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I temi del giorno
Prisencolinensinainciusol, ma alla fine Milano è all right
Quarant’anni dopo la Milano da bere, Milano se la sono bevuta per davvero. ‘A parte ‘e coppa si diceva in Partenope a suo tempo per indicare il nord, e forse si dice ancora. Il su era un altrove magico, quasi quanto esotico si rivela ancora il giù per il pensiero dal tragitto inverso. Il su era un termine di confronto che obbligava a inseguire, a vivere un complesso di inferiorità sul terreno del fare, allo stesso tempo accompagnato però da un più irrazionale complesso di superiorità nel campo del sentire. Luciano De Crescenzo ci ha fatto una fortuna. D’altra parte è così che restano in vita per decenni i luoghi comuni. Quelli su di noi ci paiono sfocati, quelli sugli altri nascondono scampoli di verità.
A questo – anche a questo – viene da pensare adesso che Milano piange, e come diceva il Maestro della piazza Grande quando lo fa, piange davvero. Piange e stupisce, perché fino a un attimo prima delle lacrime, da lontano, non l’avresti detto. Se Napoli recita, Milano affabula. Se Roma è smargiassa, Milano ti impapocchia.
L’Azzeccagarbugli era quel tipo di Lecco inventato da uno scrittore milanese; milanese è stato il grammelot extra-grammaticale di Dario Fo; milanese il prisencolinensinainciusol di Celentano che non per caso finiva con All Right.
Tutto va bene a Milano – ci dice ogni giorno Milano di sé.
Poi un giorno si sveglia e scopre d’essere un colosso dai piedi d’argilla. Accade dai tempi del boom economico del dopo-guerra, tra una speculazione e uno sviluppo immobiliare selvaggio, tra attività criminali e corruzione, succede in quell’intreccio fra politica e capitali sporchi che in qualunque altra città italiana sarebbe mediaticamente più esposto, ma che a Milano campa nella pancia di un cavallo di Troia, dove certe visioni farlocche sono spacciate per vere.
Sono anni che andiamo a dormire ogni sera con il bacio della buona notte e la favola sullo stadio. Ne fanno uno, ne fanno due, ne avranno tre. Lo fanno qui, lo fanno là, lo fanno in ogni luogo. Sono anni che un mattino sì e un altro pure veniamo aggiornati sugli sviluppi quotidiani di una vicenda comunale, eppure proposta col fiato sospeso a quel resto d’Italia che guarda a Milano come a un modello di sviluppo.
Poi una mattina scopri che che Firenze ha fatto il Viola Park nel silenzio e che l’UEFA ha bocciato San Siro per gli Europei, lo stadio della cerimonia olimpica fra sette mesi, e che il progetto è finito nelle carte dell’inchiesta della magistratura.
“C’è un patto corruttivo” si sente dire e si legge in queste ore, e nonostante tutto perfino adesso prisencolinensinainciusol, lo stadio resta in vendita, il sindaco ha le mani pulite, all right.
DICONO DI MILANO
«Milano è una città malata di autocelebrazione» è la frase attribuita in queste ore all’arcivescovo Delpini. Lo scrittore Jonathan Bazzi ha dipinto il quadro in modo definitivo su Domani: “Milano, ci penso sempre, è la città che più somiglia ai social: tanti stanno male, ma si sentono costretti a dire il contrario. O a tacere. Per restare aggrappati almeno alla performance, allo scambio di ironia e cinismo, alla posa: gli accessori essenziali del buon pierre. Tutti – a Milano, come sulle piattaforme – sentono di dover soprattutto vendersi, accumulare contatti, sovrapporre relazione e tornaconto. Dunque, vietato intristire, annoiare, dire la verità”.
Aldo Cazzullo ha parlato più di una volta sul Corriere della sera della capacità mitopoietica di una città come Napoli, indicandola come un esempio per il nord che viceversa non saprebbe raccontarsi.
Ma i miti di Napoli nascono per essere consolatori. Hanno una funzione di risarcimento. Colmano carenze d’affetto. Sono la facciata B di un disco. Vengono fuori quando «non dimentichiamo che Napoli è pure» eccetera eccetera. È pure. Non è quella.
Milano non ha bisogno di mitopoiesi. Milano ha pretese di verità. E le sue verità le impone. Alessandro Leonardi, analista e saggista, ha detto che “in questa Tarda Modernità si arriva ad esibire con nonchalance delle contraddizioni assurde, imbarazzanti, condendole con del moralismo predatorio. In sintesi, il liberal-progressismo in purezza, dove un palazzo con 4 alberi striminziti viene trasformato in un bosco”.
