| La miglior cosa del futuro è che arriva un giorno alla volta
Abraham Lincoln
DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA
Come sarà lo sport nel 2050

Quando nei giorni di Natale del 1989 entrammo al cinema per il seguito di Ritorno al futuro – all’epoca non si diceva ancora sequel, forse – ci trovammo davanti agli occhi l’idea che avevamo dei nostri giorni a venire. Pareva finanche credibile, quella visione. Ma come diceva il dottor Brown «nessuno dovrebbe sapere molto del futuro». A riguardare il film nel futuro di Ritorno al futuro, in effetti niente sapevamo. Il 21 ottobre del 2015, giorno in cui Doc e Marty Mc Fly ci piombano addosso dal passato a bordo di una DeLorean trasformata con un generatore di fusione, è passato da quasi dieci anni senza che tutte le profezie si siano avverate.
Ritorno al Futuro scherzava con la fantascienza. Bob Gale, sceneggiatore di un giocattolino finanziato con alcuni milioni di dollari da Spielberg, qualcosa ha indovinato, a qualcos’altro s’è avvicinato. La diffusione del wireless, i televisori a schermo piatto, i telefoni che non servono solo a telefonare. Tutto questo c’era nel film e davvero ce l’abbiamo. Così come davvero esistono serrature che si aprono con le impronte digitali. In qualche caso erano stati intuiti i bisogni, ma sono stati sbagliati gli oggetti. I libri con le pagine di carta anti-polvere sono diventati i nostri ereader e i nostri ebook. Altre volte ancora ci siamo spinti troppo avanti noi. Se nel 2015 di Hill Valley, California, in strada si aggirano cani condotti da guinzagli driverless, nel nostro 2025 senza autisti alla guida abbiamo i vagoni della metro.
La forza di una previsione forse sta proprio nel suo margine d’errore. Tipo la Pepsi che costa 50 dollari. Quando invece il film di Zemeckis ci prende in pieno, a noi spettatori d’oggi non fa neanche effetto, come la corsa in taxi pagata con un aggeggio che assomiglia al nostro pos: all’epoca il bancomat esisteva da pochissimo. Ritorno al Futuro II immaginava automobili volanti, officine meccaniche in cui il lavoro sarebbe stato svolto da robot e skateboard aerei. Le scarpe della Nike che si allacciano da sole sono davvero state prodotte, anche se in edizione limitata, per finanziare la fondazione J. Fox e la ricerca sul morbo di Parkinson, mentre il giubbotto che con una cordicella regola la taglia in base a chi lo indossa rimane una meravigliosa utopia per il nostro metabolismo stravolto.
I giornali sono riusciti a resistere. Il sistema giudiziario non s’è sveltito e non è cambiato: gli avvocati esistono ancora. Ma che le poste fossero lente lo dicevamo trent’anni fa e pure adesso. L’ipotesi di avere nelle sale Lo Squalo 19 non s’è realizzata, ma ci siamo capiti, il concetto era giusto, la strada che segue l’industria dell’intrattenimento è questa, contando tutti gli Halloween, tutti i Nightmare, tutti gli Harry Potter, i Fast & Furious, i Rocky, le Guerre stellari, i romanzi del commissario Ricciardi. La serialità è diventata una colonna su cui si regge la nostra vita contemporanea. Lo stesso Zemeckis diceva nel 1989: «Ho già capito che vogliono affidarmi un numero quattro perché qui tutti gradiscono dormire tra due guanciali e non rischiare più. Questa è la trappola da evitare, questo non mi porterà a dimenticare le mie regole di professionista».
