Tra Pogacar e Vingegaard ci sono sempre stati distacchi ampi
Forse dovremmo rivedere l’idea che al Tour de France ci sia un duello, che ci sia stato, che ci sarà. I 4:15 di vantaggio per Tadej Pogacar su Jonas Vingegaard sono il sesto distacco più ampio fra primo e secondo degli ultimi vent’anni. Ancora tre linee del traguardo e sarà Parigi. La scoperta è che forse un duello vero non c’è stato mai. Tre degli altri cinque distacchi sono i 5:20 dello sloveno nel 2021, i 6:17 del 2024, i 7:29 di Vingegaard nel 2023. In cima a tutti c’è il Vincenzo Nibali del 2014 con i suoi 7:37 su Peraud.
Il piano per mandare in crisi la maglia gialla era un pitoffio, una botta a muro. L’offensiva della Visma si è trasformata in un fiasco, spiega in termini più internazionali Pierre Menjot su L’Équipe. “Un petardo bagnato”.
Il progetto reclamizzato in lungo e in largo per due settimane e mezza prevedeva che Matteo Jorgenson si sobbarcasse il grosso del lavoro mettendosi in testa al gruppo. Faticoso ma fin qui facile. È il secondo punto che non s’è realizzato mai: l’affondo di Vingegaard. È finito in un pasticcio, dice l’analisi del giornale francese, facendo calare il sipario su un Tour dove l’incertezza era una convenzione accettata solo alla partenza.
L’immaginifico Alexandre Roos usa su L’Équipe tutta la crudezza di cui è capace quando scrive allora che avrebbe preferito lanciarsi “da una di quelle cime rocciose dove si è radunata la folla in cima al Col de la Loze, un popolo gioioso e agitato, i cui profili e le cui sagome formavano una sorta di teatro delle ombre nella nebbia, per schiantarci più in basso su un letto di rocce e fiori selvatici, anziché sentire Jonas Vingegaard pronunciare all’arrivo quelle sue parole”.
Le sue parole sono state: «Il Tour non è finito». La versione ciclistica dell’autoconsolazione che nel calcio si fa strada a cinque-sei giornate dalla fine. «La matematica ancora non ci condanna».
Roos dice che avrebbe potuto anche “strapparsi tutte le unghie di entrambe le mani” perché ci sono limiti, ce ne dovrebbero essere “al parlare a vanvera, all’autoconvincimento, al prendere in giro gli altri e soprattutto sé stessi. Capiamo che il danese non può affermare il contrario, ma non è nemmeno obbligato a snocciolare come un automa una frase in cui non crede e in cui non riesce a credere dall’inizio del Tour de France: non è mai riuscito a strappare un solo secondo a Tadej Pogačar. E la tappa al Col de la Loze ha dimostrato che non ci crede più”.
Il Col de la Loze è diventato all’interno il Col de la Lose, il colle della sconfitta. Una prima tirata al collo del gruppo è stata data da Wout Van Aert e Tiesj Benoot, un’altra da Simon Yates e poi “Sepp Kuss ha tirato fuori il martello pneumatico e l’asfalto si è aperto sotto le ruote di molti membri del gruppo dei favoriti per scaraventarli all’indietro”. Pogacar è rimasto isolato a 70 km dal traguardo, sotto pressione, ma Vingegaard non ha smesso di marcarlo anziché tentare di staccarlo.
A 13mila km di distanza da casa sua, Ben O’Connor ne ha approfittato per andarsene, seguito da Rubio e anche da Jorgenson – il quale anziché controllare e basta si è messo pure a dare dei cambi, boh, vai a capire perché. Un azzardo in tutta evidenza: dopo 2 km di salita sul Col de la Loze le sue gambe sono scoppiate e non si è visto più. O’Connor ne ha fatti 17 da solo e ha vinto la tappa.
La Visma insomma è rimasta a metà del guado – come si dice – “e il suo management – critica Roos – non riuscirà a farci credere che è accaduto perché nessuno era con loro. Hanno creato loro questa situazione, spettava a loro assumersene la responsabilità, cosa gli importava degli altri? La loro unica missione non dovrebbe essere quella di cercare di mandare in crisi Pogačar? Ma Jonas Vingegaard ci ha solo persuaso che non è pronto a perdere tutto per provare a vincere. Il suo scatto formale a 2 km dalla cima non ha cambiato nulla. Come se in lui ci fosse un freno – spiega Roos – una paura, un trauma: il suo miglior nemico gli ha mangiato il cervello fin dal Delfinato, o anche prima”.
Quanto a Pogacar, non ha né tremato sotto gli attacchi della Visma né davvero si è sentito stimolato a prendersi una rivincita sulla cima della grande sconfitta di due anni fa, “non si è lasciato inebriare da quelli che continuavano a dirglielo. Ha attaccato a 500 metri dal traguardo, anche lui per motivi di forma, ha guadagnato qualche secondo, ma continua a correre in modo economico per sé e anche per la squadra, non più così schiacciante come all’inizio del Tour dopo l’assenza di João Almeida”. Il braccio di ferro è finito.