1934 | I primi Mondiali di Stato

COSA STAI PER LEGGERE

     I Mondiali tra le braccia di Mussolini: come il calcio italiano e il fascismo si usarono a vicenda | Le rinunce dei campioni uscenti dall’Uruguay e dei maestri inglesi Argentini e brasiliani con una squadra di riserve Il declino dei danubiani | Che cosa successe durante i Mondiali: la nascita delle gemelle Dionne in Canada e di Paperino in casa Walt Disney | Come si giocava a calcio nel 1934: il duello ideologico tra Metodo e Sistema | Frankenstein: la figura di Vittorio Pozzo | Protagonisti: Hugo Meisl e il Wunderteam Giuseppe Meazza, il Divo Orsi e Guaita, oriundi e traditori Luisito Monti, il più cattivo | Camei: il cronista spagnolo che non criticava gli arbitri | Storie formidabili di portieri: Ricardo Zamora e Gianpiero Combi | Testimoni: le cronache dell’epoca per la finale | Firme: Carlo Bo, Giorgio Bocca, Gianni Brera, Eduardo Galeano, Gianni Mura, Mario Sconcerti, Jonathan Wilson

 

ITALIA 1934

I primi Mondiali di Stato

  La domenica che in Italia iniziarono i Mondiali, mancavano vent’anni al giorno di nascita di Gianna Nannini e dodici per quello di Bennato, ma stava per compierne dieci il delitto di Giacomo Matteotti, in coincidenza della finale. Pinocchio aveva mezzo secolo, non era diventata una mascotte snodabile e le bugie avevano ancora gambe lunghe. Le prime pagine dei giornali erano una sola, tutte uguali, dalla riga una fino all’ultima, un lenzuolo occupato per intero dal discorso di Benito Mussolini alla Camera, l’aula del bivacco. I quotidiani dell’opposizione non uscivano più già da otto anni, L’Unità si era data una sede in clandestinità nella città francese di Lille. Sul Corriere della sera, il Duce in un formidabile e documentario discorso fa il punto della situazione finanziaria ed economica del Paese e traccia le linee maestre dell’avvenire. Una memorabile dimostrazione d’entusiasmo e di fede attesta al Capo la granitica compattezza del popolo italiano, mentre su La Stampa la situazione economica nell’alta documentata parola del Duce aveva due grandi obiettivi : il pareggio del bilancio e l’equilibrio tra importazioni ed esportazioni

Mussolini disse che le pensioni di guerra non sarebbero state toccate, le chiamò un debito sacro della nazione. Annunciò che al calo del costo della vita avrebbe abbinato il taglio degli stipendi dei dipendenti statali, avrebbero comunque condotto «una esistenza tranquilla e decorosa» in «una nazione non ricca». «La discesa dei prezzi è fenomeno universale; non l’ha inventata il fascismo. Vi sono delle cause obbiettive di questo fenomeno. Si è molto prodotto – disse – c’è stata inflazione; la sopraproduzione non ha trovato il consumo. Perché la produzione è illimitata o quasi e il consumo è limitato. E allora, per una legge che esiste, quella della domanda e dell’offerta, evidentemente c’è stata la discesa dei prezzi. In una fase di discesa dei prezzi si può stabilire questa legge: Che colui il quale ha uno stipendio o un reddito fisso, è in situazione di privilegio». Applausi in aula. 

«Veniamo ora ai provvedimenti che concernono gli impiegati dello Stato. Prima di tutto, quanti sono? Ve lo dico subito: sono 638.000. Questa è una cifra che fa impressione. Vediamo la Francia. La Francia ha 646.000 funzionari civili e 190.000 funzionari militari. Questa seconda cifra merita attenzione per altri motivi che voi intuite».

Il Corriere della sera annota tra parentesi: Si ride

 

Il Giro d’Italia aveva sei tappe alle spalle, Learco Guerra ne aveva vinte cinque e in maglia rosa si muoveva quella domenica da Napoli verso Bari. La Nazionale di calcio aveva dormito nella pineta di Ostia. I quindici convocati dal CT Vittorio Pozzo per l’esordio contro gli Stati Uniti avrebbero raggiunto Roma nel pomeriggio. Un secondo gruppo era rimasto a Firenze, in caso di evenienza. Il presidente della federazione, Giorgio Vaccaro, aveva tenuto pure lui un discorso, alla radio: «Nessuna nazione delle cinquanta affiliate avrebbe potuto, di questi tempi, assumersi l’onere di organizzare un campionato del mondo di calcio. Ciò è stato possibile in Italia soltanto perché ognuno dei nostri atti, avvolto nell’atmosfera di questa nostra progressiva rivoluzione, corrisponde – in una nazione che ha trovato il fulcro della sua volontà ed azione di vita nella saggezza illuminata del suo Duce – ad una ragione di zelo, ad un imperativo di ottimismo costante che ci facilita ogni successo. I messaggi telegrafici che ognuna delle squadre ospiti, non appena toccata la nostra terra ha inviato al Duce, hanno voluto riconoscere tale verità. È significativo d’altra parte, che, oltre la Coppa del mondo, la squadra vincitrice del torneo si attribuirà anche la Coppa monumentale che il Duce si è degnato di concedere. Questo campionato del mondo chiuderà certamente all’attivo oltreché il suo bilancio morale anche quello tecnico sportivo per il prestigio mondiale dell’Italia fascista». 

 

L’Italia aveva ottenuto l’organizzazione della Coppa nell’ottobre del 32, al congresso FIFA di Stoccolma. Nelle 17 partite in programma furono incassati 3 milioni e 600 mila lire. Secondo i programmini di conversione che si trovano in rete, corrispondono a una cifra attuale fra i 4 e i 5 milioni di euro. Non ci fu deficit, ma un guadagno netto di un milione, un successo insperato sul piano finanziario, al quale concorsero diverse componenti – si legge in Almanacco dei Mondiali, edito dal Guerin Sportivo nel 1978 – come la perfetta organizzazione federale, l’aiuto tangibile dello Stato sotto forma di facilitazioni di trasporto, di esenzioni fiscali e di concessione quasi gratuita degli impianti sportivi

L’Europa è in piena ebollizione. A fine giugno la Germania vivrà la notte dei lunghi coltelli, a ottobre saranno uccisi in un attentato a Marsiglia il re Alessandro I di Jugoslavia e il ministro degli esteri francese Jean Luis Barthou, L’Inghilterra non si presentò, come in Uruguay, disconoscendo ancora l’autorità della FIFA. Eppure, scrive Alessandro Lanzarini in Storia dei Mondiali, sui terreni inglesi, Stanley Matthews cominciava ad ubriacare difensori e pubblico con i suoi tremendi dribbling, Dixie Dean sfondava ancora le reti avversarie, il suo emulo scozzese McGrory lo imitava alla perfezione nel campionato delle Highlands.

L’Irlanda aveva partecipato alle qualificazioni, eliminata dal Belgio e dall’Olanda. L’Argentina mise insieme una squadra di dilettanti, per il rifiuto dei club a concedere i migliori. Temevano un nuovo sacco da parte delle squadre europee, com’era successo dopo le Olimpiadi di Amsterdam e dopo i Mondiali d’Uruguay, quando si erano mossi verso la serie A e verso la terra dei padri Orsi, Monti, Scopelli, Guaita, Stagnaro, Stabile, Sposito. Anche il Brasile mandò una formazione minore con due fuoriclasse, Leonidas da Silva e Waldemar da Brito, capocannoniere del campionato e futuro scopritore di Pelé. 

