
Ci sono stati ventinove derby da Grande Slam per il tennis italiano, il trentesimo è una di quelle partite che viene chiamata un confronto di stili. Se non esistesse intorno a Jannik Sinner un tale plebiscito di simpatia e di consensi, la faglia che divide il suo gioco da quello di Lorenzo Musetti sarebbe perfetta per costruirci sopra un dualismo di senso compiuto.
Ma nel trasporto nazional-popolare per Sinner c’è molto di più dell’apprezzamento oggettivo per la tecnica o per l’agonismo di un campione. Nel trasporto nazional-popolare per Sinner c’è la richiesta disperata di una supplenza, l’esigenza di trovare da qualche parte un polo verso cui orientare l’ago della bussola del tifo acritico. Appartenere a qualcosa, a qualcuno, per ricevere in dono il riflesso di una storia gloriosa.
Sinner è arrivato a colmare il vuoto di una Nazionale di calcio che non gioca i Mondiali dal 2014 e non passa i gironi da vent’anni, ma anche [o forse soprattutto] per compensare una rarità di successi che attraversa le grandi masse di fedeli dei grandi club. La Juventus è senza scudetti dal 2020, il Milan ne ha vinto uno in 14 anni, l’ultima Champions italiana è del 2010, mettiamoci pure la Ferrari che manca il Mondiale piloti dal 2007.
Questo c’è dietro il fenomeno Sinner. Qualche giorno fa su The Athletic James Horncastle faceva notare che si tratta del primo sportivo italiano dalla seconda metà del Novecento in poi che non deve fronteggiare la concorrenza di un eroe del calcio. Marco Pantani vinse Giro e Tour quando in serie A esercitavano Zidane. Ronaldo e Batistuta, Cesare Maldini non sapeva se portare ai Mondiali Del Piero o Baggio. Valentino Rossi era invincibile quando Milan e Juventus giocarono un derby per una finale di Champions, e quando Marcello Lippi fece il miracolo a Berlino. Alberto Tomba fermò il festival di Sanremo, ma il Milan di Sacchi, Maradona a Napoli e i tedeschi all’Inter erano ottimi distributori di gioia primaria. Perfino due giganti come Coppi e Bartali hanno avuto tra le ruote delle loro biciclette Valentino Mazzola e il Grande Torino.
Sinner no. A disposizione di Sinner c’è una platea di fedeli senza una chiesa. Se non ci fosse tanto bisogno di far palpitare il cuore da qualche parte, stasera Lorenzo Musetti potrebbe essere come il Mazzinghi di un Nino Benvenuti, come Saronni per Moser, potrebbe provare a dividere – poniamo – per gusto, per romanticismo, anche solo per capriccio. Potremmo avere la nostra Wilander vs Edberg. Probabilmente non è così, forse non ce lo possiamo permettere. Una vittoria di Musetti stasera sarebbe soprattutto il racconto di una sconfitta di Sinner.
Giulia Zonca su La Stampa dà una lettura diversa di questo dualismo anomalo, questa rivalità sotto anestesia. Scrive che Musetti e Sinner “rappresentano lo stesso mondo e non spaccano il Paese in due. Hanno una formazione identica, genitori simili, usano concetti che si somigliano, gesti analoghi. Nemmeno la geografia li distingue così tanto: nella provenienza, certo, ma non nelle abitudini. … Con Tortu e Jacobs ci si è spinti fino allo spionaggio in una storia che diventa sempre più truce, non tanto per le posizioni degli atleti quanto per tutto quello che girava lì intorno. Trovarsi davanti a Sinner-Musetti è disintossicante. Un po’è merito loro, un po’, per fortuna, stiamo cambiando noi: ci si stufa di spaccarsi in qualsiasi occasione. La partita sarà a notte fonda però questo Sinner-Musetti guardiamocelo placidamente, idealmente, insieme. Giusto per staccare la corrente della discordia, al prossimo derby si vedrà”.
