Il Mondiale tra i bambini spaccapietre del Benin

In Africa molte guerre si svolgono senza testimoni, all’insaputa di tutti

Ryszard Kapuściński

 

DI VALERIO GIACOIA

per Slalom da Porto-Novo (Benin)

 

Quando venerdì sera Aboubakar segna al 92esimo, il quartiere esplode e sembra come un intero baracchino di fuochi d’artificio che salta in aria, imbottito di colori. Tra grida, abbracci, annaffi di birra come fosse champagne e suoni di clacson delle moto i bambini che dormono sul marciapiede davanti “casa”, catapecchie col tetto di lamiera che si diramano dentro misteriose arterie tra fango, fumi, bolliti e papaje, si svegliano di soprassalto esultando senza sapere bene perché. Giocava il Camerun, e quando gioca una squadra africana tutti gli altri africani sono ultras di quella squadra, come se lo fossero stati sempre. Non è come da noi in Europa. Poi vuoi mettere la soddisfazione d’aver battuto il Brasile. Basta, eccome se basta, anche se quella Nazionale amica torna a casa.

Torna appena più giù di qua, direzione Equatore, passando per la Nigeria: siamo in Benin, che come il Camerun si affaccia sul Golfo di Guinea, su quell’Oceano Atlantico da dove le navi negriere deportavano gli schiavi. Sembra ancora aperta quella ferita, perché hai come l’impressione di sentirle per le strade, nei villaggi, quelle urla di uomini e donne catturati nelle foreste nella notte, quando gli scagnozzi locali dei padroni europei e americani se li portavano via trasportandoli come fossero animali sulle canoe dalla laguna di Ouidah, città simbolo della vergogna più grande della storia dell’uomo, e poi dallo stretto canale verso il mare dove ad attenderli c’era l’inferno delle stive. 

 

Il calcio, anche qui, come nelle terre disastrate di tutto il mondo, è un balsamo. In Benin, un feticcio al quale rivolgersi. Il Mondiale del Qatar diventa allora un grande rito vudù e nella culla, il Benin, di questa quasi impenetrabile fede che influenza molto la vita sociale delle comunità, e non soltanto quelle rurali. Alla divinità del Pallone si potrà chiedere un po’ di allegria, e quella ti risponde con la vittoria del Camerun. Con uno sfizio dolce prima di andare a coricarsi. Gli africani sono gente tosta d’animo. Poveri, poveri davvero, perché questa miseria l’abbiamo vista e odorata ovunque in questi anni di nostri pellegrinaggi nel Continente, ma tosti di anima. Per questo al bar all’angolo della strada esplode la festa per un gol di una nazionale che non è la loro, per questo si va avanti lo stesso tutta la notte con i tamburi, seppure il Camerun dovrà tornare nel suo paese. In quel paese dove dal 2016 è in corso una guerra spaventosa, mossa dal dittatore Paul Bija contro le popolazioni di lingua inglese, quelle che chiedono da anni l’indipendenza dallo stato centrale. Molti amici camerunensi lo definiscono nazista e sanguinario.

In guerra silenziosa (per modo di dire, giusto perché non si spara) è il Benin, dove si combatte un nemico terribile: la miseria. Qui le conseguenze del conflitto in Ucraina si sono riversate come un diluvio nella stagione delle grandi piogge. Ha piovuto, e pure di più, sul bagnato in questa ex colonia francese, oggi uno dei paesi più poveri del pianeta. Il reddito medio è meno di 100 euro al mese, se non più basso. Un addetto alle pulizie delle strade ne prende circa 50, per esempio. La metà dei suoi 6 milioni di abitanti si alza al mattino (quando dorme, perché la lotta per sopravvivere si fa anche di notte) senza sapere se arriverà a sera. Ma c’è il Mondiale, ora. E pure se la Nazionale non si è qualificata e pochi, o quasi nessuno, dei milioni di fantasmi che vagano per le strade potranno vederlo, c’è sempre il torneo delle altre africane. Il Mondiale degli altri fratelli. 

C’è anche qualcuno che sfotte: «Voi siete rimasti a casa come noi». Ma lo fa con dispiacere. Il calcio italiano è un mito in Africa. A Parakou, la città più grande del Benin centrale, c’è addirittura una squadra giovanile che si chiama Sporting Club Gigi Riva. Indossa la maglia del Cagliari che vinse lo scudetto. 