L’Uruguay, campione in carica, se ne rimase a casa, per ripicca – scrive Lanzarini – contro la scelta degli europei di non sciropparsi il viaggio attraverso l’Atlantico quattro anni prima. La federcalcio uruguaiana non considerò nemmeno l’ipotesi della partecipazione, anche se in realtà le motivazioni più coerenti riguardavano la delicata situazione interna, legata a filo doppio con i problemi concernenti l’introduzione del professionismo, avvenuta due anni avanti. Era infatti accaduto che non tutte le società di Montevideo avessero optato per il nuovo status, e che quindi si fosse venuta a creare una situazione di disparità tra i grandi e i piccoli club. Meglio perdere il titolo mondiale senza la controprova del campo che venir sconfitti

 

 

Qualche numero dei Mondiali

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208 I giocatori che prendono parte alla fase finale. La Spagna ne schiera 19, la Germania 18, l’Italia 17, l’Ungheria 16, Austria, Cecoslovacchia e Svizzera 13. Dodici di questi giocatori avevano già partecipato quattro anni prima in Uruguay

 

70  I gol segnati da 44 giocatori diversi. Il ceko Nejedly fu il capocannoniere con cinque, uno in più di Conen della Germania e di Schiavio. Con tre gol Kielholz della Svizzera e Orsi dell’Italia. Settanta gol erano stati segnati anche quattro anni prima ma con una partita in più, per una media di 3.8 rispetto a 4.1 a partita del 1934. 

 

4  I rigori fischiati in 17 partite. Lo spagnolo Iraragorri segnò il suo contro il Brasile, mentre brasiliano Waldemar se lo fece parare da Zamora. In gol sia il francese Verriest sia l’ungherese Sarosi contro l’austriaco Platzer. Nessuno dei rigori fu decisivo sul risultato finale. 

 

1  L’espulso, L’ungherese Markos, cacciato dall’arbitro italiano Mattea nel corso della partita con l’Austria.

 

Molte partite vennero disputate davanti a un pubblico esiguo

[Passione Mondiali 1930-2014, Storia illustrata dei Mondiali]

 

Che cosa successe durante i Mondiali

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28 maggio

A Corbeil, in Canada, nascono le gemelle Dionne. Sono le prime sopravvissute nella storia dell’umanità a un parto plurigemellare. 

|   Repubblica: “Fin dalla loro nascita, nel 1934, furono delle celebrità. Ora, a 61 anni, tre di loro (le altre due sono morte rispettivamente all’età di 20 e 34 anni) hanno rivelato che quando erano adolescenti subirono per anni le violenze sessuali del padre. Annette, Cecile e Yvonne hanno condotto sempre una vita molto riservata. In una rara intervista concessa nel corso di una trasmissione in francese a Radio Canada, hanno affermato che il padre Oliva abusò di loro per anni, portandole in macchina con lui a turno. Vennero alla luce premature di due mesi e di peso inferiore a un chilogrammo ciascuna da una povera famiglia dove già c’erano tre figli maschi e due femmine. Una delle sorelle più grandi, Therese Callahan, sentite le rivelazioni, ha negato che il padre si sia reso responsabile di abusi. Le cinque gemelline non vissero in famiglia fino all’età di 9 anni, in seguito all’intervento del medico che aveva assistito al parto, e del governo dell’Ontario

 

9 giugno

Nasce Paperino, il personaggio di Walt Disney.

| Theodor W. Adorno: «Paperino nei cartoni animati, come gli infelici nella realtà, ricevono le loro botte perché gli spettatori si abituino alle proprie»

|   Carlo Bo, La Stampa: Gli spettatori che hanno seguito alla televisione l’inchiesta ideata da Zavattini e realizzata da Soldati Chi legge?, avranno a quest’ora tirato le loro brave somme e, secondo le diverse esperienze, ne avranno dato un giudizio. A noi non interessa tanto la natura del giudizio, ci auguriamo invece che le trasmissioni abbiano avuto un effetto stimolante. Una volta spenta la luce del video, quegli spettatori saranno stati portati a fare un piccolo esame di coscienza, del tutto personale, in questi termini: che cosa leggiamo? Leggiamo abbastanza? Leggiamo?  Ricordate la risposta di Mina a Soldati? Mina ha detto anche lei di non aver tempo o di trovarne solo per le storie di Paperino: meglio che niente, vada per Paperino. Ricominciare dai fumetti potrebbe essere anche utile, soprattutto per chi è a digiuno di tutto. E Soldati ha insistito forse per queste ragioni sull’opportunità di dare una Divina Commedia a fumetti. Ma Paperino dev’essere un punto di passaggio, non ci si può costruire sopra una filosofia del disinteresse e della noia. La lettura vera nasce su un piano diverso: perché serva, deve far pensare, deve agitare, scuotere, seminare l’inquietudine. Insomma, deve aiutare a camminare. Se gli italiani se ne fossero ricordati, se i nostri governi, se le nostre scuole soprattutto avessero fatto qualcosa di più per il libro, il panorama di Soldati sarebbe stato un po’ più consolante e l’inchiesta avrebbe avuto un altro esito, lontano dall’indifferenza assoluta e lontano anche dalla filosofia di Paperino

 

Ercole col pallone ai piedi

di eduardo galeano, Splendore e miserie del gioco del calcio

 

Johnny Weissmüller lanciava il suo primo urlo di Tarzan, il primo deodorante industriale appariva sul mercato, la polizia della Louisiana crivellava di proiettili Bonnie & Clyde; Bolivia e Paraguay, i paesi più poveri dell’America del Sud, si dissanguavano contendendosi il petrolio del Chaco in nome della Standard Oil e della Shell. Sandino, che aveva sconfitto i marines in Nicaragua, cadeva massacrato in un’imboscata, e Somoza, l’assassino, iniziava la sua dinastia. Mao dava il via alla lunga marcia della rivoluzione nei campi della Cina. In Germania, Hitler si consacrava Führer del Terzo Reich e promulgava le leggi di difesa della razza ariana, che obbligavano a sterilizzare gli ammalati ereditari e i criminali, mentre Mussolini inaugurava in Italia il secondo campionato del mondo di calcio. I manifesti mostravano un Ercole che faceva il saluto fascista con un pallone ai piedi. Il Mondiale del 1934 a Roma fu per il Duce una grande operazione di propaganda. Mussolini assistette a tutte le partite dal palco d’onore, il mento alzato verso le tribune gremite di camicie nere, e gli undici giocatori della squadra italiana gli dedicarono le vittorie con il braccio teso

 

Come si giocava a calcio nel 1934

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Il primo Mondiale col WM. Il Sistema

di alessandro lanzarini, La Storia dei Mondiali

 