Bob Gale si sarebbe messo a lavorare per la serialità della Marvel. Se Zemeckis fosse salito sulla Delorean del dottor Brown, per sé avrebbe visto che al posto del quarto episodio della serie (il terzo era già stato scritto quando uscì il secondo) gli sarebbero toccati Forrest Gump, Cast Away, A Christmas Carol, e poi e poi e poi, Here. Avrebbe visto l’Oscar e la tentazione che gli hanno proposto, il sequel di Chi ha incastrato Roger Rabbit. Non gli è andata male, diciamo la verità, benché all’epoca scherzasse sul fatto che passava «per il regista che lavora solo quando lo chiama Spielberg».
Certo, nei pub non si vedono ancora cyclette su cui pedalare mentre si mastica, in modo da bruciare calorie in tempo reale. Solo le chitarre del 2015 e del 2025 erano immaginate uguali a quelle degli anni ’80, segno che certe magie forse non possono cambiare. John Frusciante era appena entrato nel gruppo, i Red Hot Chili Peppers non erano ancora esplosi con Blood Sugar Sex Magik, ma con Mother’s Milk cominciavano a farsi conoscere, e Flea nel film di Zemeckis faceva Needles. L’http non esisteva e Zemeckis non lo previde.
Tutta la sua visione del futuro è basata sugli oggetti. Forse è l’errore più grave del film, ma nessuno s’è fatto male. Ritorno al Futuro II non guardava dentro il software della società, dentro le nostre relazioni cambiate, i nostri diari e i nostri nuovi pensieri ridotti a un certo punto in 140 caratteri. Ritorno al Futuro II non colse la messa al bando della complessità, il viaggio che stiamo facendo verso la semplificazione di ogni struttura. Non la colse perché non se ne interessò. Era un giocattolo. O forse il futuro è più banale di come lo immaginavamo. O forse la colpa non è neppure del futuro, ma della nostra fantasia. Nel 21 ottobre 2015 immaginato oltre trent’anni fa in California pioveva, e le previsioni del tempo si azzeccavano al secondo.
LO SPORT
Un’altra volta che giocammo col futuro fu all’inizio del nuovo secolo, quando ci lasciammo alle spalle il Novecento. Un quarto di secolo dopo, le previsioni del Guardian del 1° gennaio 2000 fanno pensare. Entro il 2010, si leggeva, ogni neonato avrà un animale domestico robot. Entro il 2030 saremo in contatto cervello-cervello tramite impianti elettronici, senza bisogno di parlare. Entro la fine del 21esimo secolo, non sarà più chiaro se saremo persone o robot. Eppure la tentazione rimane.
Il Guardian c’è ricascato. Sean Ingle, la sua firma olimpica, ha sentito un po’ di esperti per immaginare come sarà lo sport nel 2050. La sintesi: avremo campionati di robot [niente, i robot sono la nostra ossessione], avremo dei chip nei cervelli e molti atleti saranno cinquantenni. In sostanza: è quasi la Kings League.
«Prevedere 25 anni nel futuro è un gioco da sciocchi – afferma Lewis Wiltshire, vicepresidente senior del digitale presso la IMG – ma entro la metà del secolo i nostri corpi interagiranno con la tecnologia in modi che per noi oggi sono ancora piuttosto futuristici». Wiltshire recupera la vecchia idea del chip nel cervello per interagire con sistemi complessi.
«Gli impianti neurali – dice – o le cosiddette interfacce cervello-computer, saranno piuttosto comuni entro il 2050. Una conseguenza sarà una maggiore individuazione di potenziali infortuni agli atleti prima che accadano». Mmm.
Wiltshire ritiene pure che prima o poi molti di noi porteranno dispositivi, una specie di visore per la realtà virtuale, che ci faranno entrare in campo insieme a una squadra di calcio o di basket o di football mentre siamo seduti sui nostri divani. «Vivo a mezz’ora dallo stadio degli Spurs – dice – ma sono ugualmente appassionato dei San Francisco 49ers. Ma tra 25 anni potrei andare allo stadio da remoto». Essere al campo senza esserci. Tipo Lukaku.
