso il tifo mangiando una forchettata di bianchetti crudi, olio e limone. Due settimane d’incubazione, 41˚ di febbre, 21 giorni d’ospedale. In quel periodo, avendo molto tempo per pensare, feci una scommessa con me stessa: dedicarmi al tennis anima e corpo per una stagione. Se non avessi fatto il salto di qualità, avrei smesso. Alla fine del 2002 ero la numero 93». Vinci: «Per anni abbiamo vissuto come sorelle. È stata un punto di riferimento, poi abbiamo preso strade diverse. Ritrovarci a New York in questo modo clamoroso – in un torneo importantissimo, quando nessuno ci avrebbe scommesso – è stata la chiusura di un cerchio. A Roma, all’Aquacetosa dividevano una celletta monacale: la tv non c’era, ci eravamo portate la radio da casa. Sul muro, i mitici poster: io Paolo Maldini, lei Leonardo Di Caprio. Innamorate cotte. A 14 anni, lontano dalla famiglia, senza amici, non vivevamo una vita da adolescenti normali. Ci compensavamo a vicenda. In un mondo abituato alla freddezza tra Williams e Sharapova che si stringono la manina senza guardarsi in faccia, un contatto fisico sincero tra amiche è uno tsunami. Tra donne la rivalità è massima, ci ammazzeremmo, ci rubiamo le palle anche in allenamento però siamo umane, vere, vive. Con Flavia ci siamo volute bene anche se io ho perso e lei ha vinto. O, forse, a maggior ragione» [4]


[1] Stefano Semeraro, la Stampa, 12 settembre. [2] Vincenzo Martucci, la Gazzetta dello sport. [3] Lea Pericoli, la Stampa, 10 settembre. [4] Gaia Piccardi, Corriere della sera


2016
Ranieri e il Leicester. Il calcio è un gioco di squadra, quindi condannato a essere più democratico. Bolt vince sempre, nel calcio ci sono infinite variabili. A Leicester è successo che Ranieri le ha messe tutte insieme come un grande artista, ha costruito un gruppo e lo ha costretto a crederci. È la cosa più difficile che un allenatore possa fare. Non so se il Ranieri di una decina di anni fa ci sarebbe riuscito. Era un normalizzatore, era incerto tra la rabbia e la prudenza. A Leicester è stato solo felice ed è diventato contagioso. Non è chiaro come giochi davvero il Leicester, se alla Guardiola o alla Simeone, se pressi alto o basso, ma non importa nemmeno. Il Leicester gioca a calcio, gioca con il calcio. Ha trovato la sua gioia di vivere partita dopo partita, semplicemente, spontaneamente, come ragazzi su un campo di periferia. Farne adesso un modello significherebbe non averlo capito. Il Leicester, come tutte le grandi squadre, non è imitabile, forse nemmeno da se stesso. Non bisogna investire sulle congiunture del tempo, bisogna solo viverle. La differenza del calcio è questa, è l’unico lavoro, l’unico mondo, che può portarti da niente a tutto. Solo che il giorno dopo si ricomincia da capo. Che il Leicester sia un esempio è fuori discussione, ma non so di cosa. È successo tutto nello stesso istante, voglia e piacere, corsa, libertà. Direi che la cosa più corretta è non cercare di decodificare Ranieri, ma fermarsi a guardarlo da un angolo di meraviglia, provando la più comprensibile invidia del mondo.Arrivava sempre un momento prima o un momento dopo, pur facendo bene qualunque squadra toccasse. Aveva imparato così tanto a rinviare le proprie ragioni che forse non ci credeva più nemmeno lui. È stato per geografia di lavoro e ordine di gioco uno dei migliori allenatori europei, ma era come non lo sapesse nessuno. C’era sempre del silenzio tra lui e l’ultimo risultato, come una signorilità che ti distingue e limita. Leicester è stata una liberazione. Era alle parole finali, ha deciso di capovolgerle. Niente tattica, niente lezioni di grammatica del calcio. In Inghilterra i giocatori sulla teoria si annoiano e temono gli italiani per il loro accanimento. Così Ranieri li ha fatti giocare. Poi quasi una bestemmia, ridurre gli allenamenti. I suoi già correvano troppo, doveva aumentare il riposo, non lo sforzo. Infine l’ultima curva: abbandonarsi, lui per primo. Scommettere forte e crederci, la fiducia nella bellezza dell’ultimo sogno, quello che cambia la vita. Questo è successo, Ranieri è diventato un entusiasta, ha perso il peso del buon senso. Ha guidato i suoi ma si è anche fatto portare per mano. Tra un’accelerazione e uno scoglio, si è finalmente abbandonato oltre l’ostacolo: il nemico era lui stesso. Ora non è più schiavo dell’equilibrio a tutti i costi. Detta lui le regole. | Mario Sconcerti, Corriere della sera, 1 maggio e 3 maggio 2016