E la prossima Olimpiade? Non doveva forse essere a costo zero ed è diventata invece un pozzo senza fondo di soldi pubblici, un conto che ha visto schizzare la spesa oltre i 2 miliardi? Senza piscine pubbliche all’aperto, la città tira dritto sebbene abbia cifre spaventose per i morti di calore. Senza contare la suggestione novecentesca di una città che ha imposto molto altro: l’interventismo nella prima guerra mondiale con il Corriere della sera e il fascismo con Benito Mussolini alle soglie della seconda. Oggi si macchia del peccato mortale di diffondere una lingua del marketing in cui ci briffiamo tutte, e tutti siamo schedulati. Settimana prossima cominciano a dirlo pure a Messina.
LE INCHIESTE DEGLI ALTRI
È la città di Roma che nelle carte dell’indagine sul mondo di mezzo deve arrossire per i verbi all’infinito, per l’enfasi de «o famo strilla’ come un’aquila sgozzata» e il turpiloquio classicheggiante de «li mortacci tua». Quando Roma va sotto inchiesta, le cronache sono piene der Cicorione e der Mandrillo. I sordi, le stecche, i buffi, il fregno. Tutto contribuisce a costruire una scena parodistica, quella che Francesco Merlo una volta ha chiamato “il pasticcio meridionale che anima la terribile degradazione della politica”.
Se è la monnezza napoletana a dare scandalo o se il comandante Schettino una sera non sale a bordo, il vabbuo’ diventa riflesso e segno di un giudizio non solo etico, ma pure etnico. Quando Milano piange e piange per davvero, tutto questo almeno se lo risparmia. A Milano arrestano e mettono sotto inchiesta singoli uomini, al massimo un sistema, un modello: mai una comunità.
Ferdinando Cotugno, scrittore e giornalista, uno dei massimi esperti italiani di ambiente e di energie rinnovabili, milanese di residenza e cosmopolita per vocazione, ha scritto su Instagram che “da anni si ha la sensazione di viverne il saccheggio come un’allucinazione, tutto così alla luce del sole che l’implicito era sempre: se non ti va bene, puoi tornare a Gela, Avellino, Barletta, Formia, noi abbiamo la fila di milionari in attesa per il tuo quartiere e se c’è la fila di milionari in attesa abbiamo ragione noi e torto tu. Questo è il modello Milano”.
Sul suo Bloooog solo qualche giorno fa Fabrizio Bocca faceva notare che “nello stesso giorno in cui il bubbone dell’urbanistica milanese scoppia con una clamorosa inchiesta giudiziaria che investe in pieno il Comune di Milano e la Giunta del Sindaco Sala e la parola “corruzione” fa la sua comparsa all’interno di questa giungla edilizia fuori controllo, si assiste all’esultanza per la sentenza del Tar che boccia il ricorso del comitato “Sì San Siro” in quanto non ancora trascorsi i 70 anni affinché scatti il vincolo della Sovrintendenza sulla costruzione del secondo anello dello stadio Meazza”.
Che te ne fai allora della mitopoiesi di un posto al sole?
Massimiliano Fuksas ha detto in un’intervista a Domani: «Quelli che lei chiama speculatori sono diventati la parte più importante e forte della società. Sono i fondi. Quello che possiede 5mila appartamenti a Milano, forse sta a Hong Kong. Magari in Siberia, in Australia. Non c’è l’identità. Una volta c’era Esselunga, si sapeva a chi apparteneva: un uomo in carne e ossa, con cui ho cenato una volta e che a un certo punto ha cominciato a parlare di Hitler. Lì ho pensato che fosse troppo e mi sono alzato e me ne sono andato. Ma lui esisteva, potevi confrontarti, prendere posizione. Oggi no, siamo tornati a una forma di Medioevo, di potere senza volto, inafferrabile. Quando ho insegnato alla Columbia University ho conosciuto una signora che era proprietaria di 5mila alloggi a Manhattan. Ma era un trust, mi ha spiegato: i suoi genitori hanno fatto un immenso trust da cui lei prendeva solo gli utili. Non poteva né vendere né comprare. È un meccanismo economico, non è che dici “adesso incontro il proprietario, quel mascalzone che ha fatto questa schifezza”. Non lo trovi, perché non c’è».
La mitopoiesi è la conseguenza di un’ossessiva riflessione su sé stessi. Vista da quaggiù, Milano pare non averne bisogno. Milano non perde tempo a parlar di sé, di sé, di sé. La colmata di Bagnoli sta allo stesso posto da trent’anni. Milano invece fa. Rimuove, estirpa, costruisce. Costruisce e se ne vanta. Se ne vanta e indica. Perfino in mezzo a questa crisi politica e morale, all’ombra di un’ipotesi di reato come “un patto corruttivo”, la vendita dello stadio va avanti.
Per fortuna, diceva sempre lo stesso Maestro, a Milano “come un uccello gli sparano ma anche riprende il volo”.
All right.
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