E l’Asia par che dorma | ma sta sospesa in aria
l’immensa, millenaria sua cultura
Francesco Guccini
Un’altra squadra del Nuovo Mondo è stata fermata al Livello 2 del videogame Qatar 2022. Dopo l’eliminazione del Senegal, l’Africa avrà una seconda occasione domani con il Marocco. L’Europa ha portato finora tre squadre ai quarti, il Sudamerica una. Oggi è il giorno di due occasioni per l’Asia, il continente di casa, con il Giappone contro la Croazia e la Corea del sud contro il Brasile.
Ingannevole è l’Asia più di ogni altro luogo. L’Asia del calcio è una, nessuna e centomila. L’Asia del calcio è un, due, tre, stella. L’Asia del calcio contiene molte Asie. È il continente che ha aperto le sue porte a un pezzo di Oceania, il più ingombrante, dando un posto fisso all’Australia nei propri gironi di qualificazione. La conseguenza è che l’Australia ha da vent’anni più chance di andare ai Mondiali – ci sono più pass – ne ha approfittato, è cresciuta. L’Asia è il continente al quale guarda la Russia per un’operazione analoga, quando sarà, quando un giorno verrà riammessa nella comunità sportiva con le sue squadre e la sua bandiera.
L’Asia è nel miliardo e mezzo di popolazione dell’India che non è mai stata a un Mondiale di calcio, neppure la sola volta che la Nazionale si qualificò, la prima edizione dopo la guerra, 1950. La leggenda racconta che gli venne impedito di giocare scalzi.
L’Asia è il continente dal quale è dovuta uscire Israele, chiedendo asilo all’UEFA, perché ogni sua partita in Medio Oriente si sarebbe trascinata dietro una ingestibile scia di politica.
L’Asia è la Palestina, di cui oggi scrive Giulia Zonca su La Stampa, raccontando di come la sua bandiera sia dentro gli stadi del Qatar.
| “Il Mondiale ha liberato una bandiera, al minuto 48 della prima partita del Marocco. Il 48 non è casuale, sta per 1948, anno che i palestinesi definisco Nakba, catastrofe e che la storia non riesce a sgarbugliare. Questo Mondiale non ci prova neanche, ma mostra un orgoglio distante dalla rivendicazione e legato alla presenza. Dalla cerimonia inaugurale si parla di una comunità araba riunita ed è vero: dai massimi livelli, con sceicchi ed emiri che stringono grandi alleanze in nome dello sport, al tifo, mescolato e condiviso, sfoggiato ben oltre la propria squadra. La Palestina ha capito che poteva essere parte di una festa e semplicemente non le era capitato mai. Per questo la sciarpa che non era in produzione ora si trova in ogni bancarella o negozio, è la sola in vendita senza una nazionale in campo, costa 3 euro in certi quartieri e 13 in altri anche se non può definirsi ufficiale da nessuna parte. Non c’è merchandising sponsorizzato perché non esiste squadra, non qui e nemmeno tanto a casa, dove ogni convocazione è un viaggio della speranza”.
L’Asia è appunto il Medio Oriente, una porzione di mondo rimasta esclusa dal calcio fino a quando da una dozzina d’anni non ha deciso di cambiarlo, forse bisognerebbe dire stravolgerlo, con i capitali di Stato riversati attraverso i fondi nelle proprietà di club come il PSG e il Manchester City, introducendo il concetto di sportswashing. Nella definizione di Simon Chadwick, professore all’Università di Nottingham, uno dei massimi esperti sull’argomento, “l’utilizzo dell’ambito sportivo da parte di regimi autoritari per ripulire la propria immagine e i cittadini dalle continue violazioni dei diritti che avvengono all’interno dei loro confini, attraverso la creazione o la partecipazione a eventi di livello mondiale”.
L’Asia è la Cina, passata dalla Lunga Marcia di Mao alla Lunga Retromarcia del Pallone. Stava allestendo un campionato che aveva l’ambizione di portar via i campioni alle leghe europee e una Nazionale che parlava di accademia, investimenti, Mondiali, anche con Marcello Lippi per Ct. Ma poiché si possono fare sogni diversi pure dormendo nello stesso letto [questa è di Mao], a un certo punto hanno cominciato a scollarsi i progetti del calcio da quelli del partito. Ne sanno qualcosa anche all’Inter. La pandemia ha fatto il resto.
Come scrive Nicholas Gineprini su All Asian Football: “Il calcio è diventato un corpo completamente estraneo alla società cinese: a partire dal 2020 le stagioni di Chinese Super League si giocano in bolle centralizzate nelle città di Suzhou, Guangzhou e Dalian e spesso le partite non sono aperte al pubblico. In sostanza, si permette alle persone ogni mattino di ammassarsi in metro, ma sicuramente non di andare allo stadio. Molti club hanno cessato di esistere, lo Jiangsu Suning ha cessato tutte le proprie attività, la moria di club nelle serie inferiori è stata enorme. La mazzata finale infine arriva dalla Nazionale, con l’U23 nemmeno qualificata per la Coppa d’Asia di categoria (ergo, nessun futuro), mentre la Nazionale Senior nelle qualificazioni a Qatar 2022 ha conquistato la miseria di soli 6 punti chiudendo il girone alle spalle addirittura dell’Oman”.