Fa la sua prima comparsa in un torneo di livello internazionale il «nuovo calcio», rappresentato dal «WM» o «sistema». Erano trascorsi ormai dieci anni da quando Herbert Chapman, tecnico dell’Arsenal londinese, si era seduto ad un tavolo con il fido Charlie Buchan (braccio armato dei «gunners») per studiare un modulo tattico assolutamente originale rispetto alla vecchia «piramide» di ispirazione scozzese. Il «WM», nato sull’onda delle modifiche conseguenti l’aggiornamento della regola del fuorigioco a due e non più a tre uomini aveva stentato ad attecchire al di qua della Manica, dove i canoni tradizionali legati al metodo erano duri a morire. Germania e Francia furono le due Nazionali extra-britanniche che per prime adottarono i nuovi principi. Verso la fine del decennio precedente Otto Nerz, allora Commissario Unico della «Nationalmannschaft» teutonica, aveva intrapreso un interminabile viaggio di studio oltremare, documentandosi perfettamente. Nerz si convinse presto della bontà e della modernità del modulo e decise di importarlo in patria, ritenendo di poter dare al «fussball» tedesco un vantaggio non indifferente nei confronti delle altre selezioni del Continente. Austria e Cecoslovacchia si limitarono a rispettare l’antico dogma pre-metodista: giocate prettamente individuali e quasi da fermo con la solita, fittissima ragnatela di passaggi al fine di mantenere il possesso della palla. La conferma che sul Danubio e dintorni ciò che importava non era tanto il gol fine a se stesso, quanto geometrie e finezze necessarie per costruirlo. E se vogliamo, anche una certa dose di narcisismo. Il che impedì ai mitteleuropei di superare, nei momenti topici, avversari meno dotati col pallone ma ben più risoluti sotto l’aspetto agonistico

 

Lo scontro di ideologie con il WW. Il Metodo

di mario sconcerti, Storia delle idee del calcio

 

Vittorio Pozzo giocò sempre con il Metodo, anch’esso un’evoluzione della Piramide. Dal 2-3-5 al 2-3-2-3, cioè dalla Piramide al doppiovu-doppiovu, proprio mentre in Inghilterra Chapman aveva trasmesso a tutti il più sovversivo WM. Che differenza c’era rispetto al 3-2-2-3 di Chapman? Piccola e profonda. Nel metodo la linea più bassa, quella davanti al portiere è composta da due soli giocatori. Uno (detto di volata) marca il centravanti avversario, l’altro è un vero e proprio libero ma non lo sa. Ha il compito di intervenire su qualunque pallone stia mettendo in difficoltà la difesa, non ha compiti di marcatura. Davanti a questa linea bassa c’è la linea mediana con tre giocatori. I due mediani di lato marcano le ali avversarie, il giocatore al centro è il vero motore della squadra. È un regista arretrato, deve avere fisico e senso della posizione. Deve soprattutto saper «battere», cioè lanciare lungo e preciso. Per questo si chiama battitore libero o centromediano metodista. Siccome capita giochi spesso nella zona del centravanti avversario, è anche il primo difensore. Questo rende spesso i due difensori della linea bassa quasi due liberi. In sostanza non sono mai meno di cinque, nel Metodo, i giocatori addetti alla difesa. I reparti sono più lontani rispetto al sistema. Infatti devono raggiungersi attraverso lanci lunghi. 

È soprattutto questa la diversità. Al di là delle posizioni sul campo, la differenza è quasi filosofica. E sarà eterna. Il Metodo ha inventato il contropiede. Recuperata la palla con i molti difensori, la si lancia lunga ai reparti di attacco e si cerca la porta. Servono due-tre passaggi.

II Sistema è più elegante, prevede qualità nei giocatori, soprattutto nella linea mediana e di difesa che fa ripartire l’azione. Il Sistema non passa per il lancio lungo, ma prevede quello che oggi si chiamerebbe possesso palla. Il Metodo annuncia a grandi linee il calcio all’italiana. Ma non per il libero. Il giocatore libero da marcature è sempre esistito. Direi anzi che non è esistito altro. All’alba del calcio, marcare un avversario premeditatamente era considerato un disonore. La novità del libero all’italiana consisterà nel fatto che un attaccante viene spostato e fatto diventare difensore aggiunto dieci metri dietro gli altri difensori.

 

L’atletismo dell’Italia

di jonathan wilson, La Piramide rovesciata

 

Gli italiani – quasi involontariamente – si erano posizionati a metà circa tra il W-M di matrice inglese e il 2-3-5 danubiano, ma quello che li distingueva un po’ da tutti gli altri era proprio il loro essere italiani dalla testa ai piedi. Una certa convinzione sull’importanza dell’atletismo era forse un fatto naturale negli anni del Fascismo, ma corrispondeva anche alle inclinazioni di Vittorio Pozzo, il visionario dai capelli cespugliosi che divenne il genio al comando del calcio italiano nel periodo a cavallo tra le due guerre.

 

La figura di Vittorio Pozzo

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  FRANKENSTEIN  Un pezzo cucito con le spillette

 

| Nato nelle vicinanze di Torino nel 1886, Pozzo era stato una promessa nell’atletica, vincendo i 400 metri ai giochi studenteschi del Piemonte, ma decise di dedicarsi al calcio dopo che un suo amico, Giovanni Goccione, che in seguito avrebbe giocato come centromediano nella Juventus, lo prese in giro dicendogli che “correva proprio come una autovettura”, e gli consigliò di provare a correre con “un pallone davanti a lui”. Non certo un grande giocatore, Pozzo restò nel mondo accademico studiando presso la Scuola del Commercio a Zurigo, dove ebbe modo di imparare la lingua inglese, il francese e il tedesco, per poi in seguito trasferirsi a Londra. Stancatosi della comunità di cittadini stranieri della capitale, si spostò più a nord, a Bradford, dove l’influenza di suo padre riuscì a procurargli un posto per studiare la lavorazione della lana. L’Inghilterra, e il calcio, improvvisamente catturarono il suo interesse. E Pozzo era diventato così deciso a comprendere la sua nuova casa che, sebbene di religione cattolica, iniziò a frequentare i riti religiosi anglicani. Le sue settimane ben presto si uniformarono alla routine inglese: in chiesa alla domenica, impegnato nel lavoro dal lunedì al venerdì, e il sabato quasi interamente dedicato al calcio. I suoi genitori lo richiamarono in Italia per dare una mano al fratello nella ditta ingegneristica, ma lui rifiutò. Suo padre gli sospese l’invio dell’assegno mensile, ma Pozzo rimase comunque in Inghilterra, guadagnandosi da vivere dando lezioni di lingua [Jonathan Wilson, La Piramide rovesciata]

| Nel 1924 Pozzo torna ad occuparsi di Pirelli e soprattutto di sua moglie, gravemente malata. Quando pochi mesi dopo restò solo, decise di trasferirsi a Milano dove al suo lavoro in Pirelli aggiunse quello di giornalista sportivo. Accettò l’incarico della Stampa di Torino di seguire le partite e diventare la prima firma del calcio. Le cronache dicono che Pozzo non fu mai un grande polemista, faceva semplicemente una lunga cronaca minuto per minuto. Ma tra le pieghe faceva chiaramente intendere chi secondo lui aveva giocato meglio. Era un uomo di calcio, quindi non scriveva davvero male di nessuno. Si rifugiava nella cronaca, come se il calcio fosse stato un divenire distratto di cose inevitabili. Non ho letto molto del Pozzo giornalista, mi è sembrato pignolo e preciso, abbastanza noioso. Non c’era la spiegazione tagliente alla Brera, alla Ghirelli, che rende improvvisamente logica una partita complessa. Era un faticatore, scriveva molto, prendeva molti appunti. Aveva bisogno di certezze. Dava pochi giudizi perché credo avesse paura di deludere chi lo leggeva. Considerava ancora il calcio una cosa sua. Quella di Pozzo era una verità da conquistare, sempre nascosta dietro qualche perifrasi, un giro lungo che intendeva sicuramente come forma di protezione nei confronti di chi giocava peggio. [Mario Sconcerti, Storia delle idee del calcio]