Simone Biles nella fabbrica delle ginnaste. Pollicina si avvita per aria come un cavaturaccioli, poi plana tra le braccia di un’anziana signora raggiante che sembra una nonna e invece è un’orchessa. La minuscola meraviglia Simone Biles (per gli esperti, la più grande ginnasta di tutti i tempi) sparisce dentro la stretta di Marta Károlyi, 74 anni, da 53 moglie dell’orco Béla Károlyi, l’uomo che scoprì Nadia Comaneci nel cortile di una scuola elementare rumena. Aveva appena 7 anni, i codini e faceva la ruota. Se la mangiò. E la trasformò in una delle più memorabili, crudeli e lucenti storie dello sport moderno, prima che il tempo imprigionasse Nadia “in una bara di carne”, come scrive Nabokov di Lolita. Il peso terribile della leggerezza. L’orco, l’orchessa, Nadia, Simone e tutte le altre bambine santificate e insieme divorate sul trono della ginnastica artistica, visini graziosi e terribili, sorrisi tirati dentro anni di puro dolore. Simone Biles ha appena vinto il concorso a squadre Da quasi cinquant’anni, la ginnastica sono l’orco e l’orchessa. Simone Biles, la più piccola tra le piccole, un metro e 45 per 47 chili, adottata prima dai nonni materni per via di una madre alcolista e tossica e poi, in senso sportivo, dai Károlyi, è soltanto l’ultima gemma della miniera. | Maurizio Crosetti, la Repubblica, 11 agosto 2016


Il record di medaglie olimpiche di Michael Phelps. Leggenda vuole che Michael da bambino, alzando un masso nel giardino di casa, abbia fatto un incontro ravvicinato con un serpente e che da allora abbia finito per essere terrorizzato non solo dall’animale in carne e ossa ma dalla pura e semplice parola o immagine mentale di un serpente. A partire dall’incidente, Serpente è una parola che i suoi familiari smisero di pronunciare davanti a Michael. E i serpenti hanno affollato per anni le notti pieni di incubi e di risvegli bruschi del più grande atleta olimpico. Il serpente è il male? Sono le tentazioni? Il richiamo a cedere ai propri lati oscuri? 
C’è anche questo. Quando hai raggiunto gli obiettivi che hai sognato e per cui hai lottato da quando avevi undici anni in cosa puoi più credere? Cosa ti resta? Dopo le Olimpiadi di Londra del 2012, quelle dell’atleta più medagliato, ecco allora arrivare il serpente sotto molte forme. Frequentazioni sbagliate, relazioni compulsive, feste, il rifiuto di parlare con mamma, papà e allenatore, una foto diventata celebre che lo ritrae mentre fuma marjuana, due arresti per guida in stato d’ebrezza, la squalifica temporanea dalla federazione nuoto americana. Tutta l’energia e la rabbia esplosa nelle piscine di mezzo mondo che tracima nelle notti americane. 
Il necessario ricovero in una clinica di disintossicazione vede il nostro ricostruire il quadro di se stesso pezzo dopo pezzo. Il suo allenatore, che non crede nei cambiamenti e si autodefinisce la persona più scettica del mondo, lo vede cambiare, dice lui, a vista d’occhio. Michael ricomincia a parlare con i suoi, soprattutto ricomincia a parlare con suo padre. E da allora, incredibilmente, smette di sognare serpenti. Di lì a poco diventa padre
Le più belle gare da riguardare su Youtube sono i 100 farfalla. C’è una regolarità statistica nel suo modo di condurre la gara. La prima vasca è assolutamente normale, rilassata, chiusa tra la quarta e la quinta posizione. La seconda, a partire dalla virata, è una progressione mostruosa volta a recuperare il distacco che nel frattempo si è creato con il primo. E quel distacco Phelps lo recupera sempre, scientificamente. Perdere terreno, recuperarlo con la forza. Ecco come una banale strategia di gara può facilmente trasformarsi in una metafora esistenziale. La forza narrativa dello sport è tutta qui. | Cristiano De Majo, Rivista Undici, agosto 2016


