DI MARCO CIRIELLO
| Quando Vincent Aboubakar, segnando al Brasile, festeggia togliendosi la maglia si crea l’esplicitazione massima di quello che chiamo lo spirito della squadra bambina: pensare che tutto abbia un seguito, che il tempo sia dilatato, che si possa sempre rimediare ai peccati dell’istinto, che tutto sia perdonabile: sì, anche le autoreti. Aboubakar era già ammonito, togliendosi la maglia è stato ammonito una seconda volta e quindi espulso, ma che importa giocare in dieci dopo aver segnato al Brasile? Conta l’attimo, l’emozione, o conta anche il ragionamento sul dopo? E se il Camerun fosse passato? Qua le strade si dividono, e le squadre femmine – come le chiamava Brera – passano al turno successivo, mentre a quelle bambine resta l’emozione di un gol, di un primo tempo memorabile, di una vittoria e il ritenta e sarai più fortunata. Perché l’ingenuità andrebbe consumata tutta sui campi dell’infanzia e portata come esempio su quelli della giovinezza, insomma un po’ di tattica, un po’ di ragionamento, anche un po’ di furbizia non guasterebbe, senza perdere l’entusiasmo della squadra bambina, claro. Se vai ai mondiali ci devi restare più tempo possibile, almeno il gioco sembra questo. Nella prima fase in Qatar ne abbiam viste molte, vincere e poi farsi intortare nella partita successiva e anche in quella dopo, non riuscendo a ragionare, infuocate dall’entusiasmo.
Al primo posto c’è sicuramente l’Arabia Saudita di Hervé Renard che batte l’Argentina e si brucia le altre due, poi Iran, Ecuador, Tunisia, Stati Uniti, Serbia, Galles, Corea del Sud, Camerun, Canada – meriterebbe un secondo posto – ma poi mi ricordo del Ghana che sbaglia rigori e allora il Canada slitta e lotta con la difesa dell’Australia. Perché la squadra bambina è capace di sprecare l’impossibile, giocando meglio e fallendo di più. Prima della squadra bambina c’è il Qatar, squadra neonata e subito non qualificata.
L’opposto della squadra bambina è la squadra bisbetica domata da sé, tra lo zitellismo e il nichilismo – Polonia su tutte – che capitalizza l’unico tiro in porta, mentre la squadra femmina – che aspetta accoglie e riparte – è la squadra adulta: Francia (unica col nove vero, Giroud, e ci gioca pure, e col campione giovane Mbappé), e per molti versi Brasile (col campione bambino, Neymar, rimasto bambino).
Poi ci son le squadre giovani che hanno slanci inattesi: Croazia, Marocco e Giappone e Senegal (almeno fino alla partita con l’Inghilterra, a volte l’assenza del campione, questo caso anziano, Sadio Mané, riporta la squadra alla fase bambina). Anche la Spagna è giovane e sembra nuotare contro corrente per non diventare adulta, per non lasciare la giovinezza dello sperpero, della negazione, dell’avventura negativa per propria mano. Poi c’è il Messico che sarà per sempre giovane come sa lo scrittore Juan Villoro, a differenza dell’Uruguay che oscilla tra la squadra femmina e quella geriatrica, mentre l’Inghilterra vira verso il bisbetismo autodomante, e ci sta visto che è il paese di Shakespeare. L’Olanda, invece, proprio in questo mondiale che la vede bruttina, rischia di diventare adulta, dopo anni di giovinezza sessantottina. L’Argentina è l’unica squadra ibrida: difesa da squadra bambina, centrocampo da giovane e genioMessi-a adulto, per questo incognita nel suo essere molteplice. Ma è la squadra bambina che ci interessa e che sta nella distanza comportamentale e psicologica che viene sottovalutata. E si apre dibattito: se è un gioco tocca essere bambini, dimenticando la serietà dei bambini nei giochi. Il distacco e la calma in chi costruisce una squadra femmina sono una colpa? In chi sa stare in campo, allevare l’idea del gol, il destino della palla, la costruzione della vittoria – avendo certo anche dei campioni che sono capaci di mandare all’aria idea, destino e costruzione degli avversari – non meccanica siderale, ma forse solo una superiore indulgenza sui fatti calcistici, una educazione alla calma che permette di socchiudere un occhio per prender la mira, senza preoccuparsi del caos intorno.
Invece, la squadra bambina vive d’irruenza, di folate emozionali, mette subito il vestito buono anche se manca la festa, è un sabato del villaggio bruciato in quindici dei novanta minuti più il recupero dilatato dal ricalcolo. Ha nel ruolo impensabile l’eroe che poi anni dopo diventerà documentario, ha il fantasista (presunto), il fuoriclasse (presunto) troppo avanti per il resto della rosa, che genera attesa, speranza, ma non mantiene mai (ogni riferimento al Galles e a Gareth Bale è voluto). Anzi, ogni sconfitta diventa una nuova struggentissima attesa perché si sono intra-visti dei miglioramenti, ma erano solo slanci d’istinto, possibilità che verranno tradite, gioie mancate. La squadra bambina vive di accelerazioni che poi diventeranno pozzi di rimpianto, e proprio quando sembra aver appreso la lezione ecco che replica l’errore: e si chiama Ghana. È tutto un pulsare di cuori, un giro di palla e di eccitazione che poi si conclude col contropiede avversario e il pallone da dimettere a centrocampo. È tutto un macchiarsi di pentimento e prontezza al riscatto che diventa pasticcio difensivo. Tanto che viene da chiedersi: quando la squadra bambina diventa squadra giovane? Dopo quante vittorie? O dopo quante sconfitte? Mancano dati certi, tutto è legato al rapporto col pallone, e anche alla capacità tattica di non sbilanciarsi, in equilibrio tra l’euforia e la razionalità, insomma una linea difensiva che non si lascia sorprendere, un attacco che segna almeno una volta su cinque occasioni, meglio tre, e un centrocampo che non sia un riferimento topografico ma un simbolo dell’emozione identitaria che diventa muro di cinta, radice.
Ma quanto influisce il carattere dei popoli? Tanto nell’evoluzione delle squadre giovani che diventano adulte e poco nelle squadre bambine, perché sono quelle che subiscono zero immigrazione, al massimo c’è l’allenatore europeo che va a provarci, e scardina di pochissimo – rispetto alla velocità del calcio – i difetti dal carattere. Per poi lasciare agli allenatori del posto: questo è il primo mondiale con l’Africa allenata solo da africani. Che cosa ci dice finora questo mondiale? Difesa a quattro molto alta, grande influenza dei cambi – su partite spalmate –, poca influenza del possesso palla – massimo in Spagna-Giappone – i gol belli li fa il Brasile, dei diritti ne parliamo poi. Infine c’è il dato fondamentale: sono le squadre bambine, quindi l’infanzia del calcio, che salvano il pallone. Solo i cinici, gli stupidi e i bari non tifano per le squadre bambine, non si entusiasmano per i loro gol e non si dispiacciono per le loro sconfitte.
È il calcio, bellezza, per fortuna o purtroppo.
*L’autore dichiara che nessuna donna è stata maltrattata durante la scrittura del pezzo e nemmeno durante la visione delle partite e l’elaborazione del pensiero sulle squadre bambine.
Tra i libri pubblicati da Marco Ciriello, cinque sono dedicati o ambientati nel mondo del calcio: “Per favore non dite niente”, “Il più maldestro dei tiri”, “Il catenaccio mi sta antipatico”, “Maradona è amico mio”, “I calciatori selvaggi” [qui]