 

 

L’idea è di un medico pugliese, Agostino Trombetta, pazzo di Rombo di Tuono, che da anni viene qui a curare i malati di malaria. Nel nostro quartiere di Agbokou Gbécon, a Porto-Novo, capitale economica del paese, si gonfiano palloni. Spuntano finanche scarpette appese a una bottega. Che lì resteranno, penzoloni, perché chi può permettersi di giocare a calcio lo fa scalzo. Come i 40 piccoli ospiti dell’orfanotrofio “Saint Augustin” di Sakété, a una mezz’ora di macchina, gestito da un drappello di suore e sostenuto dal 2007, tra indicibili peripezie, dall’associazione calabrese San Benedetto Abate.

Sono in quattro, le suore. Marie Stella, cinquant’anni, ha tutto praticamente sulle spalle. Ed è un numero 10 virtuoso, alla Rivera. Una che sa dare l’assist perfetto, per cavare un sorriso in mezzo alla partita persa prima di entrare nello stadio feroce di questo mondo. Per il pallone vero ha provveduto un coach, Latifoe, 22 anni, che con i piedi e con i piccoli ci sa fare davvero. Così tutti i mercoledì, dopo la scuola, li vedi scendere in “campo”, un terreno sterrato ma che fa pure la sua parte, prepara i Looney Tunes per un Mundial speciale giocato a porte chiuse. Fondamentali, corsetta, dribbling tra i birilli, i piccoletti sognano finalmente, dove spazio per i sogni non c’è. Anche Jean Rosé ci prova, con quella specie di triciclo che usa per camminare. Nella bolgia festante di Sakété, se non fosse per soeur Marie Stella chissà quanto dovrebbe attendere per toccare una palla. Jean Rosé fu trovato per caso da una donna in un angolo della foresta e con la testa rotta. Si ipotizza dalle botte. Ha due anni. Però ha un tetto, ha da mangiare, e con i suoi amici, i quaranta orfani più zompettanti del Benin, è vivo. 

 

A nord del paese, sulle colline di Dassa, si gioca invece con “palle” di pietra. Esiste un villaggio di bambini schiavi, alla lettera, Paouignan, dove questi spaccano pietre tutto il giorno. Cominciano anche a due anni, massimo tre, e non smettono più. Spaccano pietre a cominciare dalle 5 del mattino, vanno a scuola alle 8, terminano alle 15, suona la campanella e ricominciano a martellare. Una vergogna universale sconosciuta, un villaggio di dannati a questa vita surreale, scandita dal rumore dei colpi sul granito. I più grandi vanno nelle cave, appena sopra le capanne, prendono i massi sulla testa e li portano giù. Toccherà ai più piccoli ridurli in pietruzze che venderanno a imprenditori edili per quattro soldi: un quintale di questa ghiaia vale mille franchi, significa 1 euro e 50. Lavorano anche 10 ore al giorno. «Non hanno scelta, o fai questo o non mangi» ci spiega Clemen Essé, direttore della primaria frequentata dai piccoli concasseur di Paouignan. Ma pure all’inferno sanno che si gioca un Mondiale. E pure all’inferno i ragazzini più grandi giocano. Sognano di vedere una partita in tv. Sognano, ed è miracoloso. Come Enok, 11 anni, gli occhi più belli del pianeta. Lui sotto alla divisa sporca di polvere di pietre, ha la maglia di Sadio Manè, l’attaccante del Bayern Monaco e del Senegal, la Nazionale che stasera affronta l’Inghilterra. Tutto cosparso di polvere bianca, trova pure il modo di fare due tiri. Enok corre e corre. Lo vediamo diventare pian piano un puntino, nello stadio Mundial del villaggio dei bimbi spaccapietre.

 

 

La Nazionale del Benin è stata eliminata alla seconda fase delle qualificazioni d’area africana. Ha chiuso il suo girone con 10 punti, uno di distacco dalla Repubblica democratica del Congo, con 3 vittorie, 1 pareggio e 2 sconfitte. Il miglior risultato del calcio nel Benin sono i quarti di finale alla Coppa d’Africa 2019

 

La prima e l’ultima foto sono di Valerio Giacoia. La seconda è tratta dal sito della rivista Vita. 

 

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