Bolt e la foto del decennio nella semifinale olimpica dei 200. Sapeva che il fotografo era lì. E a pochi metri dal traguardo si è voltato verso di lui. Usain Bolt ha girato la testa verso sinistra. E ha sorriso. Un golden boy dal golden smile. Per venire meglio, perché il suo viso si vedesse bene, perché un fulmine non si nasconde, nemmeno quando è lampo. Dove lo trovate uno così? Come se Napoleone nella battaglia di Austerlitz si fosse messo di profilo per fare bella figura nei dipinti. E Bolt lo ha fatto non in una gara di periferia, ma a Rio 2016, nella semifinale olimpica che lo avrebbe trascinato verso il terzo oro consecutivo sui 100 metri. It takes two to tango. Bisogna essere in due per ballare il tango, ma anche per fare una foto così. Bravo al tedesco Kai Oliver Pfaffenbach, 47 anni, dell’agenzia Reuters, che stretto tra 600 colleghi ha colto la superiore vanità con cui l’uomo più veloce del mondo guarda i suoi rassegnati avversari che non ce la fanno a prenderlo. 
Kai giocava in porta da ragazzo e non è stato fortunato perché nel suo stesso ruolo c’era un tale Oliver Kahn, soprannominato “Il Titano”. Pfaffenbach ha scattato con tempi di esposizione più alti del normale (1/50 esimo di secondo) trattenendo il respiro per minimizzare i movimenti involontari della macchina fotografica e ruotando il busto per seguire l’azione di Bolt sulla pista. Così sembra che i corpi degli atleti siano quasi fermi. Uno sprinter non si volta a 20 metri dal traguardo per fare il sorrisetto e un fotografo sportivo non cerca l’immobilità nell’azione. Ma Bolt è una rockstar, un intrattenitore, anche vanitoso, lui flirta con lo stadio, non gli frega degli avversari, ehi tu, riprendi il mio ghigno, che così do anche un’occhiata a quegli asini dietro. Così da una doppia trasgressione è nata questa foto che racconta di una velocità giamaicana, suprema e sensuale, e del suo dio che mentre sfreccia vi sussurra: « Relax, be happy ». Da due gesti imperfetti è arrivata la perfezione, assai umana e sbagliata, quindi bellissima. | Emanuela Audisio, la Repubblica, 14 febbraio 2017


La fine della maledizione della capra: le World Series ai Chicago Cubs.  L’interminabile serie di sconfitte era iniziata all’inizio del secolo scorso, la “maledizione della capra di Billy” era solo poco più recente (1945). Venne lanciata da William Sianis, proprietario di una nota catena di ristoranti (Billy Goat Tavern) che aveva l’abitudine di presentarsi al Wrigley Field, lo stadio dei Cubs, in compagnia di una capretta piuttosto puzzolente
Quell’anno i Cubs erano arrivati alle World Series da favoriti, con i tifosi convinti di fare un boccone dei Detroit Tigers. Era il 6 ottobre 1945, un discreto pomeriggio autunnale e la squadra di Chicago si presentava alla quarta sfida in vantaggio per 2 partite a una. Ai vicini di gradinata il tanfo della capra di Billy non andava proprio giù, chiesero (e ottennero) che Sianis e il suo fedele animale venissero allontanati dallo stadio. «I Cubs non vinceranno mai più», urlò paonazzo Billy il taverniere mentre veniva accompagnato all’uscita.
Maledizione e leggenda iniziarono allora, raggiungendo l’apice nel 2005 quando i nemici White Sox — anche loro con un bell’anatema (risalente al 1919, brutto scandalo di giocatori corrotti e finali vendute) — riuscirono a vincere dopo 88 anni le World Series. Un doppio smacco per i magnifici perdenti del North Side da tempo diventati barzelletta tra gli appassionati di baseball (e non solo). Barzelletta che si trasforma in epica quando W.P. Kinsella, lo scrittore canadese noto per il romanzo Shoeless Joe (da cui venne tratto il film L’uomo dei sogni con Kevin Costner), in un racconto del 1984 (“The Last Pennant Before Armageddon”) narra come i fans dei Cubs, frustrati dalle sconfitte, chiedano l’assistenza divina per arrivare alla finalissima del baseball. Tra personaggi di fiction e figure reali — il sindaco di Chicago Richard Daley (l’uomo che fece vincere, con qualche broglio, la Casa Bianca a Kennedy), il gangster italo-americano Al Capone — i tifosi riescono a strappare a Dio una terribile promessa: «Quando i Cubs vinceranno la National League, quello sarà l’ultimo pennant prima di Armageddon». | Alberto Flores d’Arcais, la Repubblica, 4 novembre 2016