| Nelle rievocazioni dedicate agli azzurri dai grandi soloni, si è tentato di sminuirne i meriti e le qualità. Brera addirittura ce lo rappresenta malevolmente da vecchio, costretto a farsi radere da un collega e tende più a sottolinearne i difetti che le virtù, tratteggiando il carattere accidioso e vendicativo. In realtà, al di là del tratti del carattere chiuso e impenetrabile era per quei tempi un tecnico all’avanguardia, informato minuziosamente del calcio di ogni nazione, studioso attento della psicologia degli uomini da mandare in campo e capace di osservare il calcio in proiezione dinamica ben oltre gli schematismi che tanto piacciono agli strateghi da tavolino. Seguiva e studiava i progressi tattici del gioco e quest’aspetto della personalità passava per intollerabile presunzione in un paese che ha sempre prestato eccessiva attenzione ai praticoni e ai venditori di fumo” [Roberto Zanzi, Almanacco dei Mondiali, 1978]

| Vittorio Pozzo era un manager più che un tecnico. Sapeva le lingue e soffriva gli inglesi come chi è in inferiority complex. La squadra la facevano i suoi veterani. L’ho conosciuto cattivo come l’aglio, poco agile di mente (parlo di oltre 40 anni fa) e incapace di vedere il calcio sotto la superficie. Gabriel Hanot mi disse di lui: è una gran delusione. Annibale Frossi, persona molto seria, giurò che le impostazioni tattiche di Pozzo si limitavano a questo particolare: se il mediano laterale veniva saltato, incontro all’ala doveva correre il terzino, il cui posto veniva subito preso dal mediano laterale. Oh yes. Pozzo parlava di Piave e di Patria, salvo confidare a Barba Gili Panza di non essere mai stato in una trincea: era un frequentatore di spacci in seconda linea. Questo ammise con Barba Gili. Di politica non ho mai avuto occasione di parlare con Pozzo. Quando con Rocco, Foni, Viani, Frossi, Lerici incominciai a polemizzare contro il Wm inglese, ebbi modo di dire e scrivere che Pozzo non aveva avuto sufficiente autorità per evitare l’abbandono del W o metodo e che questa era una colpa: adesso (primi anni 50) si opponeva al catenaccio solo perché consentiva all’Inter di vincere il campionato. Come tutti i provinciali che sceglievano Torino, Pozzo si faceva un obbligo di detestare Milano e i milanesi. Quando rinfacciai a Pozzo di osteggiare il catenaccio e il battitore libero avendo dimenticato che lui medesimo di liberi ne aveva due, Pozzo mi tolse il saluto. Non so se abbia fatto lo stesso con Frossi. Io volevo bene a Ettore Berra e lo facevo collaborare al mio giornale. Pozzo e Berra sono stati per anni vicini di scrivania senza mai rivolgersi la parola. Può darsi che Pozzo abbia riversato su di me l’avversione che nutriva per Berra, molto più bravo di lui alle prese con la cartella giornalistica. [Gianni Brera, Repubblica, 4 maggio 1990]

| La storia di Vittorio Pozzo è una storia senza macchia e senza paura. Una storia splendida per i risultati che ottenne, abbastanza triste per le epoche che fu costretto ad attraversare. È magro, elegante, curato, non sembra un calciatore, non come lo intendiamo oggi. È un dandy. Ma per l’epoca era un classico. Non veniva dall’alta borghesia ma i suoi fecero tutto il possibile per farlo credere. Aveva un carattere lineare, umile, quasi deferente per chi faceva qualcosa per lui. E il calcio indubbiamente qualcosa fece.

Durante la prima guerra mondiale, Pozzo andò al fronte come tenente degli Alpini, un’esperienza che lo segnò moltissimo. Per l’umanità travolta delle battaglie e soprattutto delle trincee, ma anche per la forte funzione di uomo di campo di cui si sentiva investito. Pozzo aveva molte idee, ma prima di tutto si sentiva un italiano. La guerra lo portò a ubbidire a decisioni sbagliate e a capire che comunque il soldato ha solo il destino che qualcun altro gli dà. La sua carriera si è svolta quasi interamente sotto il fascismo, così che è stato facile pensarlo una cosa unica con il regime. Certamente Pozzo non era antifascista, ma non era nemmeno fascista. Era insomma un buon italiano, amava la sua patria, non aveva niente di sovversivo, rispettava chi governava perché era il governo del suo Paese. Faceva cantare ai suoi giocatori i cori alpini prima delle partite perché li riteneva, come erano stati per lui, il massimo della seduzione patriottica, la cosa migliore per cementare un gruppo. Ma non era un propagandista fascista come spesso sembrò essere. Era un italiano fedele, rispettava chi comandava. Era abituato a farsi solo domande essenziali e a darsi risposte semplici. In sostanza era uno a cui interessava lavorare e, ancor di più, far lavorare i giocatori che gli erano stati dati in consegna. Aveva sentimenti semplici. I suoi giocatori non ne avevano di più complessi. Credo che le nazionali italiane di quel periodo siano scivolate tra la grancassa del regime con una dignità e un’ingordigia pronunciate e innocenti. L’Italia del calcio diventò un’ambasciatrice, la prova del nove dell’inevitabile vittoria. Questo portò soldi, privilegi e coccole ai giocatori e a Vittorio Pozzo. Era la strada giusta ed era la loro. Perché buttarla? Infatti la percorsero fino in fondo. [Mario Sconcerti, Storia delle idee del calcio]

| Un tipo di alpino e salesiano arrivato chissà come alla guida degli azzurri senza essere né un allenatore di professione né un burocrate dello sport ma semplicemente un piemontese risorgimentale ciecamente convinto delle virtù piemontesi. Uno di quelli per cui la parola sacra è “el travail”. Già allora i campioni del calcio avevano degli stipendi altissimi rispetto a quelli normali e lussi e piaceri da ricchi. Ma Pozzo li considerava dei soldati e li trattava come degli operai. L’albergo che aveva scelto per loro era di quelli che oggi sono a una o due stelle: senza garage, senza ascensore, senza sala per i convegni, con i lettini che cigolano con le stanze a due letti ed era lui a decidere chi doveva dividerle con chi. Era un alberghetto nuovo dalle parti della stazione nuova, quella con il faro, un tubo di cemento alto una cinquantina di metri che faceva pensare ai lampioni della aneddotica cuneese accesi di giorno per le visite del re, lo stesso che se chiedeva una pianta della città gli mostravano un pino. E penso che avesse ordinato ai giocatori di arrivare a Cuneo in ferrovia perché davanti all’albergo non si vedevano le auto di lusso che già allora piacevano ai campioni. L’albergo aveva un piccolo dehor cintato da siepi di mirto attorno a cui stavano i tifosi e i curiosi ma senza disturbare, secondo le raccomandazioni che Vittorio Pozzo aveva impartito. Il commissario unico era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti [Giorgio Bocca, Repubblica, 7 luglio 2006]. 

| Il livello al quale Pozzo sottoscrisse l’ideologia fascista rimane ancora oggi non ben definito. Per la sua frequentazione con Mussolini venne in un certo senso emarginato negli anni Cinquanta e Sessanta. E per questo motivo anche lo stadio delle Alpi, impianto costruito appena fuori Torino in occasione del Mondiale di Italia ’90, non gli venne intitolato. Qualche tempo dopo, durante gli anni Novanta, emersero delle prove che indica vano il suo impegno nella resistenza antifascista, come ad esempio l’aver portato del cibo ai partigiani presenti nelle vicinanze di Biella e l’essere stato di aiuto nella fuga di vari prigionieri di guerra tra gli alleati. Quello che è certo, senza alcun dubbio, è che Pozzo si servì molto del militarismo assai diffuso per tenere saldamente in pugno il suo gruppo di giocatori e per motivarli. [Jonathan Wilson, La Piramide rovesciata]