Wiltshire ritiene pure che nei nostri gruppi whatsapp potrebbero entrare dei compagni virtuali generati dall’intelligenza artificiale perché «il nostro attuale punto di vista negativo sui bot cambierà. Questi compagni conosceranno le nostre ansie più profonde e le nostre più grandi speranze e aspirazioni, e parleranno in un modo che ci sembrerà del tutto normale». È raccapricciante immaginare una chat dei genitori di scuola arricchita dal contributo dei bot, ma apre il cuore la possibilità che un bot sia una specie di Max Giusti che parla come Capello o De Laurentiis.
Oh, dice il Guardian che il divario tra gli sport continuerà a crescere. Alcuni come l’atletica andranno molto bene, i migliori giocatori di pallavolo e di pallamano guadagneranno di più, gli sport di contatto troveranno un nuovo equilibrio in cui il rischio è noto e accettato dalle persone che lo praticano.
Sean Ingle qui si è fatto venire un dubbio: “Mi chiedo: cosa succederà se un pugile avrà un chip nel cervello che registra immediatamente una commozione cerebrale? L’incontro dovrà essere interrotto quando accade?”. Qualcosa del genere già accade. È il dibattito in corso nel rugby con il paradenti intelligente che viene portato nel rugby: “Serve a individuare il pericolo silente di una commozione cerebrale. Al suo interno – ha raccontato Sky Sport Insider – monta un microchip che misura le accelerazioni fuori norma della scatola cranica. Tutto ciò che è anomalo fa scattare un allarme e attiva l’Head Injury Assessment (HIA), il protocollo per la valutazione degli infortuni alla testa, con l’intervento di un team medico indipendente sistemato a bordo campo. Quando il sistema fa partire un alert, l’équipe avverte i responsabili medici della squadra e gli arbitri: basta così, devi uscire dal campo e farti visitare. Il regolamento consente una sostituzione temporanea che diventa permanente una volta trascorsi 12 minuti di tempo effettivo”.
I MONDIALI DI CALCIO IN CINA
L’anno scorso fu L’Equipe a lanciarsi in scenari e previsioni. In tre puntate: calcio, ciclismo, sci alpino. “Gli scenari sono tutti plausibili – si leggeva sul giornale francese – e si basano su rapporti scientifici”. Le immagini erano state create dall’intelligenza artificiale [e supervisionate dai nostri grafici, aggiunse in una nota il giornale.
La BBC invece si è limitata a immaginare come potranno essere i Mondiali di calcio del 2050: saranno in Cina, dureranno otto settimane ma con 24 squadre per dare più giorni di riposo, sarà il primo torneo giocato tutto di notte. Gli stranieri potranno partecipare solo dimostrando di aver viaggiato in modo ecologicamente responsabile, con veicoli elettrici terrestri o barche a propulsione idroelettrica. Tuttavia la realtà virtuale introdotta in tutti gli stadi consentirà a miliardi di persone di collegarsi e guardare le partite contemporaneamente, ovunque si trovino nel mondo. L’esperienza del tatto e dell’olfatto sarà compresa nel pacchetto Premium. Coloro che saranno abbastanza fortunati da essere presenti di persona, saranno trasportati in sicurezza da e per le partite tramite una nuova rete di navette resistenti al calore. Oh, sia chiaro: costerà moltissimissimo.
Alan Pascoe, ex medaglia d’argento olimpica sui 110 ostacoli, esperto di marketing sportivo, si aspetta che lo sport in TV diventi ancora più popolare. Il padel potrebbe prendere il sopravvento sul tennis. Il calcio potrebbe subire una flessione perché il pubblico è sempre più stufo di giocatori super ricchi che non hanno lealtà verso nessuno. Inoltre, «a meno che non interveniamo subito sui bambini delle scuole primarie promuovendo l’alfabetizzazione fisica, avremo una popolazione in sovrappeso che il servizio sanitario non sarà in grado di gestire».
Aveva ragione Paul Valéry. Nemmeno più il futuro è quello di una volta.