In Abruzzo dopo il caos verso Napoli
L’asfalto resbaladizo è nel titolo di El Pais. L’asfalto scivoloso. L’asfalto delle città di mare quando si bagna, ha detto il direttore del Giro Mauro Vegni per spiegare la necessità di neutralizzare la tappa di Napoli dopo la caduta a 70 km dal traguardo. Hindley si è dovuto ritirare, Roglic ha temuto che potesse accadere a lui, chiacchiere, proteste e trattative che Jon Rivas sul giornale spagnolo racconta così: “Il Giro è la corsa del caos organizzato. Tutto sembra fuori controllo, ma è sotto controllo. La tappa si ferma e riprende dopo un periodo di chiacchiere tra ciclisti e organizzatori. Un cattivo accordo è meglio di un buon giudizio. Piove a intermittenza e la strada è scivolosa in questo arido sud Italia, con l’asfalto che ha accumulato settimane di polvere, sporcizia e olio dai veicoli che passano ogni giorno. Il primo acquazzone trasforma la strada in una pista di pattinaggio”.
La giuria ha stabilito che i distacchi non sarebbero stati riportati in classifica. Il gruppo ha corso solo per i premi finali della tappa. Ha vinto Kaden Groves e non frega nienta a nessuno. Alessandro Autieri su Al Vento ha scritto: “Qualcuno, tempo fa, ci ha detto che la bicicletta permette una sorta di volo di terra, perché l’asfalto lo sfiorano solo le sue ruote e chi pedala, in realtà, è sospeso, in un equilibrio precario”.
Giuseppe Martinelli racconta di aver anticipato a Shefer: «Guarda Martino, se domani piove è il solito casino di Napoli. Le strade sono queste qua: piove poco e come viene giù un po’ d’acqua diventano sdrucciolevoli» [lo scrive Bici.Pro]
Giuseppe Saronni non si capacita di una cosa. A Bicisport ha detto: «Mi domando perché queste cose capitano solo al Giro d’Italia. Cari corridori, bisogna saper correre. Non basta avere i computerini o la radiolina, ci vuole la testa. Bisogna sapere quando è il momento di rallentare, di non rischiare. Quando si cade ci si fa male e bisogna sapersi gestire con intelligenza. Le distanze di sicurezza vanno tenute anche in base alle condizioni di gara. In gruppo si parla, i capitani possono concordare certe situazioni senza fare tanto teatro. Ai miei tempi la neutralizzazione non esisteva e non può essere che tutti gli anni al Giro si debba neutralizzare almeno una tappa. Si interroghino anche sulle loro responsabilità».
Le favole abruzzesi di Indro Montanelli
“L’Abruzzo ci è venuto incontro nella persona di una donna che teneva per mano una bimbetta. Non era una donna molto vecchia: un enorme scialle nero le avviluppava interamente la magra figura ed essa, sedendosi, lo aprì con le braccia per trarselo sulla testa e parvero le ali di un mostruoso uccello notturno che si distendessero per il volo. Sedette sul ciglione della strada ma molto in alto e tacque per un pezzo guardandoci insospettita. Teneva però, strettissima nella sua, la mano della bambina e solo dopo un poco si decise a chiederci, timidamente, se i corridori facevano del male a nessuno. “A nessuno” garantimmo, “nemmeno ai propri concorrenti”. La donna parve rassicurata e dopo un poco cominciò a parlare con la piccola. Non era facile capire quello che diceva, ma credetti intendere che le raccontasse la storia di suo padre che fu il primo in quella contrada a veder passare una bicicletta e corse al paese ad annunziarlo a tutti gli uomini; tenuto consulto e stabilito che un mostro cosiffatto non poteva essere altri che il lupo di Pretorio, si armarono di forconi e con essi vennero sulla strada per accogliere degnamente il malcapitato. Il quale, per sua fortuna, era già scomparso all’orizzonte. Ma questa favola la donna, più che alla sua giovane compagna, la raccontava a se stessa. (…) Nell’impervia e chiusa civiltà abruzzese le favole non sono monopolio dei bambini, come altrove. Esse sono il modo di sentire e di rappresentare anche dei grandi. Questa è la sola terra d’Italia dove i lupi circolino ancora per le strade dei villaggi, vestiti da uomini, e il serpente possa insinuarsi nei letti delle ragazze per sedurli. E le favole d’Abruzzo non sono soltanto in Abruzzo, ma dovunque sia un abruzzese” – di indro montanelli, Corriere della sera, 22 maggio 1948
▛ KM 11 Rivisondoli
“Mio nonno mi viziava. Fu lui a regalarmi la prima bicicletta. Scorrazzavo su e giù per le strade senza alcuna preoccupazione. Rivisondoli per me era il paese più bello del mondo, anzi ne era il centro. Anche a scuola mi trovavo molto bene, nonostante la nostra maestra Oresta fosse severissima e si presentasse ogni giorno con la sua bacchetta di legno: non credo l’avesse mai usata, ma bastava vederla per provare timore e rispetto. In più, ero il protetto del bullo della classe e questo mi metteva al riparo da tutto. O quasi” [Niko Romito, Leopoldo Gasbarro, Apparentemente semplice, Sperling & Kupfer]
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▛ KM 49 Sulmona
“L’altopiano si spalanca quasi all’improvviso sulla strada che da Sulmona porta a Roccaraso. O viceversa. E’ come entrare, per un attimo, in un’altra dimensione, come trovarsi sulla prateria, lungo una delle mitiche Routes degli Stati Uniti. L’erba, le montagne, e il nastro d’asfalto che si srotola, piatto, davanti a me. Più che D’Annunzio o Silone, i loro romanzi, le loro storie, viene alla mente Jack Kerouac. On the road. Nove chilometri attorno a cui Carlo V decise di edificare cinque rifugi fortificati dopo che trecento fanti della Lega Veneta e cinquecento soldati del Principe d’Orange vi trovarono la morte a causa di una tormenta di neve. (…) L’odore dei tratturi, il profumo dei mostaccioli, della focaccia bianca, delle ferratelle, il sapore della salsiccia paesana e del pecorino gregoriano” [Roberto Perrone, Manuale del viaggiatore goloso, Mondadori]
▛ KM 79 Monte Urano
“Quando una salita ti obbliga ad inarcare la schiena e buttare il volto sul manubrio, e ti fa dondolare come un batacchio di campana, di qua e di là, nella cadenza della pedalata che ti taglia il respiro; quando una discesa ti mette le ali ai piedi come una divinità pagana, e ti costringe a serrare ben forte le mani sulle due leve dei freni, lasciando dietro di te, nelle curve, una scia di ferodo bruciacchiato sul legno dei cerchioni, in un gioco azzardato e pericoloso di equilibrio affidato al precario contatto delle due gomme che hai gonfiato dure come il sasso; quando in pianura devi per forza arrancare per tener dietro alla ruota del compagno che ti precede perché sai che se ti distacchi naufraghi nel gruppo dei ritardatari, senza possibilità di rifarti con l’inseguimento; quando tutto questo accade tu non vedi che cosa sta alla destra ed alla sinistra della strada. I paesi sono solamente case messe in fila, la campagna non è che un gran cartone verde, la folla non è che una macchia scura, punteggiata da gridi d’entusiasmo. In corsa vedi ben poco, non vedi nemmeno la strada, forse, tanto sei preso dalla tua fatica, una fatica che non sai ancora se riuscirà a toccare la vittoria, o se resterà per sempre sconosciuta” – di enrico emanuelli, la Gazzetta dello sport, 1937, citato in Eroi, pirati e altre storie su due ruote [Bur]