Il peso che ha l’Europa nello sport

L’Europa vanta una esperienza politica gloriosa e dolorosa

Ci sarà bisogno di entrambe le cose nel mondo a venire

Michail Gorbačëv

 

Il nuoto da domani a Roma e altri sette sport a München, accorpati in calendario come succede da qualche anno in una specie di festival di tutti i campionati europei, fino al 21 agosto: ciclismo su pista e su strada, arrampicata, ginnastica, tennis tavolo, beach volley, canoa, fino alla regina atletica [dal 16]. Un’altra occasione nell’anno post olimpico per misurare cosa rimane della centralità del Vecchio Continente nello sport, a due estati di distanza dal ritorno dei Giochi [Londra 2012-Parigi 2024], dopo le incursioni in Sudamerica e in Asia. 

 

L’EUROPA vista con la lente dell’ultima Olimpiade di Tokyo è un continente incapace di mettere un proprio paese fra i primi tre del medagliere. Non era mai successo nella storia. La Gran Bretagna chiuse quarta dietro USA, Cina e Giappone, a soli cinque anni dal secondo posto di Rio. L’ultima nazione europea con il primato di ori ai Giochi resta la CSI di Barcellona 92, la squadra che teneva artificialmente insieme alcune tra le repubbliche dell’URSS disciolta. La prima Germania unificata finì terza. È l’edizione più recente con due europee fra le prime tre. Per trovare due paesi che fossero primo e secondo, bisogna tornare a quattro anni prima, Seul 88, con l’URSS davanti alla DDR. Tredici mesi più tardi sarebbe caduto il Muro di Berlino, trascinando a terra il cartongesso delle pareti di certi laboratori dove la chimica gonfiava le medaglie. Non caddero tutti, avremmo poi scoperto.

 

Sono passati trent’anni da quei giorni di Europa dominante. È cambiata la geografia politica, sono stati ridisegnati i confini di molti ex imperi. È cambiata la geografia economica con l’ascesa dei capitali d’Asia e Medio Oriente. È cambiata la geografia culturale, da quando la Rete in digitale ha diffuso saperi e trasmesso competenze. Non c’è stato sport che non abbia messo puntini nuovi sulla propria mappa. Anzi no, uno c’è: la pallanuoto. Non è stato ancora mai giocato un Mondiale in cui dagli altri quattro continenti sia emersa una squadra da podio: 57 medaglie su 57 spartite tra i Balcani, il Mediterraneo e una strana culla del gioco senza sbocchi sul mare [l’Ungheria], 12 paesi in tutto, cinque di essi composti e scomposti dalla guerra in Jugoslavia. Una anomalia. È la sola eccezione nell’età del campo allargato. Se già si estende lo sguardo al panorama della pallanuoto femminile, l’Europa ha vinto i Mondiali solo 7 volte su 15. Dinanzi all’arrivo portentoso delle USA, non ci riesce più dal 2013.  

 

Quando il Resto del mondo cresce, l’Europa retrocede e abbandona i suoi avamposti. Nel ciclismo un francese non vince il Tour dal 1985, un belga dal 1976, un olandese dal 1980. Sono arrivate nel frattempo le prime volte di Australia e Colombia, di un’Europa meno classica come la Slovenia, di un britannico nato in Kenya, di uno nato in Galles e finanche di uno nato pistard. Ma in campo femminile la tradizione olandese ha vinto 6 degli ultimi 10 Mondiali su strada, proprio mentre gli uomini hanno distribuito la maglia iridata in 10 nazioni differenti negli ultimi 14 anni.

Il giavellotto degli scandinavi ha visto diventare campione del mondo un keniano che ha imparato la tecnica su YouTube [Julius Yego], campione olimpico un indiano [Neeraj Chopra] e un pakistano oro del Commonwealth l’altro giorno [Arshad Nadeem]. Il mezzofondo di Nurmi, Zátopek e Virén è diventato egemonia dell’Africa, con 15 ori olimpici su 16 negli ultimi trent’anni fra 5.000 e 10.000, sei su otto nella maratona.

I tuffi in cui gli avversari degli americani erano stati storicamente russi e svedesi, italiani e tedeschi, hanno premiato dal famoso 92 la Cina con 44 ori su 60. 