 

Protagonisti

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Hugo Meisl e il Wunderteam

di andrea schianchi, La Gazzetta dello sport, 13 giugno 2016

 

“Vienna, dopo il 1918, si trasforma, cambiano equilibri e costumi. Il calcio diventa lo sport più diffuso, se ne parla ovunque, soprattutto nei bar. Il centro di ritrovo è il Ring Cafè: scrittori, pittori, uomini d’affari, giocatori e allenatori discutono di tattica, tecnica e moduli. A tenere banco è Hugo Meisl, nato in Boemia, destinato a una carriera da ragioniere dopo aver combattuto sulla linea del Piave. Ma la passione per il calcio è troppo forte e, alla fine, vince sulle resistenze della famiglia. Meisl, in pochi anni, diventa un bravissimo allenatore e un punto di riferimento per tutto il movimento calcistico austriaco. È lui a imporre il nuovo stile di gioco.  Vuole passaggi corti e precisi in opposizione ai lanci lunghi degli inglesi, all’anarchia del Rio de la Plata e alla manovra già allora piuttosto «abbottonata» degli italiani. Il centravanti, nella filosofia di Meisl, è il giocatore-cardine della squadra, colui che deve impostare la manovra, arretrare, lanciare, duettare e consentire alle mezzali d’inserirsi in zona-gol. Matthias Sindelar, che veniva chiamato «Cartavelina» per via delle gambe esili come quelle di un fenicottero, è l’uomo-simbolo: quell’Austria passerà alla storia come il «Wunderteam», la squadra delle meraviglie.

 

Meazza. Il più grande italiano di sempre

di mario sconcerti, Storia delle idee del calcio

 

Sembrò subito avere tutti i sintomi del genio. Tutto il calcio migliore gli si era miracolosamente incollato addosso. Meazza era nato a Milano, zona Porta Vittoria, alla fine dell’estate del 1910. Era gracile, ma non fragile. Aveva un baricentro basso e gambe forti che lo tenevano fermo nei contrasti. Non era potente, ma aveva forza almeno per la velocità che riusciva a darsi. Ed era tanta. Pensava di essere un terzino, nel Metodo, cioè uno dei due doppi liberi che giocavano alle spalle della linea mediana. Ma uno dei suoi amici nella squadra che aveva lui stesso messo su era nipote di Ciminaghi, signore che aveva qualche potere decisionale tra i ragazzi dell’Inter. L’amico gli disse che ai boys della squadra mancava un centravanti, Meazza rispose che andava benissimo, lui era un centravanti. Gli viene dato il ruolo di interno avanzato, i ragazzi dell’Inter vincono per due anni il campionato lombardo. È straordinaria la differenza che può fare il talento. Meazza non smise più di vincere, è stato il suo unico mestiere.

Era figlio di una verduraia che si chiamava Ersilia ed era arrivata a Milano da Mediglia, nella Bassa Lodigiana. Suo padre era morto in guerra quando lui aveva appena sette anni. Peppino, è furbo, sveglio, un po’ arrogante, gioca benissimo a biliardo, vive di brillantina e calcio. Non c’è una foto in cui abbia un capello fuori posto. Un fuoriclasse.

Parla l’italiano a orecchio ma esprime meglio se stesso con il dialetto milanese. È il primo interista a farsi un’auto sportiva. Finisce spesso il sabato notte nelle case di piacere di corso Lodi. Una domenica si sveglia alle due del pomeriggio. Fugge in taxi verso l’Arena con il pigiama ancora indosso. Entra dieci minuti più tardi e segna due gol per farsi perdonare. Non è un ingenuo, il Pepp, ma tende a credere ai tanti che lo osannano perché così si fa con i campioni. Gli nasce il sospetto di essere immortale. Prepara in sostanza la sua piccola resa al resto della vita. Ma finché gioca è il più bravo. Segna e fa segnare, è quello che oggi verrebbe definito uno straordinario numero dieci. Probabilmente è stato il miglior giocatore italiano di tutti i tempi. Il suo dribbling classico consisteva nell’aspettare da fermo l’avversario per poi saltarlo allungandosi il pallone in contro-tempo. Quando arrivava solo davanti al portiere, e capitava spesso, lo chiamava all’uscita con una mano, poi batteva d’interno. E quasi sempre segnava.

Le cronache riportano di bellissimi gol in corsa, al volo, in fondo a lunghi dribbling, con pallonetti, con cannonate. Personalmente lo immagino un Baggio più decisivo. Meazza aveva più facilità di gol, forse anche di dribbling. Forse Baggio, nella sua fase finale, è stato più giocatore. Baggio sbagliò il rigore del mondiale nel ’94, Meazza mai.

 

Luisito Monti. Il più cattivo

di gianni brera, Repubblica, maggio 1982

 

Un’idea abbastanza mortificante del nostro livello tecnico ci viene fornita dalla curiosa vicenda di Luis Monti, centromediano dell’Argentina finalista mondiale. Giocavano in Juventus Raimundo Orsi e un altro argentino, Renato Cesarini, che molto aveva conservato della sua professione di origine, quella di saltimbanco. Cesarini dribblava anche l’erba ma deplorava poi che in centrocampo non ci fossero elementi capaci di battere un lancio con un po’ di decenza: allora si ricordò di Monti, che si era messo a fare il pastaio, e lo invitò senz’altro a reimmigrare in Italia. Monti arrivò a Torino che era grasso come un porcello e la Juventus gli negò il contratto. «Datemi tempo due mesi» propose mortificato l’emigrante: e si macerò in tali esercizi e tali digiuni che alla fine strappò il contratto. Non solo: ma ritrovò così eccellente forma che Vittorio Pozzo lo volle in Nazionale. Come tutti gli altri reimmigrati d’America, Monti aveva il doppio passaporto. Che gli stranieri trovassero a ridire circa la nostra disinvoltura, poco importava ai fieri nazionalisti che noi tutti eravamo. Il fascismo aveva capito che il calcio era un magnifico transfert dalla miseria: e incominciarono a chiamarsi impropriamente sportivi anche i tifosi che posavano i glutei sugli spalti. 

 

Orsi e Guaita, Oriundi e traditori

di gianni mura, Repubblica, 17 novembre 2009

 

Orsi, un artista. Nel ’69 una troupe tv lo accompagna al Flaminio e gli chiede il bis del gol realizzato ai cechi in finale. Gran destro, angolino alto, fotocopia: aveva 68 anni. Alla Juve vince 5 scudetti di fila. Lo chiamano Gazzella. Suona il violino, è superstizioso (s’infila un jolly nel calzettone sinistro), fa tardi la notte (come Cesarini, del resto, e Sivori). Torna a casa nel ‘ 35, quando si sente parlare di servizio militare e guerra al Negus. Lo imita Enrico (Enrique) Guaita, idolo del Testaccio, con altri due oriundi romanisti meno famosi, Scopelli e Stagnaro. Soprannominato “Corsaro nero”, detiene ancora il primato di reti nei tornei a 16 squadre: 28 o 29 (le fonti divergono). Auto fino alla Spezia, treno fino a Ventimiglia, passaggio clandestino della frontiera e nave fino all’Argentina. Il regime li chiamò “traditori della patria” accusandoli (accusa mai provata) di traffico di valuta.