2017
Come è nato il mito di Lewis Hamilton. È dicembre, è il 1995 e la grande sala dell’hotel è affollata dal mondo che conta. Lewis ha dieci anni, è fresco vincitore del campionato kart cadetto e si aggira sprofondato in una giacca di velluto verde scuro ricevuta in prestito da un altro giovane pilota di kart, Mike Spencer, suo predecessore in vetta alla serie britannica. Assieme alla giacca, gli ha consegnato anche un bel paio di scarpe di cuoio nere. Luccicano. Lewis cammina guardandosele soddisfatto, grato a papà Anthony per l’idea che ha avuto di chiedere in prestito tutto. Per la verità, Lewis è grato per molte cose a suo padre. Per l’educazione che gli ha dato; per la fede; soprattutto, è riconoscente per i tre lavori che il pover uomo è costretto a fare pur di mantenere la parola data al figlio: «Tu ami i kart, allora dacci dentro senza mai perdere di vista lo studio e di essere un bravo ragazzo. E io farò tutto quel che serve per non farti mancare mai il mio sostegno economico». Perché di soldi non ce ne sono. Anche per essere lì, quella sera, papà Anthony ha fatto di tutto. La mattina in treno verso Londra a lavorare come dipendente delle ferrovie locali; al pomeriggio programmatore e, appena giunto a casa, subito fuori a montare cartelli con la scritta in vendita per la locale agenzia immobiliare. Non proprio una passeggiata, la sua vita. 
Lewis s’aggira per la sala con sottobraccio un quadernetto vuoto da riempire di autografi. Anche questa è un’idea di papà Anthony. Colin McRae, fra i piloti, è quello che gli dà subito corda. «È proprio simpatico» pensa mentre nell’animo combatte tra felicità e dispiacere. Da una parte sa di essere là dove da sempre, da quando ha acceso il primo kart, sogna di essere; dall’altra si sente a disagio. A imbarazzarlo non sono la giacca grande e le scarpe non sue, bensì quel pensiero in fondo crudele nella sua schietta ingenuità di essere arrivato tardi. «Per un anno, un solo anno ho perso l’occasione di conoscere lui…». 
Ayrton Senna. Lui è il grande campione brasiliano morto l’anno prima, a Imola, il suo idolo, il suo faro. Mentre si rammarica, Lewis non sa che ancora pochi minuti e incrocerà l’uomo che gli cambierà la vita: Ron Dennis, il boss della McLaren Mercedes. «Forza, va da lui con il quaderno», gli dirà papà Anthony, ma il piccolo andrà ben oltre. «Mr Dennis, mi fa un autografo? E… e io un giorno vorrei guidare per lei… e mi scrive qui anche il suo numero di telefono?» azzarderà il campioncino di kart. «Sì, ma tu studia» gli dirà il boss, «e richiamami entro 9 anni…» gli scrive sul foglio. Sarà Dennis a telefonare. Due anni dopo. Dopo altrettanti titoli kart vinti dal ragazzino. Perché per realizzare i sogni servono gli attributi. | Benny Casadei Lucchi, il Giornale, 30 ottobre 2017


2018
Dalla parte di LeBron. Tre  anelli NBA, tra cui il primo per la città di Cleveland. Altri tre titoli MVP oltre a quello che ha vinto nel decennio scorso. Più schiacciate, blocchi e momenti caratteristici che nessuno dei suoi coetanei possiede (senza offesa, Steph). Oltre a essere il giocatore più dominante del decennio, James è stato la figura attorno alla quale orbitava il resto della lega. Per tutte le contendenti al titolo, la sua presenza – che fosse a Miami, a Cleveland, a Los Angeles – spingeva a fare un calcolo: quali giocatori acquisire per sconfiggere il re? Giunto alla sua diciassettesima stagione e al culmine di un nuovo decennio, James va ancora forte, mettendo i Lakers in corsa per il loro primo titolo dai tempi di Kobe Bryant. Incredibile ma vero: l’impresa più grande nella carriera di James potrebbe essere ancora da conquistare. | Scott Cacciola, NY Times


