La rapidità di scelta di Tyrese Haliburton
Fino a questo punto gli Indiana Pacers non erano arrivati mai. A due partite di distanza dall’anello. Ci sono riusciti nell’anno in cui gli Oklahoma Thunder hanno concluso una delle migliori stagioni regolari della storia, vincendo le loro partite con una media di quasi tredici punti e superando il record dei Los Angeles Lakers 1971-72. Il loro bilancio complessivo di 68 vittorie e 14 sconfitte è stato tra i migliori di sempre. Sono usciti in piedi da una serie serrata con i Denver Nuggets e a quel punto davanti avevano un tappeto rosso. Così dicevano anche i bookmaker e i bookmaker in genere ci prendono. Non è gente che vuole rimettersi, le cose le studiano per bene.
Solo che i Pacers sono i campioni del ribaltone. Hanno imparato a rovesciare partite disperate, figuriamoci se non sanno rovesciare un pronostico. Certe volte si fanno bastare tre decimi di secondo, gli ultimi tre decimi di secondo a disposizione.
Così a questi poveri Thunder che rischiano di farsi sfilare un anello che già sentivano al dito si è dedicato il New Yorker sentendo nell’aria il profumo della letteratura. Louise Thomas ha scritto che “parte della vittoria per una squadra giovane è imparare a gestire la sconfitta. Parte della filosofia dei Thunder è che il loro atteggiamento è sempre lo stesso. Ma ora stanno affrontando una squadra che ha la stessa sicurezza nella propria identità, una squadra che gioca veloce e senza paura, che non ha problemi a fronteggiare il caos e grandi svantaggi. È facile divertirsi quando si vince. È facile abbracciarsi, volersi bene a vicenda, gridare di gioia. Nella luce della vittoria – scrive il New Yorker – è più facile impegnarsi al massimo e continuare a farlo, alzarsi dalla panchina e dare il massimo, oppure addirittura accettare di restare seduto là”

UNA STATISTICA DI HALIBURTON CHE IMPRESSIONA
Non c’è neppure un analista in tutti gli Stati Uniti d’America che aveva immaginato gli Indiana Pacers avanti per 2-1 dopo Gara-3. Le anteprime più colte e più informate [qui The Athletic] si sono al massimo preoccupate di spiegare “i sei motivi per i quali i Thunder batteranno i Pacers”.
Deve essercene un settimo da qualche parte e molto probabilmente il settimo si chiama Tyrese Haliburton, il giocatore che in un sondaggio anonimo fra i colleghi della lega è stato considerato il più sopravvalutato del bigoncio. Tyrese Haliburton fu una scoperta per mezza America in occasione della prima edizione della NBA Cup, quando il torneo parve allo stesso tempo un’alba per lui e il tramonto che LeBron respinse.
È da quel giorno che Indiana ha cominciato a costruirsi un profilo differente, non più solo da squadra da partita-secca. Adesso siamo dove siamo e Haliburton pare un mago, o come dice il Wall Street Journal “il miglior playmaker della NBA anche se non ha mai la palla”.
In che senso? Nel senso che “Haliburton detesta avere il pallone tra le mani. Se c’è una cosa che odia fare è tenerselo stretto”. Il sistema di tracciamento dei movimenti dei giocatori in NBA lo dice senza possibilità di equivoci. Ogni volta che Jalen Brunson dei NY Knicks arriva in possesso della palla, la tiene per sé con una media di 6,1 secondi. Dopo di lui in cima alla lista ci sono Shai Gilgeous-Alexander di Oklahoma [MVP della stagione regolare] e il veterano James Harden, in effetti anche a occhio nudo un palleggiatore seriale, alla ricerca dell’uno-contro-uno e dell’isolamento, il cacciatore principe del momento esatto per alzarsi e tirare, o meglio ancora prendersi un fallo.
Haliburton no. “Haliburton – spiega Robert O’Connell – adotta la strategia opposta”. La sua media di possesso palla è di 3,7 secondi, meno sia di LeBron James sia di suo figlio Bronny. Anzi: una media inferiore a quella di altri 136 giocatori in NBA. “Una stranezza – continua il giornale americano – perché Haliburton è anche un ottimo realizzatore. Ma senza la palla dalle mani, Haliburton si trasforma in qualcosa di ancora più prezioso di un marcatore scatenato. È il motore di uno degli attacchi più veloci e divertenti del campionato”.
Il suo compagno di squadra Ben Sheppard dice che certe volte non riesce a capire come un passaggio di Haliburton possa essere finito in quel preciso momento proprio fra le sue mani. «Lui vede tutto. Ha gli occhi anche dietro la testa».
Un giocatore che tiene palla – non importa quanto sia bravo a segnare – diventa prevedibile. Così prova a spiegare il WSJ. Permette alle difese di prepararsi agli attacchi studiati al video.
I Pacers fanno un’altra cosa. Fanno arrivare il pallone fra le mani di Haliburton quando deve succedere qualcosa e quando deve succedere in fretta. Sono una vorticosa macchina di passaggi [323 di media a partita durante i playoff, di gran lunga il numero più alto nella NBA] finché Tyrese non si stufa e impiega un attimo per trovare la soluzione, lui che al liceo era uguale a tanti altri, lui che è stato la dodicesima scelta al Draft, lui che in effetti ha un tiro in sospensione eccentrico, ecco diciamo eccentrico per non dire goffo.
Perché sia chiaro fino in fondo il livello di stupore intorno a lui, Tyrese Haliburton era con la Nazionale USA ai Giochi di Parigi. Ha vinto la medaglia d’oro ma non ha giocato quasi mai. Eppure, ricorda il WSJ, ha “accettato con serenità la situazione”, sentendo pienamente sua la vittoria, postando sui social una foto di sé con la medaglia e soprattutto con una didascalia spiritosa: Quando non fai un bel niente e ti danno A.
Eppure non c’è compagno di squadra che tutti preferirebbero avere. Quasi il 30% dei tiri dei Pacers sono quelli che l’ufficio statistiche della NBA definisce in campo aperto, cioè senza un difensore entro due metri dal tiratore. L’architetto di quella soluzione è Haliburton. Non li costruisce trattenendo la palla, ma lasciandola andare. L’unica cosa che non torna è perché un tipo così sarebbe sopravvalutato.