 

Camei

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Il cronista spagnolo che non criticò l’arbitro

di miguel ángel ortíz olivera, Poesía y patadas

 

Niente di quello che aveva vissuto prima, può essere paragonato a questo Mondiale, dovette pensare il giornalista Jacinto Miquelarena, mentre si recava allo stadio. Il 31 maggio 1934 italiani e spagnoli si affrontarono per un posto in semifinale. Il match prometteva: i giocatori della squadra azzurra avrebbero seguito rigorosamente l’ordine di vincere o morire di Mussolini, mentre gli spagnoli avrebbero dovuto rispondere solo ricorrendo al temuto spirito delle furia rosse. Jacinto Miquelarena voleva solo che la partita fosse governata dal senso dello sport. Mussolini non la pensava allo stesso modo. Aveva minacciato i giocatori. Voleva motivarli come soldati. E ci riuscì. Quella partita è diventata una battaglia campale, conclusa con un pareggio per 1-1 e cinque spagnoli infortunati. Nella cronaca che Miquelarena scrisse quella sera per Abc, affermò che la Spagna era stata superiore. Non c’erano troppe lamentele o rimpianti, disse che con un arbitro più giusto, gli sarebbe stata assegnata la vittoria. Il giorno successivo, Miquelarena tornò allo stadio per la ripetizione. E furono ancora calci, pugni, spagnoli infortunati per la permissività dell’arbitro. La Spagna resistette in dieci a lungo, un gol solitario di Meazza diede il passaggio del turno agli italiani. La cronaca di Miquelarena, nonostante il gioco scorretto, parlava di sfortuna. Il suo buon senso gli impedì di prendersela con l’arbitro. Non era elegante. Ma Ricardo Zamora non poté giocare perché gli avevano rotto due costole nella prima partita.  Era appassionato del gioco pulito che cerca il gol. C’è un solo calcio, diceva: il calcio. È stato il nostro primo cronista e critico sportivo di grande portata 

 

Storie formidabili di portieri 

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Le parole liberamente attribuite ai portieri che si raccontano in prima persona, sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche. I fatti di cui parlano sono tutti realmente accaduti. I monologhi fanno parte della serie Il Giro dei Mondiali in ottanta portieri, inizialmente pubblicata nel 2010 sul blog Il Divano sul Cortile e nel 2014 sul blog Puliciclone. A Slalom non si butta mai niente. 

 

 

Ricardo Zamora

 

Ne ho visti tanti di bambini giocare per la strada. Figli di professori, di avvocati, della

povera gente. Quando vanno in porta, fingono di essere me. Beati loro, io da bambino volevo essere un altro. Il mio desiderio più grande era uscire dal mio corpo e prendermene un altro differente. A Calle Diputación, la via alla periferia di Barcellona dove abitavo, si rincorreva una palla fatta con gli stracci. Le pezze ce le portava a scuola la maestra, chissà dove le prendeva, ne facevamo un rotolo, con un cordoncino di lana tutt’intorno. Le partite con una palla di stracci non finiscono mai, solo si sospendevano, per prendere fiato, e nell’aria si sentiva un profumo di niente. Si respirava il nulla, e quel nulla lo riempivamo di sogni. I sogni sono come le

patate. Costano poco e ti riempiono lo stomaco.

Mi piacevano, i sogni, da bambino. E mi piacevano anche le patate. Fino a quella volta in cui vidi a letto con la febbre alta uno dei ragazzi del quartiere, le patate le avevano tagliate a fette e gliele avevano sistemate sulla fronte, chissà di cosa si era ammalato. L’infanzia è l’età dei misteri, c’è sempre qualcosa che ti sfugge. A noi altri ci tenevano lontani. Lo chiamavamo Juanjo, quel ragazzo, e un giorno venimmo a sapere che era partito per un posto lontano, i grandi non ci dissero dove, sparì e basta e Juanjo non lo vedemmo più.

Non lo aspettate, non torna, ci urlò dalla finestra sua madre, ma io me ne accorsi che stava piangendo. Io da allora le patate non le ho mangiate più, mi ricordavano la fronte di Juanjo, e ne ero certo, erano state loro, se lo ingoiarono, non so come, ma è andata così. Avrebbero fatto sparire anche me, se avessi continuato a riempirmene lo stomaco. Si sarebbero arrampicate dall’interno, fino a divorarmi. E allora smisi. Basta patate. Mi rimasero i sogni.

Dei sogni non si deve aver paura. Eravamo una famiglia agiata, mio nonno era stato il capitano di una nave. Ma la Spagna non ne voleva sapere di uscire dalla crisi. Le fabbriche chiudevano, 600.000 disoccupati nel 1931, scioperi, agitazioni contadine, dimostrazioni studentesche, il re Alfonso che fugge all’estero. E io? Io gioco a calcio per strada, nella mia strada. Così, mentre i festeggiamenti per la repubblica sembrano non finire mai, mando il mio piede sinistro a sbattere contro una pietra. La conoscenza del dolore. A casa non raccontai niente. Mi dicevo: Ricardo, siediti e stai zitto, muto, non devono accorgersene. Ma dopo tre giorni il piede si gonfiò, a quel punto era impossibile nasconderlo. Mia madre corse da mio padre Enrique. Gridò: Ricardo tiene el pié como una sandìa, Riccardo ha il piede come un’anguria. Mio padre faceva il medico, lavorava alla Plaza de Toros di Barcellona. Mi raccontava che Belmonte, uno dei toreri più famosi di Spagna negli anni Venti, era stato trafitto più e più volte, e un pomeriggio dovette suturarlo con le sue mani. Da allora, a ogni Natale, quello gli mandava una bottiglia di vino, anche se a mio padre il vino non piaceva. A mio padre piaceva solo farsi obbedire da me.

 

Fu lui a intervenire sull’ascesso purulento, con un piccolo bisturi. Lo affondò, mi diede un’occhiata e svenni. Quando mi risvegliai gli dissi: Nunca màs, non gioco più, niente pallone, slegai il cordoncino di lana dalla palla e tirai gli stracci contro il muro. Lo resi l’uomo più felice del mondo, sognava che prima o poi lo avrei seguito, che sarei diventato il dottor Ricardo Zamora. Mi facevano trascorrere pomeriggi interi piegato in due sui libri. Studiavo e mi tenevo in forma con la boxe. In palestra erano convinti che prima o poi sarei finito in Francia, si guadagnava bene con la boxe in Francia. Nuotavo, correvo, giocavo alla pelota, eppure dentro questa testa qui c’era ancora il calcio. Il calcio e le patate di Juanjo.

Senza dir niente a mio padre, don José Tallada mi portò all’Espanyol. Era una squadra ricca, già comprava calciatori stranieri. Aveva vinto tre volte il campionato di Catalogna, un anno ancora e sarei stato il titolare. Mi fecero giocare la prima partita a Madrid. In viaggio ridevano tutti dei miei pantaloni corti, cosa potevo farci, lunghi non ne avevo mai portati. La partita finì uno a uno, ai miei compagni sembrò un risultato quasi incredibile, pareggiare col futuro Real Madrid. Un giornale scrisse: “In campo c’era un ragazzino che si chiama Zamora. Ha giocato con la naturalezza con la quale si potrebbe bere un bicchier d’acqua”.

Non avrei più fatto il dottore come mio padre, ma come lui avrei usato le mani. Le mani, mentre tutti usavano i piedi.

