IL CALCIO ITALIANO
Il mucchio selvaggio che viene da lontano
La Gazzetta la chiama mischia e QS lo definisce un ingorgo. A metà strada tra un vecchio gioco carnevalesco siciliano e il traffico all’ora di punta nei giorni di Natale, la classifica della serie A brilla con cinque squadre divise da un punto e sei divise da due. Per venti minuti ieri sera, prima che l’Inter pareggiasse con Calhanoglu il vantaggio di McTominay, il campionato italiano ha avuto ai primi quattro posti – quelli che qualificano per la Champions – il Napoli che ha vinto uno scudetto in 34 anni, la Lazio che c’è riuscita una volta in mezzo secolo, la Fiorentina che lo aspetta dal 1969, l’Atalanta che non l’ha afferrato mai. Sono tuttora quattro delle prime sei, in compagnia di due imbucate a questo sabba orgiastico e sacrilego, una moltitudine convulsa e disordinata in cui stanno come eccezioni le due stelle dell’Inter e le tre e mezza della Juventus.
Quando la prossima volta verrà la tentazione di sbrigare il fair play finanziario come una misura fallimentare o come un pensiero sballato, bisognerà recuperare la classifica di stamattina, figlia della crescita progressiva non di un’eccezione ma di quattro realtà che si sono messe a lavorare dentro il perimetro di una rigorosa attenzione ai bilanci spesso derisa o contestata, costruendo squadre con il criterio caro a Michel Platini, l’autofinanziamento.
“La classe media va in Paradiso” titola il Corriere della sera per Lookman-De Ketelaere, per Zaccagni, per Kean. Quattro ascese favorite dal contemporaneo affanno vissuto sulla linea Torino-Milano, una maginot che fra il 1992 e il 2022 ha lasciato passare lo scudetto solo una volta verso la Lazio e una volta verso la Roma. Un affanno che è stato figlio di cadute economiche e di scelte tecniche-aziendali assai sbagliate. Solo nello scorso mese di settembre il bilancio del Milan è tornato in utile per la prima volta dal 2006 e quello dell’Inter ha visto calare le perdite da 85 a 36 milioni di euro.
I conti della Juventus sono tuttora immersi in un rosso profondo, 199 milioni, in aumento rispetto ai 123,7 dell’anno precedente. Qualcuno più bravo in economia, spiegherà che tutto questo è accaduto quando Inter, Milan e Juventus hanno dovuto smettere tutte assieme di essere dei giocattoli di famiglia, e dunque dei pozzi di investimenti senza fondo, quando hanno dovuto tenere il passo di una nuova economia, quando hanno scoperto hegelianamente che ogni sistema contiene dentro le sue virtù le contraddizioni fatali che lo porteranno al collasso.
Alessandro F. Giudice spiegava qualche giorno fa sul Corriere dello sport-stadio che la Juventus di oggi deve per forza agire come “un’azienda collocata nel perimetro di un gruppo quotato, su cui la crisi dell’auto potrebbe pesare, rendendo meno accettabile l’impiego di altre centinaia di milioni nel calcio. È una politica nuova: niente spese folli per trentenni ma ringiovanire la rosa per fare plusvalenze da calciatori ancora in crescita e stipendi tali da agevolarne la cessione senza ingessare il club. Basta operazioni-Vlahovic insomma, niente ingaggi che nessuno vorrà mai accollarsi”.
Stiamo parlando solo di tre anni fa. “Per crescere – spiegava Giudice – la Juve dovrà produrre ricavi (come tutti) perché difficilmente arriverà il solito assegno dell’azionista. Si volterà pagina e ciò chiamerà a una rivoluzione culturale anche i tifosi che dovranno accettare la normalizzazione della Juventus. Sarà un fatto positivo per tutto il calcio italiano che ne beneficerà anche in termini di equilibrio competitivo”.
Eccoci qua. La batteria del campionato si è scaricata del 31% ma è con il restante 69 che si faranno le telefonate decisive. È tra dicembre e febbraio che gli scudetti prendono fisionomie più certe. Se fosse uno sprint sui 100 metri, stamattina saremmo in quel tratto di pista dove i blocchi di partenza sono lontani alle spalle, i velocisti hanno rialzato il busto e sono stabili sui loro appoggi, adesso devono strappare. È il tratto nel quale si comincia a sentire il vento, certe volte soffia alle spalle, altre volte lo prendi dritto in faccia.
Antonio Conte, per esempio, ieri ha avvertito una specie di raffica che gli tagliava il viso quando è stato fischiato un calcio di rigore in favore dell’Inter. Calhanoglu l’ha poi tirato sul palo e in classifica quel rigore non si vede. C’era, non c’era, il punto non è questo [“un rigore leggero da incasellare nella categoria modermi” per Domenico Calcagno, Corriere della sera]. Il punto non è neppure questionare sul protocollo dentro il quale il VAR interviene o non interviene. Ogni tanto di domenica la questione torna a farci infervorare. Il punto stavolta è un altro, il punto è che Antonio Conte l’ha definita «una situazione che fa venire retropensieri a tutti».
Non è stata una bella frase. Non lo è perché Antonio Conte ha giocato tredici campionati nella Juventus, dove ha poi allenato per tre stagioni e altre due all’Inter. Se parla di retropensieri lui, succede che finiamo per credergli. A Napoli ne vennero pure a Carlo Ancelotti, che certamente a Madrid ha smesso di farne. Come ne vengono a quasi tutti quelli che siedono di volta in volta sulle panchine di Lazio e Roma, Atalanta, Bologna. Mario Sconcerti diceva «se vi lamentate voi, provate a essere tifosi della Fiorentina». È sulle panchine delle squadre con le stelle sulla maglia che i retropensieri per certe decisioni vengono di meno. Il gol di Muntari, per esempio, a un certo punto per Conte diventò «una noia mortale, veramente, una noia mortale». Ma pure di là c’era una squadra con le stelle. È un campionato vivace, pieno di novità. Divertiamoci, e speriamo di vederne arrivare una fino in fondo.
REPUBBLICA
Perché non De Rossi?
“Prosegue così un calvario figlio della scelta scellerata di cacciare De Rossi, presa a metà settembre dalla proprietà americana su input di una manager greca, e i cui effetti rovinosi si sono protratti fino a ieri, quando un diesse francese ci ha raccontato nella sua lingua — particolare che descrive la provvisorietà che governa il calcio moderno, perché faticare a impararne una nuova se oggi sono qui e domani dall’altra parte d’Europa? — i pallidi presupposti dell’ennesima ripartenza. Juric è una persona degna ritrovatasi in una situazione impossibile: lo spogliatoio l’ha percepito come un supplente, e i supplenti hanno una sola chance di catturare gli alunni, quella di affascinarli. Ma Juric non insegna un calcio affascinante, lo storico delle sue squadre ci dice che segnano poco e subiscono meno, un allenatore di lotta mentre il mercato della Roma aveva virato sulla qualità, dunque sul governo delle partite.
Non poteva essere la sua rosa, non lo è stata. Sul successore, sarebbe carino che qualcuno ci spiegasse — nella lingua che desidera, anche in swahili se l’interprete è bravo — perché non possa essere De Rossi. Al di là dei puerili sussurri, tipo che implicherebbe l’ammissione di un errore, noi non l’abbiamo capito. [Paolo Condò]