Il mercato e i giorni di gloria dei direttori sportivi

 

 

I segreti del mestiere: com’era, com’è

Fu più o meno negli Ottanta che sui giornali il d.s. diventò diesse, proprio mentre il c.t. altrimenti detto Ct si trasformava spesso e volentieri in un cittì. La tv prendeva la forma della tivù, in qualche caso con due v. Diesse aveva su carta il pregio di distinguere il ds scritto senza puntini dalla Ds, la Domenica sportiva – che però aveva la maiuscola. Sono stati anni difficili.

Si faceva il diesse perché un presidente pensava che avresti saputo farlo bene. Più o meno era questa la logica che abitava dietro le assunzioni. Non c’erano i match analyst, non c’erano i database, moneyball poteva essere al massimo una maccheronica palla di soldi. Era un calcio nel quale per prendere un calciatore potevi fare affidamento al massimo su qualche videocassetta, oppure bisognava partire, partire andare e vedere. Un diesse faceva affidamento sugli osservatori, altra figura leggendaria. I vecchi del mestiere raccontavano che un tempo i giocatori andavano visti sette volte: con il sole, con la pioggia, in casa, fuori casa, contro una squadra più forte, contro una più debole e la settima volta in un derby. Questa filastrocca, riferita agli osservatori contemporanei, produce come reazione uno scettico bah

Comunque. Il diesse oggi deve passare un corso di formazione, la federazione stabilisce che deve aver compiuto 25 anni, non deve aver perso i diritti civili, deve avere un diploma di scuola superiore, non deve avere condanne penali né deve essere stato dichiarato fallito, interdetto o inabilitato. Anche se non sono un requisito indispensabile, alcune lauree aiutano, per esempio Organizzazione e gestione dei servizi per lo sport e le attività motorie oppure Management dello Sport e delle Attività Motorie.

Alla mutazione del mestiere ha dedicato un dossier Football Benchmark analizzando i profili dei direttori sportivi che lavorano nei cinque campionati europei dell’élite. Si scopre che si tratta di un lavoro usurante, la durata media dell’incarico è di 2,6 anni. Due terzi di loro continuano a essere degli ex calciatori professionisti, soprattutto in Francia [14 su 18] e nella Bundesliga, mentre in Premier League avviene il contrario. 

Per Sky Sport Insider ne ha scritto Luca Marchetti, parlando di identikit complesso perché servono competenze verticali e trasversali, conoscenze profonde del mercato e una leadership credibile sia all’interno che all’esterno del club. Non basta più sapere di calcio.

In Italia, fa notare Marchetti, abbiamo il campionato con il più alto tasso di autarchia dirigenziale: ben 18 direttori sportivi su 20 sono italiani. Una preferenza netta per figure che conoscano il contesto, che parlino la lingua del club (in senso letterale e culturale, anche se molte proprietà sono straniere), e che quindi sappiano muoversi tra le regole non scritte del sistema. È un calcio ancora molto identitario, dove sembra che la familiarità spesso valga più della provenienza internazionale. Ma questa scelta, se da un lato premia la conoscenza del territorio, dall’altro può rischiare di isolare la Serie A da un’evoluzione più globale del ruolo?

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