 

Vince chi si mette a studiare e ruba i maestri più bravi. Il Nuovo Mondo erode il Vecchio. I secchioni sono entrati nei feudi più inespugnabili. La scherma è da sempre una disciplina circoscritta all’Europa in maniera imbarazzante. Ha dovuto attendere 39 edizioni dei Mondiali prima di vedere un oro finire altrove, quello della spada femminile, andato alla cubana Taymi Chappé nel 1990, spezzando una catena di 278 successi su 278 distribuiti nel circoletto della solita manciata di nazioni. Dei 100 ori successivi, ne sarebbero sfuggiti solo altri cinque, tutti andati a Cuba. E poi? E poi negli ultimi vent’anni di cultura digitale, sono arrivati a un titolo la Cina nel 2002, gli USA nel 2005, il Giappone nel 2015, il Brasile nel 2019. Hong Kong ha vinto l’oro nel fioretto olimpico a Tokyo con Cheung Ka Long su Garozzo, il Venezuela nella spada a Londra con Rubén Limardo, la Sud Corea ha chiuso gli ultimi Mondiali come seconda forza dietro la Francia.

Agli ultimi due Mondiali di atletica, l’Europa ha sventato il sorpasso dell’Africa nel numero degli ori solo con l’ultima gara, tutt’e due le volte grazie al salto in lungo della tedesca Malaika Mihambo, simbolicamente figlia di un immigrato dalla Tanzania. 

 

Non è sempre una questione geografica che riguarda solo l’Europa, quanto una faccenda di roccaforti storiche che sotto l’impatto dei Barbari si sgretolano. Gli USA continuano a non vincere un oro olimpico nella boxe maschile dal 2004 e il titolo dei pesi massimi dal 1988 [Ray Mercer]. È da vent’anni che gli sfugge un titolo dello Slam nel tennis maschile, mentre in questo strano dopo-Serena ne hanno vinto appena 1 degli ultimi 18 tra le donne. Intanto benvenute alle ragazze dal Giappone e dal Canada, dalla Danimarca, dalla Lettonia, dalla Polonia.

L’Europa stessa, quando ricopre la parte dello studente che studia, ribalta piccoli mondi antichi: lo dicono con grande chiarezza in NBA i titoli di MVP della stagione vinti negli ultimi quattro anni di fila da un non americano: due volte Giannis Antetokounmpo, greco nato in Nigeria, e due il serbo Nikola Jokić. Abbastanza a sorpresa, il Mondiale di basket maschile è arrivato in Europa quattro volte su sei negli ultimi 25 anni, con 7 posti su 12 in finale, ma quello femminile, una volta spappolata l’URSS, manca dal 1983. 

Il calcio ha gettato i panni della decadenza addosso al pentacampeon Brasile. L’Europa non perde il titolo dal 2002 e nelle quattro edizioni successive ha preso per sé 7 posti in finale su 8. L’eccezione è stata l’Argentina 2014. Ma quando si sbircia l’albo d’oro di quello femminile, spunta ben altra scena. L’Europa non vince dal 2007 e da allora ha occupato in finale 1 posto su 6 [Olanda 2019]. 

Andiamo in campo, allora, Europa.

Andiamo in acqua, in pista, e facci vedere ancora chi sei. 

 

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CIO E DINTORNI: IL PESO POLITICO DELL’EUROPA

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Il comitato olimpico della Danimarca pubblica da cinque anni lo Sports Political Power Index, una classifica dell’influenza politica che le nazioni hanno nel campo dello sport, considerando quantità e qualità dei rappresentanti nei comitati esecutivi delle federazioni internazionali e al CIO.

Gli Stati Uniti sono ancora al primo posto ma rispetto al 2019 hanno perso 27 punti – il secondo calo più grande tra tutti i paesi nel triennio, dopo la Svizzera [-28]. È un perdita di sovranità tutto sommato sorprendente con Los Angeles 2028 in piena attività di preparazione. Al secondo posto – prima delle nazioni europee – c’è la Francia che aspetta Parigi 2024, ma a sua volta con un margine di vantaggio ridotto su chi emerge alle sue spalle. I paesi politicamente in crescita sono la Cina di Pechino invernale 2022 [+34 punti], l’Australia che ha ottenuto l’organizzazione di Brisbane 2032 [+30 punti] e il Giappone reduce da Tokyo 2020+1. [+28 punti]. La Germania resta tra le prime cinque nazioni europee ma è in calo costante dal 2013. La Russia ha perso l’8 percento dei punti. Progressi di Grecia, Repubblica Ceca e Turchia. Il Qatar dei Mondiali di calcio è vicino ai primi trenta posti.

L’Italia è il secondo paese europeo più influente, ma con una perdita di punti rispetto a tre anni fa. Il paese europeo con il maggior incremento è la Polonia, entrata nella top-10 del continente. 

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