Gilicorner: la parola che in Spagna usano contro il neo-calcio

LA PAROLA CHE NON VI HO DETTO  Gilicorner

È una parola che usano in Spagna. Il corner è il calcio d’angolo. Gili è un prefisso dispregiativo, significa qualcosa di simile a sciocco, stupido. Una connotazione negativa nel calcio viene ovviamente adoperata per qualcosa che sfugge alla tradizione. Il gilicorner è allora il calcio d’angolo corto, quello che dalla bandierina non viene battuto come un tempo, con una bella pedata al pallone in mezzo all’area, a chi coglio coglio. Sembra che il termine sia stato coniato dal quotidiano Marca all’epoca in cui Carmelo Martínez ne era direttore [1973-1983]. Gilicorner si scrive tutt’attaccato, senza trattino, alcuni dizionari autorizzano la forma plurale all’inglese: gilicórners. Ma se l’ha inventata Carmelo Martínez fra 1973 e 1983, allora il gesto esisteva già. Non è un’invenzione degli scienziati contemporanei.

Comunque sia. Al gilicorner si è dedicata Natalia Junquera su El Pais con una riflessione che è ancora conseguenza delle azioni viste nella finale di Supercoppa tra Barcellona e Real Madrid. In Spagna la vita è quella cosa che succede tra un Clásico e l’altro. In italiano potremmo forse tradurlo uno stupidangolo.

Dice Junquera che ci sono mode con cui l’essere umano migliora, per esempio andare a correre senza essere inseguiti, fare pilates, ce ne sono altre che evidentemente ci danneggiano, come la tendenza o l’abitudine a usare espressioni inglesi per ogni cosa. Lo stupidangolo fa parte di questa seconda categoria. È quel gesto che produce un’’insalata di passaggi che ti riportano a metà campo. Nasce come dettaglio ed è ormai una categoria, al punto che adesso è più frequente vedere calci d’angolo con quattro passaggi – quante cose possono andare storte in quattro passaggi – sui campi di seconda divisione. Immagino che in allenamento, alla presenza dell’allenatore, andranno bene.

Scrive Junquera che pure se fosse, è come quando la macchina smette di fare rumore nel momento esatto in cui la portiamo in officina.

In altre parole: il successo del gilicorner è solo nella loro testa.

E qui l’editorialista di El Pais parte con una serie di considerazioni che vanno nella direzione egemone della derisione della contemporaneità. Scrive Junquera che nel calcio, come in amore, pensare troppo è spesso controproducente, soprattutto perché in questo sport che ormai ha più di 160 anni la cosa più semplice è farsi leggere nel pensiero e indovinare la prossima mossa in campo. I grandi giocatori sono quelli che si affidano più all’istinto che alla lavagna, vedono le lacune che nessun altro vede, quelle che fino a pochi secondi prima non esistevano. È lì che nascono i gol e la magia. Un’altra delle tendenze mal calibrate del calcio moderno – continua –  è che si sta sviluppando la cattiva abitudine di inscatolarli in campo, limitando i loro movimenti in rigidi approcci di gioco. I geni, di tutta la vita e di qualsiasi disciplina, devono essere lasciati liberi. La tecnologia è nemica della creatività e gli ordini limitano sempre le idee.

Dipende. Su questa faccenda della tecnologia come nemica della creatività, potrebbero avere qualcosa da obiettare alla Pixar, per esempio. Anche Now And Then non è un cattivo esempio di tecnologia applicata alla creatività. Dietro la tecnologia quasi sempre c’è una persona creativa che l’ha immaginata. Ma non siamo qui noi per seppellire Cesare. Junquera dice che il VAR e il Nuovo Testamento del calcio hanno portato un po’ più di giustizia, ma nel calcio moderno – e il gilicorner è una delle sue espressioni – la palla viene fermata molto più a lungo di prima e il gioco ha perso spontaneità. E poi ci sono i fuorigioco per una rotula, la prova di qualcosa di cui fino a poco tempo fa non eravamo consapevoli: esiste una giustizia poetica ed esiste anche una giustizia ridicola. Forse abbiamo esagerato come garanti. Il calcio moderno è pieno di linee, mappe di calore e statistiche, che sono l’opposto dell’imprevedibile. Che bello vedere un cambio di passo, il giocatore che salta tutte le linee del campo, evitando gli avversari fino  a un provvidenziale assist. È un brutto affare lasciare tanto spazio ai burocrati, complicare il bello e il semplice. La strada migliore verso il gol è sempre stata la più breve. Risparmiamo i minuti sprecati su quei calci d’angolo da quattro passaggi per segnare. Più arte e meno prove. Alleniamo i piedi e la fronte affinché al momento della verità, nell’uno contro uno, sappiano schiacciare la palla verso il basso, verso quell’angolino dove si annida la felicità, il minuscolo spazio tra la rete, i pali, la traversa e gli arti di un portiere. Su un calcio d’angolo non serve altro, e il gol – ve lo prometto, cari allenatori – lo festeggeremo lo stesso. Limitiamo i gilicorner. Nemmeno quando entrano, come un’eccezione che conferma sempre la regola [vedi il gol dell’Atlético Madrid contro l’Osasuna del 12 gennaio] compensano la frustrazione di tutte le occasioni perse per un eccesso di svolazzi su calci piazzati

Maledetto tu sia stupidangolo. Tu e tutti gli esperimenti, le innovazioni, il tentativo di usare la curiosità per scavare dentro le cose che ci accadono ogni giorno, nei secoli dei secoli amen. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.