prospettive
Il dibattito sulla break dance alle Olimpiadi
Per vincere la medaglia d’oro sotto i cinque cerchi, è nel cerchio che si deve entrare. Si dice così, questa è la lingua della breakdance e bisognerà iniziare a impararla, se a Parigi 2024 varrà quanto i 100 metri e il nobile pentathlon inventato dal barone De Coubertin. Entrare nel cerchio: così comincia una esibizione, ma in fondo esibizione un corno, perché quella è una battle, una battaglia contro gli avversari, durante la quale il linguaggio del corpo segnala ostilità, strafottenza, sfida aperta. Si vince mettendo in campo le proprie skills, che sono le sequenze di passi o di evoluzioni, che poi toccherà a una giuria valutare, come per i tuffi, come per la ginnastica. Ci sono i footwork, che sono i passi base, senza staccare i piedi da terra. C’è il toprock, i movimenti che si fanno in piedi. Ci sono i freeze, i primi momenti di alta spettacolarità, gli istanti in cui i breaker restano immobili e sospesi su una parte del corpo, che sia un braccio, un gomito, la testa. Se pensate che sia facile, provateci. Il consiglio vero è di non provarci.
Da qui parte a cascata il dibattito se questa arte di strada possa dirsi sport o no. Un’attività che ha le sue prime radici nella comunità afroamericana del Bronx, New York, e nelle feste degli anni Settanta del dj giamaicano Kool Herc. La Francia è uno dei paesi in cui si è più diffusa. La discussione è peraltro anche interna al movimento stesso, che nel contesto ammorbidito dei Giochi, dipinto con le sue tinte pastello, teme di perdere in purezza, in carica eversiva, teme di tradire la sua cultura hip hop che “ha dato una possibilità di riscatto – scriveva tempo fa Chiara Allevato sul Quotidiano del Sud – a quei ragazzi che, a causa di estrazione sociale o necessità, vivevano la vita di strada quotidianamente ed erano continuamente esposti al rischio di venire coinvolti in giri illegali. La complessità dei movimenti ha da sempre generato molta attrattiva e chi la pratica sa bene che tipo di fisicità bisogna raggiungere per riuscire a eseguire in modo perfetto ogni azione, salvaguardando la propria integrità fisica. Non stupisce, quindi, che sia stata ufficialmente promossa a disciplina olimpica”.
La battle tra puristi e innovatori è iniziata già un anno fa, quando il CIO annunciò la possibilità di questa variazione nel programma olimpico: fuori il karate e dentro la break dance, che ha più di una caratteristica in linea con le nuove esigenze del movimento olimpico. Integrare, svecchiare, attrarre. Questi sono tempi in cui un organizzatore del neo-sport come il businessman Konstantin Grirorishin, inventore della International Swimming League, sostiene che le Olimpiadi appartengono al passato.
Nell’aprile scorso Claudio Paglieri commentava sul Secolo XIX: “C’è chi si è scandalizzato per le biciclettine bmx, chi per lo skateboard, chi per l’arrampicata o il surf annunciati di recente come nuove acquisizioni. La breakdance, poi, è difficile da mandare giù per chi la ricorda come una sorta di buffa esibizione da discoteca. Eppure piace moltissimo ai giovani, ed è naturale che scalzi sport o giochi che non attirano più, o attirano meno. Come tutti gli spettacoli, anche l’Olimpiade deve riflettere i gusti degli spettatori e attirare gli sponsor. La breakdance, poi, ha un enorme vantaggio: fa gareggiare insieme uomini e donne, cosa che accade molto di rado e che il Cio considera invece obiettivo primario, tanto da favorire la nascita di staffette miste per esempio nel nuoto. Se nel mondo dei greci le donne venivano sacrificate sugli altari per placare gli dei o favorire la vittoria in battaglia, oggi le donne combattono fianco a fianco agli uomini nella vita quotidiana, e lo sport riflette questa realtà”.
Uno degli sponsor che s’è avvicinato al mondo della break dance è la Red Bull. L’ultimo evento mondiale, qualche settimana fa, s’è tenuto nella città di Salisburgo, dove l’azienda della bibita che mette le ali possiede pure una squadra di calcio. Certo, ogni nuovo ingresso apre una faida.
Se arriva la mountain bike, si offende il trail running. Perché loro sì e noi no, si domandava per esempio ieri Ludovico Cipolletta, nazionale italiano di squash parlandone con Timothy Ormezzano su Corriere di Torino. «Il fatto che ci abbia sorpassato la breakdance è un mezzo scandalo». C’è sempre uno sport che si sente più sport di un altro. La pallavolo non era alle Olimpiadi fino al 1964. Entrò perché spinse il Giappone. Poi i gusti cambiano, evolvono, i confini si allargano.