Non mi piace restarmene incollato a questa linea di gesso, non mi piace restare al riparo sotto la traversa. Una traversa non è un tetto. A me piace l’orizzonte, mi piace uscire, mi piace volare. Mi piace correre incontro al centravanti, anche con i piedi quando serve. Mi piace che i compagni si sentano protetti. Mi piace che gli avversari si sentano minacciati. Hanno messo in giro la voce che io li ipnotizzi, quando siamo faccia a faccia. Vuoi sapere? Stronzate. Sono loro che pensano: adesso Zamora me la prende, adesso Zamora me la prende, adesso Zamora me la prende. E allora succede che io la prendo. Non sanno che con la loro paura, la palla me la stanno consegnando.

Ho il mio cappello di pezza, lo metto per ripararmi dal sole, o dal fango. Hanno cominciato a portarlo anche gli altri portieri. Ho inventato uno stile. Paro coi gomiti. Ho inventato il coraggio. Quando mi lancio sui piedi degli attaccanti, si alza la polvere e dalla polvere esco con la

palla tra le mani. La stampa italiana mi chiamava Il Miracoloso, per gli spagnoli ero Il Divino. Pochi mi hanno visto giocare, tutti mi conoscono. Le prime fotografie, sulle copertine dei settimanali, celebravano noi portieri. Una volta in Sudamerica, per il maltempo, dovemmo spostarci da Santiago a Mendoza. Gli aerei non volavano, attraversammo le Ande tra l’Argentina e il Cile a dorso di un mulo. Arrivammo a un rifugio e spuntò un bambino con la mia foto ritagliata da un giornale. Ehi, Zamora me la firmi?

Non lo dite che è un privilegio, poter usare le mani. Un portiere è solo contro la folla, la folla vuole i gol, lui glieli nega. Il privilegio nella vita è passare inosservati, scoprire che di te non s’è accorto mai nessuno e che hai vissuto un po’ come volevi, al buio, in fondo a un viale. La gente dice: non esistono che due portieri. San Pietro in cielo e Zamora sulla terra. Sarà per questo che mi piace entrare nelle chiese vuote, mi piace guardare Cristo con le braccia spalancate sull’altare, sembra un portiere pure lui, immobile, intento a parare i peccati del mondo.

 

rime Por ti, Ricardo | en que fundó la aurora del fútbol español su luz crecida | vayan laureles a flanquear tu vida | héroe del estadio ayer y ahora | Y sea, ante el clamor de goleada | paz triunfal de paloma estirada | Yo te saludo como siendo niño | con esa admiración ingenua y grave | en la que cabe noble envidia | y cabe orgullo propio | y filial cariño | pues que nos dabas, ante cada hazaña | la deportiva comunión de España – di pedro montón puerto

Gianpiero Combi

 

Tutti noi della Nazionale italiana ci presentammo intorno al letto di Ceresoli. Meazza, Rosetta, Orsi, io. Il ct Pozzo sperava in un angolo, in silenzio, poi in ospedale arrivò il medico e Pozzo smise di sperare. Toccò il braccio sinistro al portiere dell’Inter e disse che era rotto. L’omero. Spezzato. Se lo era fratturato in allenamento per parare un tiro di Pietro Arcari. Lanciandosi. Del resto si buttava anche quando non serviva. Ceresoli non parlò, lo fece Pozzo al posto suo, mi guardò e sussurrò che sarebbe toccato a me. Lo disse in piemontese. Mancavano 12 giorni ai Mondiali e io, Gianpiero Combi, mi misi a piangere.

Toccò a me la maglia da portiere della Nazionale che giocava in casa. Il Mondiale fascista. Il Mondiale da vincere. A me, che avrei voluto lasciare il calcio dopo il quinto scudetto vinto con la Juve, il quarto di fila, un mesetto prima. Pozzo mi aveva convinto a rimandare. Per mettermi in forma mi allenavo dieci ore al giorno. Avevo 15 anni di carriera con la Juventus alle spalle e 10 di Nazionale. Ma mi facevo sempre male. Perciò il Ct mi aveva preferito Ceresoli, e io alla fine mi ero lasciato andare. Alzai la Coppa Rimet e lasciai. Avevo 32 anni e ci tenevo a chiudere in bellezza. Quarantanove giorni dopo il Mondiale salutai pure la Juventus, 2-1 all’Admira Vienna, poi basta, a casa, per sempre. Volevo sfuggire alla sorte di quei vecchi attori che si concedono la serata d’addio. 

Mio padre possedeva a Torino una piccola industria di liquori. Mi voleva in ditta già da ragazzino. Io avevo fatto sempre di testa mia, con gli amici andavo a giocare a calcio ai giardini di Porta Susa. Mi chiamavano Fusetta, significa fulmine, lampo, petardo. Un giorno i miei chiusero il fusetta in un collegio. Fino a Pinerolo mi mandarono. Uscii di lì solo per andare a fare un provino col Torino. “Non ha stoffa”, dissero. Tentai con la Juve. Mi presero.

All’inizio ero un disastro, nelle uscite non sono mai stato un fenomeno. Mi allenavo nel cortile di casa: calciavo la palla contro un muro e la bloccavo con le mani. Portavo le ghette e i capelli lunghi. In campo indossavo un maglione a collo alto, pantaloni di fustagno confezionati su misura e imbottiti ai fianchi, due tasche in cui infilare mani e sigarette. Nell’intervallo me ne fumavo sempre almeno una. Si sapeva che soffrivo il freddo. Nessuno invece seppe mai il nome del mio sarto.

Combi, Rosetta, Caligaris. Noi tre siamo stati una litania prima di Sarti, Burgnich e Facchetti. Dopo la vittoria Mussolini ci chiamò a palazzo Venezia. Starace venne incontro alla Nazionale e disse: “Bravi ragazzi, grandi, avete onorato eccetera eccetera, ora il duce vi riceverà, vuole farvi un regalo, ditegli cosa desiderate”. La federazione ci aveva pagato 20mila lire. Borel chiese un diploma, chi lo sa perché, era una sua fissazione. Io ero per una tessera ferroviaria a vita, viaggiare è molto meglio che passare per un uomo colto, si imparano più cose. Il regalo promesso fu uguale per tutti, una foto del duce con autografo. Detto fra noi, a casa non arrivò mai. Per otto anni, non era mai arrivato neppure lo stipendio, e mai l’avevo chiesto. Ero diventato professionista, se così si può dire, solo quando i miei volevano che partissi per l’America, a curare gli affari di famiglia dall’altra parte dell’Oceano. Non fatevi domande sulla distilleria e il Proibizionismo. Non andai. Ne parlai alla Juve, mi diedero dei soldi e mi regalarono una macchina, una 501. Ma pretesi di non essere ricompensato, quando della Juve diventai dirigente, con Umberto Agnelli. Per la Juventus avevo giocato con tre costole rotte, una volta, mi pare col Brescia, svenivo ogni tanto dal dolore e l’arbitro interrompeva il gioco, il massaggiatore veniva a tirarmi su con degli impacchi gelati dietro la nuca, e si ricominciava. Contro la Cremonese avevo una vertebra incrinata, me ne rimasi appoggiato al palo tutte le volte che la palla era lontana. Ho giocato con l’itterizia, con i polsi rotti, con le dita fratturate, con il setto nasale deviato. In uno scontro con Caligaris mi ruppi un braccio e perdevo sangue da un orecchio, lesione della tromba d’Eustachio. Ero come un burattino che cadeva e che mi rimettevano in piedi ogni volta, ma al malocchio non ho creduto mai. Ecco com’ero, per questo non potevo prendere soldi dalla Juve per starmene dietro una scrivania. Qualcuno l’ha fatto. Qualcuno lo fa. Non io, non potevo. Io ero Gianpiero Combi.

