L’isolamento di Tonga, senza nemmeno un pallone per giocare con il mondo

  ▻  L’unico cavo in fibra ottica che teneva Tonga collegata a Internet è stato riparato venti giorni fa. Il mondo digitale ha riaperto i suoi canali verso il Pacifico, a due mesi dall’eruzione del vulcano sottomarino Hunga Tonga-Hunga Ha’apai e dello tsunami generato. Tonga Cable e Digicel hanno riconnesso il tubo sottomarino che attraverso 800 km mette in comunicazione il regno polinesiano alle isole Fiji, a un altro pezzo di pianeta. Era l’anomalia descritta dallo scrittore Gabriele Romagnoli su Repubblica come la seconda anomalia di questa storia, l’altro cigno nero, cioè Tonga uscita dalla Rete. Nessuna immagine – raccontava a gennaio – in un presente che ne è sommerso. Nessuna parola sulla catastrofe, quando se ne spendono miliardi per raccontare nulla. Tonga è uscita dal tempo ed è rimasta in uno spazio diventato irraggiungibile. Ecco la condizione non prevista. Anche in pandemia non siamo stati mai veramente isolati: siamo apparsi, abbiamo fatto di quell’apparire il nostro puntino residuo sulle mappe, ci siamo collegati, abbiamo detto, letto, scritto, forse fin troppo. Fatichiamo ad ammettere che possa eclissarsi un individuo. Un cellulare staccato per oltre dodici ore innesca una caccia all’uomo, o alla donna. Abbiamo attirato nelle metropoli perfino gli eremiti, che stiano nell’attico e twittino ogni sera un pensierino. Figuriamoci una sparizione collettiva: centomila persone uscite di scena, scollegate

 

Resta scollegato il vecchio mondo analogico fatto di un piccolo pallone che rotola. La Nazionale di calcio di Tonga ha dovuto muovere un passo di lato. Non ce l’ha fatta a presentarsi alle qualificazioni per i Mondiali di calcio del Qatar che finalmente cominciano anche per l’Oceania. È l’ultimo continente a mettere la palla al centro, quando alla fase finale mancano appena otto mesi. Il covid aveva impedito finora l’organizzazione del torneo, la FIFA ha disposto un torneo in campo neutro. Prima partita in programma: ieri a Doha. Il preliminare. Ma Tonga non c’era. Ha lasciato via libera alle Isole Cook, adesso inserite nel girone con Isole Salomone, Vanuatu e Tahiti. Nel gruppo B ci sono Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Fiji e Nuova Caledonia. Si incrociano tra loro fino al 24 marzo, le prime due passano in semifinale. La finale del 30 marzo a Doha non dà l’accesso al Mondiale ma qualifica per un play-off interzonale contro la quarta del Centro-nord America, che a tre turni alla fine è Panama (oppure sarà Costa Rica).

 

     Tonga si è arresa a quello che è stato definito un disastro senza precedenti, a un’eruzione che ha fatto arrivare la colonna di fumo fino alla mesosfera, con una forza esplosiva quantificata in 500 Hiroshima secondo la NASA. Così potente da essere avvertita fino in Alaska, a 9 mila km di distanza, con onde acustiche registrate sull’Etna. Una fuoriuscita di petrolio è stata segnalata su alcune spiagge del Perù, due donne sono state travolte da onde anomale per un evento successo dall’altra parte del mondo.

Tonga non avrebbe giocato per andare ai Mondiali. Avrebbe giocato per esserci. Per il primo motivo per cui si gioca- che è sempre: per giocare. Con le Isole Cook, mmm, forse, chi lo sa. Restano l’ultimo avversario battuto dalla Nazionale, il solo nelle sei partite più recenti, 2-1 il 27 novembre del 2011. La federazione è nata nel 1965, il campionato nazionale quattro anni dopo. Vi partecipano otto formazioni in tutto. I campioni in carica sono quelli del Veitongo Football Club, ma si è fermato tutto, come nel 2020 del lockdown. Una misura che aveva messo al riparo le isole dal virus, covid free per mesi e mesi. Tonga sta facendo esperienza della pandemia solo ora, per la mescolanza con chi portava soccorso dopo lo tsunami, un contagio benedetto e maledetto insieme. Chissà che cosa davvero vuole dirci, questa storia di solitudine una volta cercata e un’altra volta subita, questa storia di promiscuità necessaria e inesorabile. 