Dalla parte di Curry. Ha riscritto i limiti nel tiro da tre, facendolo diventare l’arma di spicco di questo sport, ed è stato il volto di una squadra che si è qualificata per cinque finali consecutive e ne ha vinte tre [1]. LeBron James è stato senza dubbio il miglior giocatore del decennio, ma Stephen Curry lo ha ridefinito, il decennio. Scrivere della sua rivoluzione nel tiro da 3 è diventato stantio e banale, ma Curry ha davvero cambiato il gioco deformando e rompendo gli schemi difensivi [2]. Nessuno ha cambiato il basket come lui e nessuno ha affascinato il mondo come ha fatto lui. All’improvviso, ecco un giocatore per il quale non esisteva l’ipotesi che un tiro fosse brutto. Questo non è vero per nessuno altro a parte Curry [3].


[1] Marc Stein. [2] Kevin Draper. [3] Benjamin Hoffman, New York Times 


Il ritorno di Serena Williams dopo la maternità. È il corpo a decidere la vita degli atleti, è lui che comanda. Quello di Serena Williams è sempre stato generoso, eccessivo. Per il suo corpo è stata insultata, fischiata, paragonata a un uomo, a una scimmia, a una “vacca grassa”. Pochi giorni dopo la sconfitta contro Roberta Vinci, Serena Williams ha annunciato l’uscita del nuovo calendario Pirelli. Anne Leibovitz, la fotografa delle donne più belle del mondo aveva scelto proprio lei. Nel mese di aprile la tennista si mostra quasi nuda, di spalle, orgogliosa come lo sono le donne che hanno combattuto contro se stesse e alla fine si sono rassegnate. Il corpo ha sempre ragione. Serena con quel corpo malandato, prima nascosto e poi alla fine esibito nel modo in cui meritava, in carriera ha vinto 783 partite (una percentuale di successi dell’85,76%), 23 Slam. Quando tornerà in campo dopo la maternità guarderà da vicino il record assoluto di Margaret Court, che ha vinto un solo titolo più di lei. «Non è importante sapere chi secondo voi è il più grande atleta della storia» ha twittato il popolare account Common White Girl dopo la notizia della gravidanza della Williams. Si riferiva a tutte le classifiche sui migliori sportivi della storia che sono state fatte e da cui Serena è sempre stata esclusa: Ali, Bolt, Federer, Maradona e Pelé. Nessuno di loro ha mai vinto con un corpo invecchiato, incinta di tre settimane. | Giorgia Mecca, la Repubblica, 4 settembre 2017


2019
Le montagne russe di Federica Pellegrini. Un decennio in parole dell’eterna divina
Mondiali di Shanghai 2011, oro nei 200 e 400 sl. “Tutto questo gossip lo trovo inutile. Quando una storia finisce si sta male, si soffre. Io ho messo la testa completamente nelle gare, non ho pensato ad altro. Luca (Marin) non è riuscito a fare questo stacco”.
Giochi di Londra 2012, 5° posto nei 200 e 400 sl. “Ora farò quello che mi piace. La tv? Perché no…”.
Mondiali di Barcellona 2013, argento nei 200 sl. “Continuerò ad allenarmi, farò il dorso, ma ad altri ritmi, e mettendo la testa un po’ fuori”.
Mondiali di Kazan 2015, argento nei 200 sl. “Mi ha sorpreso andare così forte. Da qui a un anno non voglio vivere con l’idea che sia l’ultima volta in tutte le cose”.
Giochi di Rio 2016, 4° posto nei 200 sl. “Mi sentivo morta. Un incubo, non so spiegarmelo. Forse è tempo di cambiare vita”.
Mondiali di Budapest, 2017, oro nei 200 sl. “Il nuoto rimarrà la mia priorità, però ci sarà spazio per molto altro. Sì, adesso sì, lo posso fare”.
Mondiali di Guangju 2019, oro nei 200 sl. “Io sono infinita. Questa è la medaglia dell’amore”.


