Lo sport e la cultura delle scommesse: gli scandali non possono stupire

 

 

La riflessione del WSJ sul caso NBA

Era il più prevedibile tra gli eventi prevedibili. Non appena l’industria sportiva americana ha spalancato le porte degli spogliatoi al business del gioco d’azzardo — e diciamolo chiaramente, non si è limitata ad aprire le porte, ma gli ha messo un’uniforme – quando ha fatto campagna per la sua legalizzazione, quando ne ha celebrato l’appeal per i consumatori, quando ha incassato i dollari dei colossi del betting desiderosi di conquistare il mercato — il momento Captain Renault di Casablanca era destinato a verificarsi. Così scrive Jason Gay nella sua analisi del caso NBA sul Wall Street Journal.

Un giocatore NBA inserito nella Hall of Fame, diventato allenatore, coinvolto in un’indagine federale sul gioco d’azzardo. Un giocatore NBA attivo, anche. Scioccante? Neanche per sogno. Non potevo essere l’unico a seguire quella conferenza stampa drammatica, pensando alla quotidiana invasione da parte del mondo del betting — pubblicità, pubblicità e ancora pubblicità — e a chiedermi: ma cosa si aspettavano?, annota Gay.

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Chauncey Billups e Terry Rozier non sono pionieri di qualcosa. Il WSJ fa notare che non passa una settimana senza notizie su un atleta o su una figura collegata allo sport accusata di collusione con il gioco d’azzardo. A volte sono professionisti. Spesso sono liceali. Sono di solito nomi sconosciuti, giovani promesse o ex coinvolti in qualcosa che non avrebbero dovuto. È regolare come la pioggia, sottolinea Gay. Se hai cominciato a puntare da ragazzino, prima di entrare nello sport da professionista o aspirante tale, diventa complicato smettere solo perché adesso ci sei dentro, dall’altra parte della scommessa. 

Poi c’è il fenomeno della violenza sui social contro atleti innocenti, presi di mira dai giocatori d’azzardo — un’epidemia esplosa con il boom delle app di scommesse e che più di tutti conosce il tennis. Entrate in qualsiasi spogliatoio del pianeta – scrive Gay – e vi assicuro: troverete giocatori esausti, stanchi di essere tormentati da scommettitori arrabbiati per debiti di gioco. Sono stati minacciati per passaggi sbagliati e tiri mancati. Hanno avuto minacce dirette alle loro vite e a quelle dei familiari. Le atlete donne sono particolarmente prese di mira.

I giocatori lo denunciano da anni. Leghe e organismi dicono di essere preoccupati, forse non abbastanza perché non cambia niente. È un mondo che spiega ogni cosa con il bisogno di denaro e di nuove fonti di guadagno. Una volta sono le scommesse, un’altra volta i Mondiali a 64 squadre, oppure Milan-Como a Perth. Nessuno sport ha potuto resistere a questa corrente — nemmeno quelli che avevano giurato di evitare qualsiasi contatto con il betting. Collegiate, media sportivi, influencer: tutti ci guadagnano, fa notare il Wall Street Journal, che non è proprio un foglio dove si inneggia alla decrescita felice ignorando i valori del capitalismo. Hanno preso i dollari – scrive Gay – sapendo benissimo che il pubblico più ricettivo — i giovani uomini — è anche il più vulnerabile al gioco problematico. I loro spot sorvolano sui rischi con frasi sussurrate sulle hotline di aiuto. Usano l’eufemismo sports gaming. Ma il gioco d’azzardo è gioco d’azzardo

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Il caso Billups-Rozier mostra che anche atleti multimilionari, al vertice della loro carriera, possono essere coinvolti. Billups guadagna oltre 25 milioni a stagione. L’indagine federale e le accuse sono l’ennesima dimostrazione che il gioco d’azzardo non distingue tra livelli e stipendi. “Siamo troppo immersi. Il denaro è ovunque — nei mobili, nei muri, nei cavi, nei tubi, ovunque. Il gocciolare degli scandali continuerà, le leghe puniranno e proporranno riforme, ma la decisione è stata presa: metti i soldi in tasca e accetta le conseguenze”, chiude Gay. Il mondo dello sport ha scommesso sul fatto che il gioco d’azzardo fosse parte dell’intrattenimento, un rito apparentemente innocuo, finché non mostra il suo lato oscuro. Il punto è che lo mostra sempre. Era il più prevedibile dei prevedibili eventi.

Lo sport e gli sporcaccioni

Robert O’Connell e Louise Radnofsky, sempre sul Wall Street Journal, ricordano che il commissioner Adam Silver è stato uno dei primi sostenitori della legalizzazione delle scommesse. Dopo gli arresti di questa settimana, la sua lega è entrata in crisi esistenziale. È impossibile guardare una partita di NFL o MLB senza vedere pubblicità di società di gioco d’azzardo durante le pause pubblicitarie. Quando un confronto in un programma mattutino di punta di ESPN ha discusso del caso, la rete si è affrettata a rimuovere una pubblicità per il bookmaker ESPN Bet dalla parte inferiore dello schermo. Ma alimentare la crescita delle scommesse sportive comportava rischi come quelli che sono esposti nelle incriminazioni di questa settimana.

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Su Sky Sport Insider, Flavio Tranquillo parla di sport al bivio. Cuce insieme il caso della NBA con l’arresto dell’arbitro serbo Nikolic, ma pure con l’assalto al pullman dei tifosi di Pistoia e l’omicidio di uno degli autisti, con l’amministrazione controllata della Juve Stabia. Scrive: Pretendere di separare lo sport dal crimine (economico o non, organizzato o meno) è, nella migliore delle ipotesi, un comportamento infantile. Proprio come lo sarebbe pensare che la devianza, origine del crimine, sia riducibile a zero. Resta però urgente anche l’esigenza di guardare criticamente all’avvicinamento sistematico da parte di crimine e potere oscuro al mondo dello sport. Se davvero lo sport volesse proteggere il proprio territorio, condizionale, dovrebbe, altro condizionale, porsi la questione con diversa incisività e proattività. Non dal punto di vista dell’ordine pubblico o del contrasto alla criminalità (che non gli compete se non indirettamente) ma da quello dei finanziamenti e della cultura. La prima questione viene invece ‘risolta’ con l’orrendo assunto pecunia non olet (nonostante l’odore nauseabondo che proviene da certo denaro). Quanto alla seconda, nel migliore dei casi si procede con qualche manifesto e qualche convegno. Così si configura una specie di “favoreggiamento‘, che pur con tutte le virgolette del mondo riguarda tutti noi (in primis chi scrive)

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