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Tazio Nuvolari e Achille Varzi. Fausto Coppi e Gino Bartali. Gianni Rivera e Sandro Mazzola. Nino Benvenuti e Sandro Mazzinghi. Gustavo Thoeni e Piero Gros. Francesco Moser e Giuseppe Saronni. Gianni Bugno e Claudio Chiappucci. Manuela Di Centa e Stefania Belmondo. Max Biaggi e Valentino Rossi. Elisa Di Francisca e Valentina Vezzali. Le parole d’autore per i più grandi dualismi dello sport italiano
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“È l’arma letale di ogni gioco: la rivalità. Quel non volersi piegare all’altro: ma soprattutto al vicino, a quello che ti sta a fianco, all’amico per contratto. Perché tutto brucia di più se davanti hai un collega di scuderia. Diventi irrazionale: scansati, ora, adesso. Il compagno di squadra si sopporta, si detesta e si tradisce. Perché l’altro appunto ti vive come un nemico in casa, un incubo domestico. La rivalità è più terribile da sopportare e da consumare quando è per così dire incestuosa: stessa squadra, stessa palestra, stessa città, stessa infanzia, quasi stesso letto. Ha senso perdere l’oro da una vicina di casa?” – di emanuela audisio, la Repubblica, la Repubblica, 25 agosto 2014
Repubblica ha trovato tuttavia un cuore che batte per Musetti nella scrittrice Elena Stancanelli. Mentre Paolo Garimberti si schiera nella metà campo di Jannik [“rivivo l’amore per Federer”], lei dice a volto scoperto e sprezzante del pericolo che “ci sono giocatori che somigliano a Terminator, il cyborg programmato per uccidere, e nessuno di noi vorrebbe averli come avversari. Altri che sembrano invece D’Artagnan, per come manovrano la racchetta ma anche per il modo in cui ti aspetti che alla fine si inchinino per ringraziare il pubblico. Non si tratta di scegliere tra il passato e il futuro, ma tra un killer e un moschettiere. Io sto sempre dalla parte dei moschettieri”.
Gaia Piccardi sul Corriere della sera costruisce un gioco di contrasti nel quale “Lorenzo ama camminare da solo per le strade di Manhattan, è un rito che lo fa sentire bene” mentre “Jannik appena può si rintana nella suite di un albergo dirimpetto al MoMa che, per discrezione, gli somiglia: non ha insegna, si confonde tra gli edifici”. E in chiusura di pezzo racconta cosa piace di questi due ragazzi italiani a Flushing Meadows. “Gli americani non distinguono tra football, basket, baseball, wrestling o tennis. Il silenzio mentre si gioca è un optional non previsto dal regolamento. Di Jannik apprezzano la violenza da videogioco di guerra, mitigata dalla timidezza del ragazzo introverso di montagna, cittadino del mondo quasi controvoglia; di Lorenzo l’eleganza del gesto, il menù dei colpi, l’idea che sia un’anima troppo sensibile per questo ambiente di picchiatori, come fosse un panda da proteggere”.
Stefano Semeraro su La Stampa ricorda che su questo campo dieci anni fa Flavia Pennetta e Roberta Vinci giocarono anche loro un derby, per giunta era una finale. Ha scritto: “Il papà di Jannik è un cuoco, quello di Lorenzo lavora nelle cave di Carrara, e pure loro hanno modi diversi di lavorare la materia tennis a partire dal colpo preferito di entrambi, il rovescio: Jannik lo martella da bimane, Lorenzo lo cesella con un solo braccio fatato. Sinner è il campione uscente, Musetti lo sfidante che ha scoperto – soffrendo, maturando, stupendo se stesso – di poter creare meraviglie anche sul cemento”.
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«La gente non capiva il gioco di Djokovic, un mix di Lendl e Agassi. Lo stesso di Sinner, che non ti regala mai un punto facile»
BRAD GILBERT, intervistato da Stefano Semeraro, la Stampa
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“Lasciami dire ancora una cosa”
Ecco, ci siamo. Adesso lo dico. Fabio lo sa. Lo sa da tanto. Lo sa da quando a inizio anno abbiamo cominciato la nuova avventura, una nuova stagione, un nuovo giro del mondo, i tornei, gli alberghi, i ristoranti. Ogni volta che finiva New York ci pensavo. Questo è l’ultimo. Poi proseguivo. Ora è vero, ora è tutto vero, sparo questa verità in faccia al mondo con una Coppa in mano. Anche Roberta lo sa. L’ho battuta e gliel’ho detto, poco fa, prima, a bordo campo, mentre lei si copriva le labbra con l’asciugamano per dirmi tu sei matta, tu sei sempre stata completamente matta. Forse ha ragione lei, forse ci vuole più follia che ragione per andarsene così. Per questo non lo fa quasi nessuno. Io non la chiamo follia, io lo chiamo sentimento.