➣  Perché continuano ad attribuirle flirt con il suo allenatore?
«Perché è facile, fin troppo comodo. Hanno tante foto con noi, come è naturale, tagliano pure gli altri dall’inquadratura e poi Matteo (Giunta) è figo quindi si presta al gossip ideale».
➣  Le rivali dei primi Mondiali, come Manaudou, sono tutte mamme. Al secondo figlio.
«Congratulazioni. Per me c’è tempo, credevo di essere quasi arrivata lì poi, dopo la batosta a Rio, ho deciso che non volevo smettere e semplicemente l’orizzonte è cambiato. Voglio una famiglia e l’avrò, al momento giusto». | Intervista di Giulia Zonca, la Stampa, 13 luglio 2017

 

  Toronto. L’anello NBA fuori dagli USA. E allora l’America è costretta a guardare con lenti diverse Toronto che, fino a qualche tempo fa, le sembrava un’incomprensibile città di Biancaneve, troppo cresciuta, eppure con un tasso di criminalità bassissimo: la metropoli più sicura del Continente americano, quarta al mondo, nonostante i 5 milioni di abitanti e un incredibile mix etnico che ne ha fatto la metropoli più multiculturale del Pianeta con le sue 230 etnie, le lingue e i dialetti parlati (180) e il 51 per cento di residenti nati fuori dal Canada. 
Chi volesse importare il modello multiculturale di Toronto dovrebbe, poi, anche riflettere su certe differenze rispetto all’Europa: la metà degli immigrati che arrivano in Canada sono laureati. E le comunità vivono sì in armonia, ma sono distribuite in un mosaico di villaggi ben separati, anche se interconnessi: Little Italy, Greektown, Portugal Village, Chinatown, la Roncesvalles dei polacchi, Koreatown. Solo Europa e Asia, fino a qualche anno fa. Grazie ai Raptors, e al suo presidente, il filantropo nigeriano-canadese Masai Ujiri che è andato a cercare giocatori anche in Congo e Camerun, ora a Toronto si affermano per la prima volta anche l’orgoglio e la cultura afroamericana| Massimo Gaggi, Corriere della sera, 9 giugno 2019


Il decennio dell’età dell’oro del tennis
La fondamentale differenza tra Federer e gli altri giocatori di tennis del pianeta è che gli altri giocano a tennis, lui invece fa una cosa che ha più a che vedere col respirare, o col volo degli uccelli migratori, o col rinforzare del vento la mattina. Qualcosa che è scritto già da un sacco di tempo, inevitabile, nell’andare delle cose. Qualcosa di naturale. Se guardando gli altri giocatori il piacere è registrare l’abilità incredibile con cui riescono a venire fuori dall’artificiosa situazione di merda cui sono condannati, guardare lui è qualcosa di affine a vedere il leone muoversi nel suo ambiente naturale: sonnecchia, corre, salta, incidentalmente sbrana una gazzella. Giocargli contro deve essere allucinante. | Alessandro Baricco, Robinson, 8 luglio 2017


Il triello. Gli occhi di Rafael Nadal hanno più profondità degli occhi di Roger Federer. Rivelano più sofferenza, più consapevolezza. Quando non è in campo, capita che Rafa legga i libri che gli furono negati da ragazzo. Roger gioca alla Playstation. E non c’è niente di male, solo che i due diversi stili di gioco ci hanno consegnato agiografia opposte. Quello riflessivo e quasi intellettuale sembra Federer, perché viene facile sovrapporre la bellezza del gioco a quella del pensiero. Rafa invece suda, sgomita, grugnisce, non ha alcun tratto dell’eleganza classica dell’altro. Ma in lui si intuisce un tormento interiore. Federer è contento di essere se stesso, non avrebbe voluto essere niente di diverso. Nadal, forse, ne soffre, come capita a chi non ha mai potuto scegliere. Sono atleti e uomini all’opposto, ai quali un malinteso senso estetico ha scambiato l’immagine pubblica. Ma hanno avuto bisogno l’uno dell’altro. Senza la nemesi di Rafa, la leggenda di Roger non sarebbe tale, e viceversa. Anche per questo, per un legame evidente, la loro è una rivalità falsa, da ufficio stampa, che raramente – tranne il quinto set della finale di Wimbledon 2008 – ha partorito grandi match.
Djokovic non è amato, anche se lo vorrebbe tanto, come dice quella linguaccia di Nick Kyrgios. La gente ama solo quei due. Federer è la bellezza, Nadal la sua nemesi fatta di forza e agonismo. La colpa di Djokovic è di essere arrivato un attimo dopo. Comunque tardi. La sua esistenza rischia di far riscrivere l’epopea di Federer-Nadal cominciata senza di lui, una storia d’amore che si vorrebbe infinita. Djokovic non era previsto nella narrazione di questa età d’oro del tennis. Le statistiche, e l’evidenza dei fatti, sostengono che è un fenomeno quanto lo sono Roger e Rafa. Anche se spesso sembra che debba scusarsi per il disturbo. | Marco Imarisio, Corriere della sera, 12 ottobre 2013 e 15 luglio 2019

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