Il Paese ha rinunciato a ospitare la Coppa d’Asia dell’estate prossima. Il Qatar ha gli stadi pronti e si tornerà a giocare qui. Resta una domanda: se la Coppa d’Asia si può giocare tra il 16 giugno e il 16 luglio, perché i Mondiali li abbiamo spostati tra novembre e dicembre? Vai a saperlo. Sarà una festa sicura per il Tagikistan alla prima partecipazione, per il Kirghizistan alla seconda e per Hong Kong che non si qualificava dal 1968.
L’Asia che nel calcio funziona è quella che insiste da un ventennio e che oggi va in campo per cercare uno strapuntino ai quarti di finale, in mezzo all’Europa e al Sudamerica. La Corea del Sud fece scalpore in casa nel 2002, spingendosi in semifinale, con un asterisco grande così per gli arbitraggi compiacenti contro Spagna e Italia. Ma aveva fatto un lavoro, e oggi si vede. Dal 2002 ha sempre partecipato ai Mondiali. Scrive L’Équipe stamattina che il suo calcio è diventato più democratico e competitivo, le chiavi della selezione sono state spesso affidate ad allenatori stranieri, gli olandesi Hiddink, Jo Bonfrère, Dick Advocaat, Pim Verbeek; il tedesco Uli Stielike; i portoghesi Humberto Coelho e Paulo Bento. La Federazione moltiplica gli scambi con l’Europa, con l’Ajax per la formazione degli allenatori, con la Federazione francese per gli arbitri. Anche il numero di giocatori presenti in Europa è cresciuto. Nel 2002, 17 su 23 giocavano nel torneo coreano, due in Europa, quattro in Giappone. Nel 2010 erano scesi a 13. Quest’anno sono 8 e gli altri fanno esperienze nei cinque campionati d’élite, come Son Heung-min nel Tottenham o Kim Min-Jae a Napoli. Dal 2022, i sudcoreani hanno vinto la Coppa dell’Asia cinque volte e i loro club sei delle ultime sedici Champions League.
La crescita complessiva bacia pure il Giappone, che nel 20o2 aveva solo 4 giocatori all’estero, saliti a 12 nel 2014, 15 nel 2018 e 19 quest’anno. La Nazionale è arrivata in semifinale alle Olimpiadi, tre club hanno vinto la Champions nel ventennio: Urawa Red Diamonds (2007, 2017), Gamba Osaka (2008) e Kashima Antlers. L’affluenza media allo stadio è di circa 20.000 spettatori perché la vetrina del calcio rimane la nazionale, molto più apprezzata dei club, come spiega al giornale francese il giornalista Shuichi Tamura.
“Per assistere agli ottavi – scrive L’Équipe – molti metteranno la sveglia alle 4 del mattino. I sogni del resto appartengono a chi si alza presto”.
Non ne parliamo.
La seconda notizia più letta sul sito del Washington Post riguarda Cho Gue-sung, calciatore della Corea del Sud, diventato “il rubacuori della Coppa del Mondo”. Oh, dicono così, abbiate pazienza. Bryan Pietsch racconta come il seguito di Cho su Instagram sia passato da 20.000 a oltre 2 milioni, e come i social media siano pieni di messaggi adoranti, alcuni chiedono di sposarlo. Centinaia di compilation di Cho fanno svenire gli utenti di TikTok. I video con l’hashtag choguesung sono stati visti più di 317 milioni di volte”.
Cho è il coreano che ha osato dire a Cristiano Ronaldo di sbrigarsi a uscire dal campo. Gira la voce che abbia imparato alcune frasi in portoghese per provocarlo. Non è vero. Fernando Santos, il Ct portoghese, ha rivelato che si sono parlati in inglese.
BUSSOLE COSA ASPETTARSI ► Mario Sconcerti sul Corriere della sera di sabato: “È una partita nuova, non ne ricordo precedenti. La Corea ha battuto il Portogallo, già sazio, il Brasile ha perso contro il Camerun. Altra sorpresa. Nel Brasile hanno riposato in molti anche tra quelli in campo. Anche messa così, sarà una partita chiara, col Brasile favorito e il punto interrogativo della velocità coreana. Non sembra ci sarà ancora Neymar. Per il Brasile una sconfitta inutile che almeno dovrebbe portare un po’ di calma. Ma il Camerun è già un altro giorno”.