 

«Tutte le cause a cui fu chiamato le ha servite con fedeltà ed onore»

dall’orazione funebre di Vittorio Pozzo, 1956

 

La finale

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Il ciclopico pannello e il fragore di un uragano

di nino cantalamessa, il Littoriale

 

Alle ore 15 le chiazze bianche, sulle scale, sono già assai scarse, mentre fuori, dal viale Parioli, dal viale Tiziano e dalla Flaminia, tre enormi serpenti d’acciaio, fragorosi e multicolori, si snodano lentamente per confluire presso la marmorea mole a rovesciarvi dentro il loro sciamante carico umano. E le chiazze bianche scompaiono una ad una, sommerse dal flusso costante e instancabile di migliaia e migliaia di esseri che arrivano da ogni parte chissà di dove, in automobile, in motocicletta, in bicicletta, a piedi. Tutto il globo e tutte le classi sociali son qui rappresentati.

Ore sedici. Come per opera di un ciclopico pennello, il colore della folla s’è disteso sulle gradinate, sugli spalti, nei vasti recinti del prato, lungo i corridoi fiancheggianti il campo.

Ore sedici e quarantasette: compare il Duce. Il rombo dell’aeroplano che incrocia a bassissima quota sulle nostre teste è annientato di colpo da un’ovazione che scoppia come la bordata di una corazzata.

Il clamore della folla è come il fragore d’un uragano sull’oceano in tempesta. L’enorme massa scura è scattata in piedi, fremente, frenetica, marezzante come una distesa di grano sotto l’impeto del vento.

Decine di migliaia di fazzoletti sventolano sulla folla: si pensa a una miriade di candidi colombi che stia per librarsi in volo. È la gratitudine di cinquantamila anime per Colui che ha sempre indicato agli Italiani, da vent’anni, la via della vittoria; e non si è sbagliato mai.

 

Oh, questi so’ forti

di anonimo, La Stampa

 

Bella compagine, quella boema. Essa ha l’unità e la coesione garantite dal fatto che tutti gli elementi che la compongono provengono da due sole squadre: sette uomini dello Slavia e quattro dello Sparta di Praga. Essa ha l’esperienza, l’abilità, la scaltrezza assicurate dall’anzianità dei suoi giocatori; tutti elementi di lunga carriera internazionale, tutte volpi vecchie, tutta gente che conosce il mestiere a menadito. Come gioco di squadra, come coesione pura, occorre dire che l’undici boemo fu superiore a quello italiano in notevoli periodi dell’incontro. Vi fu un momento del secondo tempo in cui i cechi soggiogarono quasi i nostri rappresentanti con la loro attività, basata su trame miti e passaggi fitti. A metà campo manovravano e avanzavano in modo da rappresentare una seria, serissima difficoltà il fermarli. Aveva il suo tallone d’Achille, questo tipo di attività, nel fatto che il gioco veniva eseguito prevalentemente in lirica, e con caratteri di uniformità e monotonia quasi. Sempre la stessa cosa, sempre la stessa impostazione, sempre la stessa esecuzione. L’unità cecoslovacca è di elevato valore tecnico. Il suo capitano e portiere è, non nel fisico ma proprio nel valore tecnico, un colosso. Lo si diceva in decadenza. Ieri egli lasciò a un certo momento l’impressione di essere altrettanto imbattibile quanto era apparso Zamora nel primo incontro di Firenze. Fu la sorte degli «azzurri» nel campionato del mondo in quanto a portieri, questa: sfuggiti dalle grinfie di Zamora, capitare in quelle di Platzer; evitato Platzer, cader nelle mani di Planicka. Per una ventina di minuti vi fu seriamente da temere del risultato.

 

Non invano si è sofferto

di anonimo, Corriere della sera

 

Animati dalla presenza del Duce i calciatori italiani conquistano il campionato del mondo” –  Mussolini premia tra le acclamazioni della folla le valorose competitrici e la squadra tedesca terza classificata. Due goals a uno in due ore di giuoco fra l’entusiasmo di 40.000 persone

L’ultimo traguardo è stato raggiunto. I calciatori italiani hanno superato anche i Cecoslovacchi, hanno vinto alla presenza animatrice del Capo la Coppa del Duce e sono oggi campioni del mondo. Il sogno accarezzato per lunghi anni si è dunque realizzato. Non invano si è combattuto, si è lottato, si è sofferto: la grande meta è finalmente conquistata. Solo un mese fa le nostre stesse folle, i nostri stessi critici, gli appassionati, guardavano ai campionati del mondo con malcelato scetticismo. I giocatori parevano stanchi, sfiduciati. Gli anziani sembravano finiti sulla sconfitta di Torino, i giovani non riuscivano a rimpiazzare i vuoti. Si era arrivati a organizzare la più grandiosa manifestazione dei tempi nostri: ma si temeva di non avere una squadra capace di affrontare con possibilità di successo una battaglia così dura. Qualcuno al di là dei confini ci osservava, sorridendo, e già pronosticava il fallimento sportivo e finanziario di un torneo ideato e lanciato con grande ardimento.

 

Una contentezza che trabocca impetuosa

di nino cantalamessa, il Littoriale

 

Tempi supplementari. Interminabili momenti di trepidazione, cuori sospesi, denti stretti. Poi il punto della vittoria. E ora, che accade? Noi non sappiamo descriverlo. Non è la gente che grida, ma sono migliaia di altoparlanti che megafonizzano voci di ciclòpi; non è la folla che si alza e si agita, in una frenesia di gioia, ma è lo Stadio stesso che si muove e freme e ondeggia e squassa l’enorme criniera umana che lo ricopre. È una contentezza che trabocca impetuosa e rapida come la spuma di una fenomenale bottiglia di sciampagna. Italia, Italia, Duce, Duce! I due nomi risuonano da un capo all’altro, fusi in un grido solo, indissolubili. Per l’Italia, nel nome del Duce, gli azzurri hanno vinto. Questi centoventi minuti di spasmodica tensione nervosa, di elettricità balenante, di erompente entusiasmo, si sono conclusi con l’apoteosi tricolore. Nella chiara soavità del vespero, mentre echeggiano le strofe che esaltano il valore e la gloria di nostra stirpe, c’è chi rievoca il volto della sua Patria lontana.

 

Il gol decisivo | Meazza si scontra con Krcil, resta a terra un minuto, si rialza azzoppato. Ancora una volta l’uomo zoppo, senza perdita di tempo, ha creato l’occasione del goal. Il goal della vittoria finale. Meazza si rialza, si sposta all’ala, centra. Raccoglie Guaita il quale, visto Schiavio in buona posizione, lo imbecca di precisione in profondità. Schiavio supera Ctyroky, tira: Planicka sfiora la palla, ma non può fermarla: il pallone batte sul palo interno, rimbalza in rete. L’Italia è in vantaggio, non sarà più raggiunta. di p.l.t., il Littoriale, 11 giugno 1934 

 

La squadra ideale secondo la Gazzetta dello sport (3-4-3)

Zamora (Spagna) – Monzeglio (Italia), Monti (Italia), Quincoces (Spagna) – Wagner (Austria), Meazza (Italia), Bertolini (Italia), Nejedly (Cecoslovacchia) – Guaita (Italia), Schiavio (Italia), Orsi (Italia)

 

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A cura di Angelo Carotenuto.

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