Finalmente, finalmente
Leo Messi
Si può restare Jorge Luis Borges anche senza un premio Nobel, ma Leo Messi senza una Coppa del mondo era diventato un pensiero insopportabile. Come quando ti dicono che Babbo Natale sono mamma e papà. È la scoperta che la magia ha un trucco. Messi senza la Coppa era Brad Pitt con le rughe, la Coppa senza Messi aveva il sapore di una birra analcolica. Era un fischio all’orecchio, una ciglia nell’occhio, una zanzara sul braccio. Messi senza un Mondiale è il vicino di casa che suona la batteria, mentre quello sotto sta facendo i lavori e quello del piano di sopra ha una perdita in bagno.
Sono tutti esempi di macchie sul calcio, messe in fila da Sergio V. Jodar per la rivista spagnola Panenka, e da ieri sera – puff – non ci sono più, cancellate, perché il calcio sa essere disumano e spietato, certe volte è crudele, ma ogni tanto è meravigliosamente bugiardo, mette a posto le cose per farti credere che la vita è perfetta.
Stamattina, dice Panenka, tutte le bussole puntano a nord, alla fine di un Mondiale che forse non sarà stato il più bello di tutti i tempi come reclamizza Infantino, ma che ci ha regalato una finale indimenticabile, sempre che non siate tra quanti guardano algidi una partita così, e alla fine dicono mmm, sai cos’è, troppi errori delle difese, il calcio si è livellato verso il basso.
Era nel giusto la Chiesa dell’Irrazionale, il popolo argentino che ha scoperto in uno spot una lunga serie di coincidenze con il Mundial 86, convincendosi che trentasei anni dopo sarebbe finita alla stessa maniera [qui], che il gioco degli specchi e dei rimandi avrebbe avuto ragione della Ragione. Borges ha battuto Voltaire, a te Bortoluzzi.
È stata illogica la maniera di arrivarci. Ripetiamo che i ragazzi guardano solo gli highlights e invece siamo rimasti con loro a guardare 120 minuti di calcio, più 7 di recupero alla fine del primo tempo, 8 dopo il secondo, 4 nei supplementari, 6 di rigori, per un totale di 145.
Ci siamo arrivati quando la partita ha imboccato un sentiero strano, deviando dalla trama del giorno della marmotta in Messico. Fino al passaggio dal 2-0 al 2-2 – la rimonta francese in pochi minuti dopo il 75esimo – la finale sembrava davvero la replica di Argentina-Germania. Stavamo aspettando solo il gol di un Burruchaga per la conferma, e dunque un gol di De Paul che aveva il numero 7 come lui, quando invece Scaloni il suo 7 l’ha tolto.
Stavamo celebrando Messi, e Messi ha perso la palla che ha riportato la Francia dentro la partita. Stavamo ri-criticando Messi, e Messi ha segnato il gol [quasi] decisivo. Ops, di destro. Stavamo bocciando il fantasma di Mbappé e quello ha fatto tre gol. Siamo stati per giorni a discutere di Kane che non avrebbe dovuto tirare il secondo rigore, e Kylian ne ha calciati tre. Siamo stati per un mese a dirci che Deschamps non aveva riserve all’altezza dei titolari, e ne ha tolti due al 41esimo. Siamo stati una settimana a celebrare il sanchopanza Griezmann indispensabile agli equilibri, e la rimonta è iniziata quando lui è uscito. Ci siamo messi a dubitare dei cambi di Scaloni, perché sul 2-0 ha tolto Di Maria per Acuna [“un segnale negativo che sta dando alla squadra”] ma se avesse preso il 2-2 tenendo Di Maria in campo, gli avremmo rimproverato di non saper leggere la partita, di aver sbagliato a non coprirsi. Oggi sono trent’anni dalla morte di Gianni Brera. Invitava a non dare giudizi su una partita durante l’intervallo, anzi mai fino al minuto in cui non è finita. La finale del Qatar gli ha reso omaggio così, cambiando faccia sotto i nostri occhi almeno tre volte, forse per compensare l’affronto fattogli di 6 gol al posto di uno 0-0.
Finché è stato in vita Brera, i Mondiali non erano mai usciti dall’Europa e dal Sudamerica. Al massimo si erano concessi una puntata in Messico. Niente USA, niente Asia, niente Africa, niente Medio Oriente. L’illogico epilogo di questo illogico torneo in Qatar costringe allora a riscrivere qualche certezza. A partire dalla più importante. È un Mondiale che si può racchiudere in tre parole, dice l’Amico Geniale di Slalom in chat. Qué mirás, bobo? Le parole di Messi a Weghorst. Ma in quel video l’olandese non l’abbiamo visto. Messi guardava noi, ci guardava tutti in faccia. Tutti noi scettici, tutti noi che da quindici anni: “Non è un vincente”. Tutti noi che: “Non c’è niente da fare, con la Selección non rende”. E giù a spiegare, perché i motivi noi li conoscevamo, solo che spiegavamo il nulla. Messi da ieri è nella condizione rara di chi chiude il suo cerchio, come un Ennio Doris con la sua banca. Può ritirarsi, se vuole. O proseguire. Nessuno ha più nulla da chiedergli. Ha un destino già interamente avvenuto. Poteva toccare a Djokovic, se solo avesse compiuto quell’ultimo passo a New York. Nella domenica della sua ultima finale mondiale, Diego pianse. In nome suo e di Maradona, oggi Lionel ci osserva e può chiedere a ognuno di noi: “Che hai da guardare, idiota?”.
Da ieri non siamo più quelli che non hanno mai visto Di Stéfano o Pelé, non siamo quelli che hanno visto poco Cruyff, né quelli che si sono goduti il meglio di Maradona. Da ieri siamo quelli che hanno avuto il privilegio di vedere tutto Messi. Ogni giorno. Il vomito e il bacio alla Coppa. Dice Martín Caparrós da Buenos Aires su El Pais che “oggi il mondo trabocca di tifosi in adorazione, intorno a un idolo che non si comporta da idolo, l’anticristiano, sebbene ora sia Cristiano a essersi umanizzato nel fallimento, e sia stato Messi a cristianizzarsi nella vittoria”. Dice che faranno festa in Argentina e in Spagna, da Calcutta a Ouagadougou, da New York a Napoli.
A Napoli di certo. Si è cantato e ballato tutta la sera sotto il murale ai Quartieri di Maradona, lo spirito guida dell’Argentina nei cori degli hinchas, come Kobe lo è stato per i Lakers 2020, come Hank Aaron per gli Atlanta Braves nel 2021. C’è chi riesce a uccidere il padre, chi trova sé stesso dandogli sepoltura. Il gioco delle coincidenze dice che dopo l’86 e il 2022, viene l’87 col 2023. C’è un ultimo lavoro da finire, Diego, prima di poter riposare in pace. Senza essere nominato mai più.