Paolo Condò, da Repubblica di sabato: “Le squadre asiatiche hanno prodotto una tale quantità di sorprese da escludere che il Brasile prenda la Corea sotto gamba. Sarà attento e concentrato, e soprattutto se andrà in vantaggio non si fermerà fino a una distanza di sicurezza. La Corea, però, anche contro i portoghesi ha messo in campo la sua capacità di sopravvivere in attesa che passi l’occasione, come un treno nella notte da prendere al volo: Son e Hwang l’hanno fatto in modo magistrale. Difficile che Neymar venga rischiato: a dispetto del ko contro il Camerun che autorizzerebbe dei dubbi, se ti chiami Brasile devi essere capace di battere la Corea anche senza la tua stella, in modo da garantirle altri quattro giorni di recupero in vista dei quarti. Pronostico chiaro: 80-20”.
Luigi Garlando dalla Gazzetta di sabato: “Il Brasile dovrà metterci un minimo sindacale di attenzione, anche se ha nella memoria una Corea felice, quella che ospitò con il Giappone la Coppa del Mondo 2002. Sono passati 20 anni e la Seleçao non è mai stata così decisa a riempire il vuoto. Si è presentata con il tradizionale baule di talento, ma anche con una solidità europea che non sempre ha avuto: il cattedratico Casemiro davanti al fortino di Thiago Silva e Marquinhos. Il Brasile ha subìto un gol solo ieri, dal Camerun, al 92′ di una sconfitta che non fa male. Ha perso per il momento l’iconico Neymar, infortunato, ma ha trovato i gol preziosi di Richarlison e ha in panchina un carnevale di opzioni. Per quanto la Corea di Kim Min-Jae abbia il cuore leggero di chi ha già compiuto un’impresa e non ha nulla da perdere, è difficile assegnarle più del 20% dei possibilità, anche se Son, l’eroe mascherato, ha già cominciato a correre”.
BUSSOLE COSA ASPETTARSI ► Mario Sconcerti, dal Corriere della sera di sabato: “La Croazia è l’esatto contrario del Giappone: pensa molto, attacca poco, ha segnato quattro gol al Canada e nessuno a Marocco e Belgio, è un avversario quasi ingeneroso, ma arriva sempre tra le prime. Non ha l’esuberanza del Giappone né le sue accelerazioni, il suo miglior attaccante è ancora Kramaric. Per queste caratteristiche è forse la squadra più adatta a batterlo, perché è come non avesse sentimenti contro un avversario che si basa sul cuore. Se serve una squadra fredda, la Croazia lo è a sufficienza. Ma non è mai chiaro che partita giocheranno i giapponesi. Pronostico aperto con un sorriso dalla parte del Giappone”.
Paolo Condò, da Repubblica di sabato: “Lo stupefacente Giappone vanta una struttura adeguata dietro – ha subito un gol a partita – e soprattutto una strategia di gara rivoluzionaria: il c.t. Moriyasu immette i giocatori decisivi, quelli che saltano l’uomo creando e realizzando le palle-gol, nel secondo tempo. La vittoria sulla Germania è stata firmata in otto minuti di fuoco da Doan e Asano, entrambi subentrati come il deus ex machina Mitoma. Il sorpasso sulla Spagna, in tre minuti di delirio atletico, si deve ancora al subentrato Doan e a Tanaka, assistito da un miracoloso recupero del subentrato Mitoma. Ripeterà questa strategia contro l’astuta Croazia? Contro quello che rimane un centrocampo superbamente assortito, ordinato da Brozovic, ispirato da Modric e sostenuto da Kovacic? Ai croati manca evidentemente una punta all’altezza, stante i due 0-0 contro Marocco e Belgio (e se Lukaku), ma la difesa gira attorno alla nuova stella Gvardiol, e si è lasciata sorprendere soltanto da Davies. La rivoluzione nipponica o la solidità croata? Pronostico in bilico: 49-51”.
Luigi Garlando, dalla Gazzetta dello sport di sabato: “Il Giappone viene preso a pallate dalla Germania nel primo tempo, poi va a vincere nel secondo. Fa harakiri contro Costa Rica per poi stendere la nobile Spagna e qualificarsi. Quale Giappone si troverà contro la Croazia? Se sarà quello che corre forte con tanta tecnica, spinto da un’innata euforia, i quarti non saranno un’utopia. Anche la Croazia non sempre ha la luna dritta e in attacco non ha un Suker. Con tutto il rispetto, se Livaja fa il titolare, significa che l’offerta scarseggia. Però in difesa c’è un ragazzino, Gvardiol, 20 anni, che fa stropicciare gli occhi e, in mezzo, c’è la mediana più forte del Mondiale: Brozovic, Modric e Kovacic. In stato di grazia Perisic. È tutta questa qualità che fa pendere la bilancia. Qualità ed esperienza. La Croazia era in campo nell’ultima finale mondiale”.