Un anno fa Giulia Zonca spiegava su la Stampa qual è il messaggio della break dance che piace a chi sta ridisegnando le Olimpiadi che lasceremo ai nostri figli e ai nostri nipoti. “Acrobatica, orgogliosa, inclusiva, spogliata dagli echi di violenza. Nei trasgressivi Settanta era la pausa nella guerriglia tra bande, un modo per lasciare a terra il coltello e segnare il territorio a forza di mosse. Una dichiarazione di indipendenza. Via le gang è rimasto il confronto, la multietnicità, la libertà di espressione tradotta in movimento e la gara è passata da «sono più resistente di te» e te lo dimostro girando a ripetizione sulla testa a «guarda di che cosa sono capace». Lo sport che non è uno sport contiene tutte le parole che i Giochi vogliono esaltare: «urbano», «aperto», «inclusivo», «giovane», se si procede per elementi chiave la breakdance salta fuori a ogni singola ricerca e il fatto che la competizione sia sfuggente intriga ancora di più. Chi apprezza vuole fare della breakdance il poster della competizione formato contemporaneo, chi è contrario è addirittura disgustato all’idea che un modo di essere, privo di canoni di valutazione, diventi oro”.
Un esperimento è stato fatto ai Giochi giovanili di Buenos Aires due anni fa. La giuria, composta da cinque persone, votava musicalità, originalità, i passi base. Fece medaglia d’argento Alessandra Cortesia, veneta della provincia di Treviso, in arte Lexy, che stamattina a Federica Cocchi per la Gazzetta dello sport definisce la break come «un linguaggio e di conseguenza una gara è solo un dialogo tra lingue diverse. Nessuno può giudicare come parli. Ho letto una frase che mi è piaciuta molto: “allenati come un’atleta e balla come un’artista”. La farò mia. L’unica medaglia che conta, è la felicità».
In vista dell’ammissione ai Giochi, la federazione danza sportiva stava già formando allenatori abilitati alla preparazione degli atleti, con un corso di 4 giorni a Formia. Dopo l’argento in Argentina, Lexy raccontò il potere avuto dalla break nella sua vita. «Ero una ragazzina timida, bassina e bullizzata. Non sapevo come e se reagire alle provocazioni a scuola. Ma quando mi muovo libera e invento forme è come entrare in un altro mondo. Ti senti autonoma, indipendente, realizzata. La breakdance è e deve restare più di uno sport, è un modo di stare al mondo: graffiti, musica, tutto ciò che non ha strutture fisse».
Ad Anja Rossi per il Resto del Carlino raccontò: «A 12 anni vestivo con abiti larghi, avevo i capelli colorati, ma a scuola ero brava e mi volevano tutti bene. Alcune ragazze, però, mi avevano preso di mira e m’insultavano. Volevano prendessi brutti voti, dovevo portare i loro zaini. Non ne parlai con nessuno, ma mia madre lo scoprì. È difficile ammettere a se stessi le proprie fragilità, è complicato capire cosa si sta subendo. Continuai col mio silenzio, finché uno psicologo disse di trovare la mia valvola di sfogo. La mia la conoscevo bene».
Era la break, era il nome di Lexy, che «deriva da Xena, la principessa Qerriera del telefilm. Come ha detto Lady Gaga dopo l’Oscar, non bisogna smettere di sognare».
Tra gli scettici Elia Pagnoni sul Giornale si domandava: “Quale sarà il limite che dividerà lo sport dai giochi o dalle esibizioni? Come possono convivere sotto i cinque cerchi discipline dall’orientamento e dalla storia completamente in antitesi come la breakdance, il surf, la bmx, con discipline ottocentesche come il pentathlon moderno, la lotta grecoromana o il sollevamento pesi? Delle due l’una: o si va verso la modernità, e allora per evitare il gigantismo si aboliscono le discipline un po’ demodé, oppure si rispetta la tradizione e si evita di allargare i Giochi a qualsiasi moda del momento. Giusto aprire strade nuove, ma ormai alle Olimpiadi stiamo veramente vedendo di tutto. E ogni disciplina ne giustifica un’altra: giusto che ci sia la breakdance se abbiamo il nuoto sincronizzato e la danza su ghiaccio, ma allora perché non arrivare alle gare di tango o alla danza classica. E se ai Giochi si fa il trampolino elastico, perchè devono restare fuori i trapezisti? Diteci solo qual è il limite”.
Il limite non c’è, risponderebbe Lexy. Così come non c’è uno stile unico, ciascuno crea il proprio, oppure come dice lei a 18 anni «un artista riconosce sempre il valore della fatica dell’altro». Il presidente della Repubblica Mattarella l’ha nominata nel febbraio del 2019 alfiere della Repubblica. I tesserati alla federazione italiana danza sportiva erano un anno fa circa 100 mila, duemila dei quali iscritti alle discipline della danza di strada che comprende hip hop, break dance ed electric boogie. I breaker veri e propri sono trecento. Molti altri svolgono attività al di fuori dell’ambito agonistico e potrebbero essere attratti adesso dalla prospettiva di qualificarsi per i Giochi. La fascia d’età più rappresentata è 13-15 anni. Mentre i ragazzi si allontanano perfino dalla fruizione di uno sport-totem come il calcio, la domanda che lo sport si sta ponendo è la seguente: si può andare nel futuro senza i quindicenni?