 

  L’obiettivo della maggior parte dei tongani, compresi i membri del mondo del calcio, ora è quello di ricostruire le proprie vite e prendersi cura dei propri cari colpiti dal disastro

Franck Castillo segretario generale della federazione

 

Il calcio dell’Oceania arriva ogni tanto a noi sotto forma di piccole righe inzuppate nel folklore. Come quando l’Australia ha stabilito il record mondiale di gol facendone 22 proprio a Tonga nella partita di apertura delle qualificazioni ai Mondiali 2002. I signori del pallone di Sydney e Melbourne ancora frequentavano i loro vicini, prima di farsi aggiungere ai tornei dell’Asia. Dove il tasso di competitività è più alto, ma dove la qualificazione al Mondiale è diretta e con quattro posti a disposizione, più un quinto per gli spareggi. Quella volta Tonga era in campo con uno schema che i pochi osservatori internazionali concordano nel definire un 10-0-0. Il 21esimo gol glielo aveva segnato la riserva Con Boutsianis, vincolato a un contratto di buona condotta, due anni dopo aver ammesso il suo ruolo in una rapina a mano armata. Qualche giorno più tardi, l’Australia migliorò il suo primato arrivando a 31 contro le Samoa americane. C’è un documentario sulla partita dal punteggio più pazzo mai registrato, si chiama Next Goal Wins e sta per uscire il film, con la regia di Taika Waititi, il genio che ha pensato Jojo Rabbit

Il Ct tongano Gary Phillips criticò gli australiani per aver fatto tornare otto professionisti dai campionati esteri. «Non vedo il senso della presenza di queste superstar. Se sommate il valore della Nazionale australiana di calcio e lo dividete per cinque, avrete il valore dell’intera economia tongana». Eppure, questo sarebbe il bello dello sport e il mistero di quella cosa che chiamiamo mescolanza, dal giorno in cui Tonga debuttò e ne prese otto da Tahiti, 29 agosto 1978. Il resto del pianeta aveva già organizzato undici Mondiali. Noi avevamo visto Pelé, l’utopia dell’Olanda e il tramonto della grande Ungheria. Loro davano il primo calcio a un pallone. 

 

Solo nel 1984 Tonga sarebbe arrivata per la prima volta ai Giochi olimpici e nel 2014 pure a quelli invernali, nello slittino con Bruno Banani, all’anagrafe Fuahea Semi, figlio di un coltivatore di manioca. Cambiò il nome prendendo quello dell’azienda di biancheria intima e profumi, che in cambio lo sostenne economicamente. Come se io da domani mi facessi chiamare Italo o Angelo Apple per finanziare Slalom (pss, gente: capito, no?).

L’unica medaglia olimpica di Tonga è arrivata finora dal pugile Paea Wolfgramm, pesi massimi, 1996. Perse in finale contro Vladimir Klitschko e quando passò professionista combatté per il titolo mondiale WBC. Perse. Ancora contro Klitschko. 

Il più famoso tongano di tutti resta Pita Nikolas Taufatofua, quel signore che alle cerimonie d’apertura vedete sfilare a torso nudo. Ha gareggiato nel taekwondo a Rio 2016 e come sciatore di fondo alle Olimpiadi invernali di PyeongChang 2018. Sempre con il petto in fuori. 

Aveva genitori tongani il più grande giocatore di rugby di tutti i tempi, Jonah Lomu. Quando con la maglia degli All Blacks dovette sfidare la Nazionale delle sue origini ai Mondiali del 1999, disse che si trattava dell’esperienza più dolorosa, sapendo che i suoi genitori l’avrebbero vista in tv. «So che papà farà il tifo per i tongani e mamma per noi». Segnò due mete, vinsero 45-0. «Penso che molte persone – aggiunse alla fine – trascurino le Isole del Pacifico, c’è un tale mix multiculturale qui». Mischia, è così che la chiamano nel rugby. 

 

figurine Un tongano in Italia 

Viliami Vaki, ex flanker della nazionale delle Tonga, lavora al Valorugby di Reggio Emilia come vice allenatore. Qualche giorno fa ha parlato del suo Paese con Marco Ballabeni del Resto del Carlino. «I problemi principali attualmente sono la pandemia, che è appena arrivata e che sta costringendo la gente a un full lockdown, e la difficoltà nelle comunicazioni; il segnale spesso manca. Anch’io sono stato a lungo senza poter sentire la mia famiglia».

  ➣  Stanno bene? «Sì, è tutto a posto. Ora, come detto, la preoccupazione è la pandemia, ma la gente ha risposto bene e il 98% ha già fatto anche la seconda dose di vaccino».

  ➣  Il maledetto virus è stato portato involontariamente dai soccorritori? «Sì, era stato messo in preventivo: non si poteva fare a meno dei soccorsi e allo stesso tempo si sapeva che facendoli entrare sarebbe stato quasi impossibile che non riuscisse a infiltrarsi anche il virus».

  ➣  Servono ancora le donazioni individuali? “Se si vuole sì, perché là ci sono ancora tante persone rimaste senza casa».

  ➣  I suoi bambini, entrambi piccoli rugbisti, sono mai stati alle Tonga? «No, hanno sempre vissuto a Reggio. Mi piacerebbe portarli un giorno, quando tutto questo brutto periodo, inclusa questa guerra, sarà finito».

 

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